Category Archives: Sante Messe

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Suscepimus Deus del 18-07-2021

Suscepimus Deus del 18-07-2021

di redazione

Domenica 18-07-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al canto gregoriano ritroviamo il Maestro Giuseppe Spinozzi, al servizio Giuseppe Baiocchi (chierichetto), Alessandro Grilli (chierichetto) e Maurizio Seghetti (turiferario).
Il nostro regolatore, prima dell’inizio della celebrazione, ha aggiornato la nutrita assemblea presente, delle nuove disposizione del Santo Padre Papa Francesco.
Come prassi istituzionale il nostro sacerdote, nei giorni che hanno preceduto la celebrazione, ha contatto Sua Ecc. Rev. Mons. Domenico Pompili – Vescovo di Rieti e Amministratore Apostolico di Ascoli Piceno.
Naturalmente don Giorgio Lenzi (IBP) ha sottoposto il quesito per quanto riguardava la celebrazione della Santa Messa Tradizionale in questa Diocesi, alla luce dei recenti documenti e disposizioni della Santa Sede.
Come ci riferisce il nostro regolatore: «Sua Eccellenza è stato molto benevolo nei nostri confronti, come già lo fu al momento delle dimissioni di Mons. D’Ercole, che fu l’iniziatore di questa esperienza in questa Diocesi, dopo la richiesta di molti fedeli. Dunque Mons. Pompili mi ha chiesto di annunciare, a quanti non lo sapessero ancora, la comunicazione del nuovo Motu Proprio “Traditionis custodes” (Custodi della tradizione) – certamente più limitante – rispetto al Motu Proprio “Sommorum Pontificum”. Il Vescovo si riserva, alla luce delle nuove disposizioni della Santa Sede, di studiare il nostro caso e valutare se questo gruppo verrà mantenuto. Da parte mia vi invito tutti ad accogliere con serenità queste disposizioni della Santa Sede che sempre si è mostrata, nella sua storia, magnanima verso i fedeli obbedienti alle sue disposizioni.
© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Dominus illuminatio mea del 20-06-2021

Dominus illuminatio mea del 20-06-2021

di redazione

Domenica 20-06-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con Padre Charbel Pazat de Lys (O.S.B.), Monaco Benedettino del celebre monastero de Le Barroux. Il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede, non ha potuto celebrare per motivi personali e – previa comunicazione alla Diocesi di Ascoli Piceno – ha chiesto la sostituzione con il sacerdote francese in via del tutto eccezionale. Al canto gregoriano ritroviamo il Maestro Giuseppe Spinozzi, mentre all’organo si è esibito il Maestro Luca Migliorelli.
Nell’omelia odierna, Padre Charbel Pazat de Lys (O.S.B.) ha ripetuto ancora una volta, come la Santa Messa ci coinvolge da sempre nel rinnovamento del sacrificio che Cristo ha effettuato per l’uomo. Nel rito antico i fedeli, bagnati dal battesimo, non sono dei meri figuranti, ma degli attori protagonisti, poiché se si partecipa al rito cattolico nessuno può uscire indenne da questa esperienza trascendente e mistica. La liturgia tutta, inserisce il fedele nel presente e nel vivo e non a caso il Vangelo di oggi ci ricorda “La chiamata di Dio”.
Difatti è proprio il Vangelo che riattiva e rimette in azione la Grazia iniziale che in diversi momenti della vita ci ha mossi tutti a dire “Sì”! a Dio. Questa procedura è identica a tutte le chiamate che Dio pone all’uomo: Abramo, Davide Zaccheo e tutti gli altri: ed è quello che è successo a Pietro, ed è quello che è successo a tutti voi almeno una volta nella vita o più volte in modi diversi. Certo, avvengono chiamate alla vita consacrata, come quella del sacerdozio, momenti in cui il Signore si manifesta in una forma ancora più splendente verso l’individuo, e ciò può far superare ostacoli, vincere tentazioni, accettare sacrifici, che nulla a questo mondo avrebbe potuto giustificare.
Quando nella preghiera proviamo quella gioia inspiegabile, data dalla gratuità del dono di noi stessi a Dio, verso il prossimo, rappresenta uno dei punti della chiamata di Dio. Anche un non-battezzato che farebbe ingresso in questa Chiesa, non capirebbe il motivo per cui è entrato, poiché c’è stato “qualcuno” che l’ha mosso in tale direzione. Proprio grazie all’esempio di San Pietro noi dobbiamo cercare Chi e Che Cosa ci muove.
All’archetipo sono solite essere due elementi: un incontro e una promessa. Per Pietro, Gesù procede a tappe: difatti Pietro conosceva già Gesù, avendolo già ascoltato all’interno della Sinagoga e ne rimase stupito per la sua autorità e meravigliato nel vedere scacciare i demoni o per il suo ricevimento nella sua casa, dove aveva guarito la suocera. Per questi ed altri eventi, un seme fu piantato nel suo cuore. E nei nostri cuori, quanto questo seme di vita è sceso in profondità? Proprio nei momenti descritti, un fiore è spuntato nella nostra anima, un elemento arboreo che non è di questo pianeta: un paesaggio ha preso forma, un profumo si è diffuso, una musica si è insinuata che non è di questo mondo.
Difatti tornando al Vangelo, dopo questi primi incontri, Gesù si incammina nella predicazione e solo più tardi tornerà da Pietro “casualmente”, spinto dalla folla, sulla riva del Lago, stessa acqua dove Pietro rammendava le reti per la pesca e lì lo coinvolgerà nel suo cammino.
Come con Pietro, noi eletti – figli delle seconde linee -, veniamo coinvolti da Dio con semplicità, con richieste facili, ma segnati da questo sigillo di gratuità, di servizio, che apre tutto l’essere all’azione di Dio. Anche Pietre ebbe paura, quando si rese conto di essere coinvolto da un’altra realtà e che questa dimensione nuova lo aveva coinvolto. La stessa paura che oggi sembra esserci verso le cose di Dio, forse avere paura di Dio è il più grande peccato del mondo: forse questa paura, spesso, costituisce un segno, che siamo sull’orlo di un doppio abisso, quello del nostro peccato e il confronto di questo alla bontà onnipotente di Dio.
E così Pietro si getta in ginocchio e riferisce a Cristo “allontanati, io sono un peccatore”: questo costituisce l’abisso dei nostri peccati che contrariamente fa parte del nostro cammino di fede! Se non siamo coscienti del bisogno di una salvezza, perché avremmo bisogno di Gesù? Questo abisso dei nostri peccati fa parte delle cose che ci mettono in movimento e che ci muovono, ed è bene che ci sia questa paura, la quale testimonia la grandezza e la paura della nostra chiamata al Cielo, perché poi c’è la promessa che capovolge la situazione: l’abisso della bontà – “Pietro non avere paura” – che serve per mostrarci il Regno dei Cieli e quel fiore, che col suo profumo indugia le nostre anime, ci fa arrendere al Nostro Creatore. Il Regno così è diventato presente e l’uomo cattolico diviene pescatore di uomini e si sacrifica per ognuno di noi.

 

© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Spiritus Domini del 23-05-2021

Spiritus Domini del 23-05-2021

di redazione

Domenica 23-05-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il chierichetto Gabriele Bernardini.
Al canto gregoriano il Maestro Giuseppe Spinozzi. Nell’omelia odierna, don Giorgio Lenzi (IBP), ci ricorda che il tempo pasquale volge al termine con la solenne festa di Pentecoste, che nella tradizione cristiana cattolica appare come una seconda Pasqua – per definizione popolare “la Pasqua dei fiori” o la “Pasqua delle rose” (proprio perché i petali delle rose erano accostati alle fiamme dello spirito santo).
Proprio in questa giornata particolare, gli apostoli riuniti nel cenacolo di Gerusalemme, timorosi, attendevano la manifestazione di ciò che dovevano fare per eseguire le parole dell’insegnamento del Signore e fu così che la Terza persona della Santissima Trinità discende su di loro, sotto forma di fiamme di fuoco e di vento gagliardo.

Tutti noi abbiamo bisogno dello Spirito Santo: il Cristo l’ha annunciato e l’ha detto numerose volte, promettendo che sarebbe giunto quello che i testi aramaici hanno definito “il paraclito”, che può significare il consolatore, ma che significa anche l’avvocato, il difensore. Ebbene la Terza persona della Santissima Trinità che non è nient’altro che Dio stesso e che giunge in una forma particolare, innanzi tutto sui dodici apostoli perché sono coloro che ne hanno maggiore bisogno, ma che viene poi nell’animo e nella vita di ogni cristiano in diversi momenti della propria esistenza.
Lo Spirito Santo apre gli occhi della fede sui Misteri più grandi. Difatti gli Apostoli dopo i numerosi miracoli pasquali avvenuti non avevano percepito ancora l’essenza della grandezza del Cristo e tale percezione viene dimostrata dall’elemento dell’attesa all’interno del cenacolo di Gerusalemme. Ebbene lo Spirito Santo apre loro gli occhi, li conferma nella fede – un sigillo che scende sulla loro fede – e quindi li renderà veramente adatti alla diffusione della Verità. Come Cristo – secondo elemento della Trinità divina – è venuto sulla Terra per aprirci le porte del cielo, così lo Spirito Santo gli succede per compiere l’opera di redenzione dell’uomo.
Dunque lo Spirito Santo è un sigillo (è Dio): Dio che viene per porre il suo marchio di autenticità sulla Verità, che rimane ed è immutabile ed assiste la Santa Chiesa sulla Terra.
Allora in questo giorno Santissimo, Maria – la madre di Dio – unità a queste dodici “colonne” della Chiesa, poiché gli Apostoli sono il sostentamento e le fondamenta della stessa Chiesa, ricevono il fuoco e il vento dello Spirito Santo. Difatti è proprio la grazia divina, a rappresentare l’amicizia della nostra anima con Dio. Ed ancora di più nel Sacramento della Cresima, tutto avvolto nella venuta dello Spirito Santo nella nostra anima, che Dio ci avvia nel nostro cammino di adulti nella vita. Lo Spirito Santo, oltre questi momenti sacramentali, torna a trovarci in momenti anche meno solenni: ogni volta che ritroviamo la grazia di Dio nel sacramento della confessione e/o la giusta decisione in momenti delicati ed importanti della nostra vita. Ma rifiutare lo Spirito Santo diviene orribile bestemmia, che Cristo stesso condanna nel suo Vangelo, poiché si rifiuta il dono della grazia e il dono della Redenzione.
Così ricordando il momento storico in cui lo Spirito Santo è venuto sotto forma di vento nel Cenacolo di Gerusalemme, riviviamo tutti gli altri momento in cui lo spirito Santo ci visita nella nostra vita: cerchiamo di accoglierlo e riconoscerlo e rifuggiamo i momenti in cui non ascoltiamo lo Spirito Santo, ma lo spirito umano che è capace invece di operare il male.
Invochiamo dunque lo Spirito Santo poiché con il suo Sigillo, la nostra fede è salva.

 

© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Misericórdia Dómini del 18-04-2021

Misericórdia Dómini del 18-04-2021. Don Giorgio Lenzi

di redazione

Domenica 18-04-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. La Santa Messa ha visto partecipazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio con i suoi rappresentanti delegati.

La delegazione Marche-Romagna (sezione di Ascoli Piceno) del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio: il responsabile Cav. Costantino Brandozzi, il Cappellano iure sanguinis SMOC don Giorgio Lenzi, Cav. Enzo Lori, e il priore del Coetus Fidelium Giuseppe Baiocchi.

Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare i cappellani, Alessandro Grilli e Riccardo Prosperi. Al canto gregoriano il Maestro Giuseppe Spinozzi, mentre all’organo il Maestro Luca Migliorelli. Nell’omelia odierna, don Giorgio Lenzi (IBP), ci ricorda come la Chiesa contrariamente alle istituzioni civili, festeggia in maniera continuativa la Santa Pasqua fino all’ascensione, fino alla pentecoste, proprio per sottolineare la grandezza del miracolo operato dal Signore, che ha resuscitato se stesso. Allora la Tradizione della Chiesa in questo tempo pasquale, attribuisce le domeniche a diversi nomi, a secondo delle antifone, a seconda dei testi liturgici ed evangelici.
Concentrandoci sulla Sacra pagina, il popolo cristiano a ri-battezzato questa seconda domenica dopo Pasqua come quella del Buon Pastore. Non si tratta unicamente di una festa liturgica (come quella del Cristo Re o del Sacro Cuore di Gesù), si tratta semplicemente di un appellativo, che ci possa aiutare a comprendere quel messaggio salvifico del figlio di Dio risorto. Particolarmente questa domenica è cara all’Istituto del nostro Santo Sacerdote don Giorgio Lenzi, poiché la Società di vita apostolica di cui egli è membro – rappresentandola in Italia e presso la Santa Sede -, si è fondata nel 2006 sotto il vocabolo del “Buon Pastore”( L’institut du Bon Pasteur).
Una domenica cara, poiché il carisma fondatore dell’Istituto presiede proprio nella pagina del Vangelo di oggi. Il Buon Pastore è una figura che è sempre stata posta come elemento di alto valore nella dottrina cristiana: nei primissimi secoli, già nelle raffigurazioni artistiche, dei primi cristiani, il Cristo non era raffigurato né risorto, né crocifisso, ma come un “buon” Pastore.
Tale figura aveva anche una caratura difensiva, per via delle persecuzioni: un mondo di pastorizia, il simbolo di pastore, poteva – in un primo momento – attirare meno l’attenzione dei persecutori pagani.
La figura del Buon Pastore è già di per sé importante per via della sua chiarezza: i primi Padri della Chiesa ci parlavano del “bel Pastore”, nella quale la nozione di bellezza non ha carattere estetico, ma si tratta soprattutto di una nozione morale, di una bellezza interna. Ego sum pastor bonus, così si dipinge il figlio di Dio, quando parla ai suoi primi discepoli: si presenta attraverso la bontà, la bellezza e la purezza delle sue intenzioni, delle sue azioni, del suo essere. Dunque il redentore è un “Buon Pastore” e noi tutti siamo chiamati ad operare – nel miglior modo possibile – come Cristo ci ha insegnato. Il Buon Pastore, in questa pagina del Vangelo, ama e sacrifica se stesso, non è mercenario (che non vuole il bene, ma il salario), poiché ambisce al bene per il proprio gregge di pecorelle, non cede alla facilità, non cede alle mode del mondo. Egli, Buon Pastore, ci ha amato fino all’effusione del suo sangue, fino alla morte ed al sacrificio estremo coronato dalla gloria della Resurrezione che ancora celebriamo. Il Cristo ci dice: “Io sono il Buon Pastore e do la vita per le mie pecore”, Egli conosce il suo gregge, Dio sa tutto, scruta i nostri cuori, le nostre anime e ama tutti noi con i nostri difetti, i nostri peccati a condizione che desideriamo il bene e preghiamo per quanto ci sia possibile con le nostre forze e con l’aiuto della grazia divina per la nostra conversione, per andare verso di lui, che vuole redimerci e convertirci all’unica Verità. Per questo il Pastore è buono e guida il gregge come si deve, nel modo più opportuno e giusto, a volte incomprensibile alla nostra natura umana.
“Seguite me verso i verdi pascoli”: è con questo desiderio dei colli eterni, che Cristo ci aiuta e ci conforta in questa “Valle di lacrime” terrestre. Aiuto, conforto, perdono. Il Buon Pastore scaccia i lupi, ed è per questo che Egli è raffigurato con il bastone, elemento che serve sia per radunare il gregge, ma anche per scacciare le bestie che vogliono attaccarci. Quando una pecorella si può smarrire, allontanandosi dal gregge, il Buon Pastore la ritrova e la riavvicina alla “retta via” (ovile della sicurezza e verità) portandola sulle proprie spalle: ecco un altro simbolo cattolico, quello della pecorella smarrita. Egli infine ci pasce, grazie alla sua presenza e protezione.
Oggi, più che mai, bisogna scoprire la propria religione. Quanta ancora l’ignoranza religiosa presente al tempo dei laureati? Tale sistematicità fa sì che si attui un rifiuto aprioristico verso la trascendenza cristica e la profondità della Verità. Nella domenica del Buon Pastore, nome che riprende a piene mani la Fraternità del nostro Santo Sacerdote don Giorgio Lenzi, abbiamo attuato anche un parallelismo con San Giorgio martire, cavaliere, ricordato e glorificato ancora oggi dal Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.
Un’istituzione, che si basa su reali fondamenti storici, porta avanti nel mondo la difesa di valori sommi e immutabili, proprio come quelli insegnati dall’insegnamento del Vangelo di Cristo. Dunque possiamo comprendere come la vita dell’uomo sia un unicum con la tradizione della Santa Chiesa: non può esservi separazione, poiché l’uomo deve operare una missione, la quale non può che abbracciare tutte le discipline, tutte le circostanze. Oggi accade l’esatto inverso poiché viviamo in un monto non più verticale, ma orizzontale, schizofrenico. Bisogna portare avanti dei concetti, dei princìpi, che sono il fondamento di tutto questo, che si trasmette anche attraverso queste simbologie materiali. Per riprendere il Vangelo odierno, “Buoni Pastori” furono i Sovrani che benedetti dalla Chiesa, che sulle orme di Costantino e del megalomartire (Γεώργιος) San Giorgio hanno fatto la grandezza delle nostre regioni e delle nostre attuali nazioni.
Oggi si ha difficoltà nel perseguire determinati valori, poiché la società ignorante li osteggia, avendo un desiderio di continua rottura, in un turbine di rivoluzione continua: una cosa non deve mai essere uguale a quella del giorno precedente e dunque si disgrega la società, non rimane più niente. Ecco appunto cos’è il nuovo martirio, quello appunto dell’Ordine cavalleresco di San Giorgio, che nella professione di fede ha riconosciuto totalmente il cristianesimo che aveva abbracciato e noi oggi lo facciamo in modo diverso: la diffusione dei veri valori. Allora dunque invochiamo San Giorgio, con il suo Sacro Ordine Militare, la Casa dei Borbone e soprattutto di tutta la società, poiché abbiamo bisogno di cavalieri: oggi sarebbe ridicolo, vedere un cavaliere che entra in arcione con lancia e armatura, ma abbiamo bisogno di cavalieri intellettuali, individui capaci di resistere al cattivo insegnamento che purtroppo penetra a tutti i livelli della società.

 

© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Laetáre, Ierúsalem del 14-03-2021

Laetáre, Ierúsalem del 14-03-2021. Don Giorgio Lenzi

di redazione

Domenica 14-03-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, un giovane chierichetto e il turiferario Giuseppe Baiocchi. Al canto gregoriano il Maestro Giuseppe Spinozzi.
Nell’omelia odierna, nella metà del tempo di Quaresima, don Giorgio Lenzi ci illustra la diversità rispetto alle domeniche precedenti. Non è casuale come i paramenti siano di colore rosaceo, poiché apportano una connotazione gioiosa. Fino a Papa Montini, in questo giorno, il Sommo Pontefice, usava benedire una rosa d’oro nella quale si racchiudeva una goccia del sacro crisma, dell’incenso benedetto, derivanti appunto da questi petali preziosi, grazie a questo Olio Santo. Questa rosa veniva poi donata dal Papa, a personaggi illustri della città eterna e di protettori della Santa Chiesa o spesso inviata a qualche santuario molto venerato. Il Santo Padre Benedetto XVI ha offerto in alcune occasioni la rosa d’oro – da lui benedetta -, non nei giorni liturgici previsti, poiché nei tempi recenti si è perso l’uso tradizionale di benedire la rosa in questo modo. Prima della cattività avignonese, la benedizione della rosa, in questa domenica a Roma era un rito molto solenne e caratteristico ed è probabilmente tale celebrazione gioiosa che ha prodotto il colore rosaceo di questo tempo di Quaresima: una pausa nel lungo percorso della rinuncia che parte dal mercoledì delle ceneri e arriva al Triduo Sacro e al Santissimo giorno di Pasqua.
Oggi, forse, conserviamo una sola immagine debole di quello che fu il tempo della Roma dei Papi, della domenica Laetare detta “la domenica della Rosa d’oro”. Riti particolari della Cappella Papale li ritroviamo già sotto Leone IX, dove si conferiva grande importanza a quest’oggetto sacramentale ed ancora Innocenzo III, durante una sua omelia, ne riprese i riferimenti nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma (la quale custodisce le reliquie preziose della passione di Nostro Signore Gesù Cristo). Dunque quest’ultima Basilica, insieme a quella di San Giovanni in Laterano, furono per secoli lo scenario dei riti di questo giorno.
In epoca medievale il Papa compiva – presso il Palazzo del Laterano – la benedizione di questa rosa preziosa, e creato il sacro corteo (che si svolgeva come una vera e propria cavalcata) si giungeva alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Ebbene nella Chiesa stazionale di questa domenica, il Pontefice pronunciava un’omelia nella quale si enunciavano i caratteri della mistica rosa d’oro: pura, profumata, bella, colorata e subito dopo si celebrava la Santa Messa, alla fine della quale poi si ritornava al Palazzo del Laterano.
Così durante entrambi i tragitti il Papa, in arcione, teneva in mano la Sacra Rosa che assumeva tratti mistici e misteriosi anche per il popolo che quindi si rallegrava di vedere questo solenne rito compiuto dal Pontefice romano. Arrivato al Palazzo Apostolico il Papa veniva aiutato a smontare da cavallo da una delle più alte dignità presenti: un Sovrano di altro Stato, dei princeps romani, dei nobili e/o politici. Colui che ritualmente compiva tale gesto simbolico, aveva poi in dono – dallo stesso magnanimo Pontefice – la Sacra Rosa d’oro. Tale regalo era considerato un grande onore e simbolo di fedeltà alla Verità del cristianesimo.
Ritornando a tempi ancora più antichi della Santa Chiesa, la gioia espressa nel tempo odierno era rivolta soprattutto ai catecumeni (coloro che si preparavano al battesimo), durante questo tempo di quaresima. Costoro attendevano il lavacro rigenerante delle acque della salvezza e quindi dovevano vivere con grande gioia l’attesa di quel sacramento che li avrebbe poi liberati dal peccato originale e da tutti gli altri peccati commessi in età adulta. Tutti, anche i peccatori, si rallegravano di questa domenica in rosa, certi del perdono, che Gesù Cristo avrebbe concesso, attraverso la gerarchia della Chiesa. L’epistola accenna al dono meraviglioso della rinascita per la quale si diventa e si ritorna ad essere figlioli di Dio. Rinascita con la quale guardavano con trepidazione i battezzandi e i penitenti: coloro che aspettavano di ritornare all’Eucarestia.
Interessante il passaggio del sacro Vangelo in cui Gesù raccomanda, ai suoi amici e ai suoi discepoli, di raccogliere i frammenti rimasti di questo pane (ecco perché l’attenzione dei Ministri di Cristo a non disperdere neppure una singola briciola dell’ostia consacrata – ed ecco perché l’importanza del piattino). Già dunque possiamo intravedere la gioia pasquale del miracolo della risurrezione, grazie alla pausa gioiosa di oggi, che ci ricarica spiritualmente per continuare con rinnovato fervore la penitenza quaresimale. L’orazione della Santa Messa appunto ci afferma come: “O Dio Onnipotente, a noi che portiamo la giusta pena delle nostre azioni, concedi di vivere con il conforto della tua grazia”. La speranza cristiana, il desiderio del cielo e le promesse di Dio ci dicono che rivivremo sostenuti dalla divina grazia, sostenuti dai sacramenti, sostenuti dalla preghiera, sostenuti dai frutti di penitenza, ma anche da quella comunione dei santi che ci unisce tutti, nella Santa Chiesa.
Ed è con questa speranza gioiosa di questa domenica di Laetare che ci apprestiamo a preparare il Triduo Pasquale. Ricordiamo sempre l’inizio dell’Introito Laetare Jerusalem: questa gioia della Gerusalemme è la gioia che un giorno vivremo nella beatitudine eterna del cielo.
© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Invocábit me, et ego exáudiam eum del 21-02-2021

Invocábit me, et ego exáudiam eum del 21-02-2021. Don Giorgio Lenzi

di redazione

Domenica 21-02-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.


Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, il chierichetto Giuseppe Baiocchi. Al canto gregoriano il Maestro Giuseppe Spinozzi.

Don Giorgio Lenzi ci ricorda nella sua omelia, come le giornate di quaresima non siano spazi per il mero digiuno o per le sole penitenze: lo stesso San Tommaso d’Aquino ci ricorda come il digiuno della domenica possa risultare dannoso poiché sconvolge l’ordine delle cose.

Sono i giorni ordinari della settimana che sono fatti per l’applicazione delle penitenze durante questo tempo. La liturgia delle domeniche di Quaresima è certamente una liturgia a carattere fortemente penitenziale: parliamo di segni, di testi, così come si evince dai Salmi cantati dopo l’Epistola. Un testo penitenziale avvertito anche dalla sua lunghezza: una piccola penitenza sia per chi la deve cantare, sia per i fedeli che assistono agli uffici di Quaresima.

Testo di penitenza, ma anche testo di fiducia, della speranza dell’uomo inviato verso Dio, perché sa che Dio lo sosterrà in tutte le tentazioni, in tutti i perigli e in tutte le situazioni anche le più terribili. Tali prove se sostenuto con Dio divengono per l’uomo proficue. Parliamo del Salmo 90 che si raccorda ampiamente al racconto evangelico di oggi, in cui viene il maledetto demonio, Satana – il tentatore per eccellenza -, che attacca il nostro amabile Signore e proprio a partire da questo salmo il maligno millanta l’abuso dell’intervento divino e della sua assistenza verso l’uomo.

Una delle sue maligne e celebri frasi le ricordiamo nella domanda del “perché Dio ci lascia in queste condizioni”? Ebbene questa è già una tentazione, dove il diavolo cerca di inserirsi nella mente e nel pensiero del Messia, figlio di Dio, proprio perché a Satana non era dato sapere se quell’uomo, venuto sulla terra in maniera speciale, fosse realmente il figlio di Dio – poiché non può vederne la sua divinità, celata dietro l’umanità e quindi lo tenta. Cristo deve resistere dunque alle tentazioni della mondanità e della facilità: due elementi che oggi sono all’ordine del giorno. Cristo, seconda persona della Santissima Trinità, decide di ricevere queste tentazioni terrene, proprio per mettersi al fianco dell’uomo nella sua momentanea e parziale umanità, e trasmettere la resistenza alla tentazione diabolica luciferina. La penitenza e il digiuno sono due strumenti per lottare contro il male e contro il peccato personale e della società. Gli studiosi moralisti, della morale, ci dicono che ogni tanto – nella vita di un battezzato – occorre fare penitenza, purificarsi dal male quotidiano, che forse anche involontariamente compiamo.
Anche la privazione di piacere leciti, giusti, può aiutarci in questo cammino verticale di Santità, poiché ci aiuta a concentrarci sull’importanza della nostra anima, della nostra parte spirituale – allontanandoci dalle cose più dirette e materiali. Dunque ritrovare anche nel culto, nella pratica dei sacramenti, nelle buone confessioni, quella grazia che ci viene offerta da Nostro Signore Gesù Cristo. Allora il nostro motto durante la santa Quaresima, deve essere Penitenza e Riparazione: elementi che possono ridurre quel purgatorio che ci attende, dopo il nostro Giudizio, dopo la nostra morte.
Oggi giorno la disciplina della Chiesa è molto leggera, le penitenze ufficiali, poste ai fedeli battezzati sono poche: il digiuno si riduce solo al mercoledì delle ceneri e al Venerdì Santo. Certamente le leggi canoniche ci dicono chiaramente quando un peccato è stato commesso e quando invece non si è incappati nello stesso.


Purtroppo la storia ci dice che osserviamo un continuo alleggerirsi della disciplina della penitenza: sia quella di ambito confessionale, sia di quella che la Chiesa impone a tutti i fedeli in determinati momenti dell’anno. Questo è accaduto per via dell’incapacità dell’uomo moderno e contemporaneo di vivere la penitenza nel giusto spirito cristico, la Chiesa lascia “più andare”, nel senso che indirettamente accompagna l’anima del fedele ad un purgatorio più lungo. Un tempo le penitenze non si traducevano solo con la preghiera, ma anche con opere fisiche come un pellegrinaggio, o con l’edificazione di Altari o addirittura Chiese. Tali atti di fede, permettevano un’espiazione più rapida. Oggi le poche opere richieste dal confessore, si espia una parte veramente minima, del peccato confessato e il resto viene affidato alla nostra penitenza e alla nostra capacità di usare l’indulgenza della Santa Chiesa. Quante cose sono dunque da riparare dal punto di vista sociale? Quante eresie professate oggi giorno, sulla Verità rivelata, deturpano il volto della Santa Chiesa e distruggono il messaggio di Cristo? Quante leggi inique sono oggi approvate dalla società e non corrispondono assolutamente né alla legge naturale, né a quella di Dio. Allora di fronte a queste nefandezze placcate di umanesimo e di diritti umani noi dobbiamo rispondere non solo con il nostro No dottrinale, ma anche con la giusta penitenza per essere dei cristiani alla sequela di Cristo. Ed ecco come l’esempio di Cristo nel Vangelo di oggi, quanto la tradizione millenaria di Santa Romana Chiesa, ci chiede di fare penitenza durante la Quaresima, quanto questa penitenza sia indispensabile in questa società scristianizzata. Non sprechiamo dunque questo tempo, mettiamoci al lavoro con preghiere, penitenza, digiuno ed elemosine, chiedendo l’aiuto degli angeli per vivere bene questa Santa Quaresima.

 

© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Adoráte Deum, omnes Ángeli eius del 24-01-2021

Adoráte Deum, omnes Ángeli eius del 24-01-2021. Don Giorgio Lenzi

di redazione

Domenica 24-01-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.

Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, il chierichetto Giuseppe Baiocchi e il turiferario Fratel Ferdinando. Al canto gregoriano il Maestro Giuseppe Spinozzi.
Dall’omelia, don Giorgio Lenzi ci ricorda come siamo tornati nel ciclo ordinario dell’anno liturgico, un periodo di grande preghiera e lode al Signore. Diventa dunque quasi d’obbligo riprodurre l’insegnamento catechetico ai fedeli. Diventa centrale in questo periodo la quotidianità nella predicazione di Gesù Cristo.

 

In questa sobrietà della domenica più normale, la Sacra pagina ci guida nella nostra vita di cristiani e oggi udiamo il salvatore nostro dire: “Volo Mundare” (Io voglio che tu sia guarito), ovvero il volere di questa purificazione nei confronti di un lebbroso – una malattia incurabile e mortale per l’epoca. Ovviamente il malato, che ricordiamo fu realmente esistito – non certamente oggetto di fantasie, come le note “favole mitologiche” del paganesimo –, poiché la Chiesa ha sempre riconosciuto tali eventi come realmente accaduti, chiese aiuto al Signore del Cielo e della Terra: ed ecco dunque che ci viene rivelato quell’incontro tra la volontà di Dio e la nostra volontà e le nostre esigenze.

Difatti spesso chiediamo a Dio delle richieste non necessarie, che non corrispondono al vero bene, ma spesso possono essere nocive alla salvezza della nostra anima, ed è questa la ragione del perché Dio non risponde sempre positivamente alle richieste della nostra anima. Ed è proprio nel momento in cui la nostra richiesta corrisponde con la volontà divina e con il bene che è necessario per noi, Dio ci riafferma “Volo Mundare” e ciò vale sia per le questioni del corpo, che per quelle dello spirito.

Si pensi al caso biblico di Giobbe, messo alla prova fino all’ultimo da Dio; o come Nostro Signore stesso, quando nel giardino degli ulivi è preso d’angoscia e afferma “passi da me questo calice”: egli è Dio, ma la sua natura umana di quel momento prevale per mostrarci quanto a volte occorre sottomettersi a Lui ed essere capaci di dire “Io vorrei che fosse così, ma sia fatta la Tua volontà”.
Non a caso nella richiesta del lebbroso, egli afferma al Signore “Se tu vuoi”, e non “io lo voglio”: ed allora Gesù dice “Volo Mundare”, “Sì, lo voglio”. La volontà divina è identica, per misericordia, a quella del richiedente e il miracolo è fatto. Colui che era afflitto dalla lebbra incurabile, guarisce e diviene salvo.

Parallelamente tale miracolo significa anche lo specchio della purificazione della nostra anima: ed ecco che un fatto reale accaduto nella vita di Gesù, serve anche come fatto spirituale in un secondo livello – ma non si può dire che i fatti della vita di Gesù siano solo metafore: ciò comporterebbe lo scivolamento in un’eresia, un errore.
La purificazione di un lebbroso, significa anche poter elevare e ripulire la nostra anima, ma sempre nelle giuste condizioni, con l’attenzione, può essere purificata dal sangue preziosissimo di nostro Gesù Cristo, che noi offriamo ancora oggi sui nostri altari.
Continuando con il discorso evangelico, Gesù accontenta una seconda richiesta.

Mentre il lebbroso praticava la stessa religione del Tempio, il Messia incontra un romano, un pagano. Gesù accontenta la richiesta di questo uomo, poiché la fede dimostrata da quest’uomo, è molto più grande e più forte di quella del popolo di Israele che aveva il Messia e non lo riconosceva come tale. Dunque Gesù quando sente questa proclamazione di fede, decide che merita di essere ascoltata. Quest’uomo malgrado l’autorità e la carriera militare raggiunta – lui stesso la manifesta: “Io do ordini e tutti mi obbediscono” -, quest’uomo, questo soldato pagano, si fa umile e supplica Gesù ed Egli guarisce il suo figlioletto malato, senza neanche vederlo o toccarlo. “La fede sposta le montagne” affermerà Gesù in un altro passaggio del Vangelo, poiché la Fede di tutti i battezzati messi insieme, potrebbe risuscitare il trionfo di Cristo sulla terra e il trionfo della Verità. Purtroppo le cose non stanno così e non a caso Gesù chiama gli uomini come “uomini di poca fede”.

Questi due segni del Vangelo di oggi rappresentano dunque per noi la Speranza fisica e spirituale. Questa Chiesa che sembra oggi sempre più attaccata, come affermavano i Pontefici Pio XII e Paolo VI, e forse gli stessi “marinai della barca” non sono più capaci di compiere quegli atti utili a ritrovare la rotta, in un mondo in tormenta. Non per questo la Chiesa militante è toccata da una lebbra, da una malattia che è difficile da curare, ma noi sappiamo che il Cristo – giusto Giudice – renderà a ciascuno il suo, ed ascolterà le preghiere di coloro che umilmente sapranno chiedere la salvezza. Bisogna tornare dunque ad affermare “Io Credo che Gesù Cristo è figlio di Dio, Io credo nella sua miracolosa venuta sulla terra; Io credo nella verginità di Maria Santissima, Io credo nell’esistenza degli Angeli; certo tanti durante il nostro percorso ci guarderanno molto stranamente, ma diventeremo dei costruttori di fede all’interno di questa società secolarizzata, piatta, orizzontale e ciò sarà reso possibile da Dio stesso, poiché Egli premierebbe questi atti di fede, questi atti di coraggio.

Molti uomini senza più fede, saranno stupiti e non capiranno tale messaggio, poiché non hanno dato lettura alla krisis del soggetto occidentale moderno, ma noi pochi – come per il lebbroso – dobbiamo prostrarci a Dio e chiedere questa purificazione; come il centurione – che restò umile – dobbiamo tornare ad essere servi di Dio: non è certamente sufficiente la falsa umiltà. Ciò dovrà compiersi, proprio per evitare la gemma che Gesù minaccia alla fine del Vangelo per coloro che rifiutano la fede e la Verità. Questa gemma, lo sappiamo, è la dannazione eterna che per quanto sia una cosa triste dobbiamo considerarla Verità di fede.

 

© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Roráte coéli désuper del 20-12-2020

Roráte coéli désuper del 20-12-2020. Don Giorgio Lenzi

di redazione

Domenica 20-12-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.

Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Cristiano Scandali, il chierichetto Giuseppe Baiocchi e il turiferario Massimiliano Raspino. Al canto gregoriano Lodovico Valentini.

Dall’omelia di don Giorgio Lenzi, emerge come in questo tempo di Avvento noi abbiamo invocato ed atteso dal cielo la venuta del Salvatore. Roráte coéli désuper recita ancora l’Introito di questa IV Domenica di Avvento, ultima di questo tempo.

Dunque la Salvezza è un qualcosa che non tocca tanto la liberazione dell’umanità sulla terra, ma si parla di qualcosa di ben più grande, ovvero la salvezza di ogni anima. Ed ecco perché la venuta nella storia del Figlio di Dio diviene apertura al prodigio della salvezza per l’eternità.

Nella pagina del Vangelo odierno, la figura di Giovanni Battista spicca sicuramente, poiché vengono narrati i fatti straordinari della vita di Nostro Signore. Eventi annunciati prima dai profeti, poi dal cugino Giovanni – ultimo profeta dell’Antico Testamento – primo Martire del nuovo testamento.

Ad un certo punto, per decreto divino, tutto si ferma ed arriva il Salvatore: storicamente viene collocata nella realtà questo annuncio di salvezza. Il momento storico è preciso e come ogni evento di grande rilievo la Chiesa colloca la Santa Messa esattamente con perfetta precisione: la 00:00 tra il 24 e il 25 dicembre di ogni anno.

Nel momento del peccato originale, atto vero e concreto, Dio costretto a reagire, dopo ampie ed illimitate concessioni, vide cadere nel peccato d’orgoglio l’uomo e conseguentemente le porte del paradiso si chiusero: si dischiuderanno unicamente con una riparazione totale e degna dell’offesa che era stata commessa. Nessun uomo riuscirà da allora a riparare quell’abisso fra l’umanità e il creatore, che era stato creato da quel primo peccato e che aveva macchiato le future generazione in maniera indelebile. Ed ecco perché tale divino decreto, che stabilisce per l’eternità il verbo di Dio, il solo capace di riparare quell’offesa, si unirà all’umanità, si farà carne e quella riparazione sarà perfetta ed alimenti quella salvezza di ogni singolo uomo che vuole coglierla e farla propria, poiché come ci ricorda Sant’Agostino: “colui che ci ha creati senza il nostro concorso, non ci può salvare senza il nostro concorso”.

Dunque con la nascita di Cristo, si materializza anche quella chiave che potrà riaprire le porte sigillate del paradiso, torna tra noi quello scettro glorioso vengono per liberarci dalla prigione in cui la nostra condizione di peccatori ci aveva relegato. Dolce chiave che riapre la porta del cielo, che ci riapre appunto l’Eternità.

Quanto, dunque, diviene importante riacclamare queste verità di base? Oramai purtroppo, molti battezzati, misconoscono tutte queste verità di base, che dovrebbero essere scontate, ma che scontate ora non sono più. In pochi ormai credono che Gesù Cristo è il figlio di Dio, ma molti lo hanno trasformato in un “primordiale” esponente di movimenti politici, in un simbolo di pace, in un simbolo di amore, ma sempre accostandolo all’elemento terreno, basso, orizzontale. Oggi è sparito quel senso di verticalità, di Ariston, di alto, di trascendente: non abbiamo più lo slancio per vedere le cose eterne del cielo, quando di contro, Egli è la chiave del paradiso.

Se aderissimo completamente alla Verità, nessun uomo, né potenza politica terrestre, sfiderebbe tale Verità, la Santa Chiesa e tutti correrebbero ai piedi dei santi altari ad implorare la salvezza dell’anima (lo spirito) e dei corpi (la materia). Perciò bisogna tornare a difendere i diritti di Dio, celati diabolicamente dal liberalismo, dal sincretismo e dall’indifferentismo.

Prepariamoci al Santo Natale – afferma don Giorgio – con strumenti semplici: le buone letture, una confessione ben preparata e la recita del Santo Rosario; anche a costo di essere “una carne sbattuta dal vento” o essere “una voce che gridava nel deserto”, come il Battista.

© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Ad te levávi ánimam meam del 29-11-2020

Ad te levávi ánimam meam del 29-11-2020. Don Giorgio Lenzi

di redazione

Domenica 29-11-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, presbitero dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.
Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, il chierichetto Giuseppe Baiocchi e il turiferario Alessandro Grilli. All’organo Francesco Angelini e al canto gregoriano Giuseppe Spinozzi.
Dall’omelia di don Giorgio Lenzi, abbiamo capito come siamo all’inizio del nuovo ciclo liturgico dell’Avvento. Santa Romana Chiesa ci fa rivivere i misteri della liturgia nella Redenzione, affinché gli affanni e le preoccupazioni della vita che l’uomo vive nel quotidiano, possano mantenere la mente verso le realtà eterne del cielo.
L’Avvento si pone come contraltare alla Santa Quaresima: sono i due tempi di preparazione penitenziale, anticamere di due grandi solennità, fondati sui più grandi misteri della nostra fede, ovvero l’Unità e la Trinità di Dio e l’incarnazione nella resurrezione di Nostro Signore.
Dunque la preparazione del Natale e della Pasqua ci preparano al secondo di questi misteri. L’avvento ci prepara all’Incarnazione, la Quaresima alla passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo: elemento riparatorio per il peccato originale di Adamo al quale sono succeduti gli innumerevoli peccati che l’uomo è stato capace di compiere. La Natura dunque si ribella al suo Creatore compiendo il male e seminando dolore e morte. Per questo è importante in questo periodo una penitenza “gioiosa”, poiché questa si fonda non sull’errore del peccato, ma si contempla la gioia e la sicurezza nella salvezza: sappiamo che il Figlio di Dio si fa uomo – continuamente attraverso la grazia – per la salvezza di ciascuno di noi.
Allora i simboli della liturgia sono chiari: i paramenti sono violacei, si omette il gloria, anche se la domenica si mantiene l’Alleluia, proprio per manifestare questa gioia in cui rimane sempre una nota di giubilo. La Santa Messa termina con il “benedicamus Domino” proprio perché questa celebrazione continua per tutta la nostra giornata e in tutta la nostra vita.
La finalità di questo periodo è l’attesa “cieli piovete dall’alto e le nubi facciano discendere il giusto”, che il cielo chiuso dal peccato originale, si apra per inviarci la salvezza “il Verbo di Dio si farà carne e abiterà in mezzo a noi”. L’epistola ci invita ad allontanarci dai vizi, ci invita a renderci conto del gran dono che Dio intende fare all’umanità e quale è questo suo dono? Il più prezioso, ovvero suo Figlio: la seconda persona della Santissima Trinità.
Lo stesso Gesù Cristo che noi rifiutiamo continuamente nel peccato, che noi rifiutiamo abbassandolo alle esigenze del mondo – crisi della fede di oggi -, quasi che debba essa per prima piegarsi alle idee del mondo. Ebbene contemplare la salvezza, ci aiuta a capire che la fede non può essere asservita, ma essa deve regnare su gli altri contesti. Dunque anziché lamentarci, urlare contro il mondo, bisognerebbe iniziare a vivere bene, a dare l’esempio: sobri, pii, in preghiera – secondo i consigli dell’Apostolo Paolo -, per ricevere degnamente il vero e unico Messia che è già venuto per salvarci. Non aspettiamo nessun altro, poiché la salvezza è già avvenuta ed è per questo motivo che il Natale assume questa importanza fondamentale. Quest’anno più di altri anni e di altre epoche, abbiamo bisogno che il Signore venga. Tre sono le venute del Signore che invochiamo: la sua venuta storica, che rende il Natale celebrazione solennissima, di quel cammino che segna l’inizio della nostra salvezza; la sua venuta spirituale attraverso la santa liturgia, la quale non è nostalgico ricordo di un passato lontano, ma diviene – attraverso la sua trasmissione generazionale – elemento del presente, che ci conduce verso il futuro sperato, dove questa venuta presente avviene sugli Altari e si conserva nei tabernacoli, dove è custodito Dio vivo e vero, in anima, corpo e divinità pronto a visitare le nostre anime; infine l’annuncio della Sua venuta, annunciata dai profeti, dove questo tempo liturgico di oggi ci prepara a quell’ultima venuta del Cristo Giudice che è fine di tutto, ma è anche inizio di una eternità, quel momento che sarà preambolo dell’eternità beata, per coloro che ne sono degni, e della dannazione eterna per coloro che si sono allontanati dalla retta via.
Dice Gesù nel Vangelo di oggi “il cielo e la terra passeranno, la parola di Dio non passerà mai”: anche in mezzo agli sconforti di questi tempi, in mezzo agli scandali, in mezzo ad una società che sembra non avere più la fede, sappiamo che Dio non abbandona mai la Chiesa, che Dio non abbandona mai i suoi figli, non abbandona mai i battezzati.
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Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatión del 08-11-2020

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatión del 08-11-2020 . B. M. Salter

di redazione

Domenica 08-11-2020 alle ore 16:00, presso la Chiesa del Sacro Cuore (Chiesa dei Sacconi) presso Via Filippo Corridoni, 10, 62029 Tolentino (MC) si è svolta la Messa Cantata in rito romano antico organizzato dalla Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Tolentino a cui il Coetus Fidelium “Beato Marco da Montegallo” ha partecipato.
Ha celebrato la Santa Messa Padre Bernard M. Salter, aiutato dal cerimoniere Giuseppe Polverini, Giuseppe Baiocchi (chierichetto) e Bruno Fianchini (Turiferario). Il coro ha visto la presenza di Lodovico Valentini, Edoardo Belveredesi, Cristiano Scandali e Fabrizio Diomedi. In cantoria Andrea Carradori (organo) e Michele Carloni (voce).
Padre Salter nella sua omelia si è concentrato sul Vangelo di Matteo nel quale si compie un altro miracolo: «Mentre Gesú parlava alle turbe, ecco che uno dei capi gli si accostò e lo adorò, dicendo: Signore, or ora mia figlia è morta: ma vieni, imponi la tua mano su di essa, e vivrà. Gesú, alzatosi, gli andò dietro con i suoi discepoli. Quand’ecco una donna, che da dodici anni pativa una perdita di sangue, gli si accostò da dietro, e toccò il lembo della sua veste. Diceva infatti tra sé: Solo che io tocchi la sua veste e sarò guarita. E Gesú, rivoltosi e miràtala, le disse: Abbi fiducia, o figlia, la tua fede ti ha salvata.
E da quel momento la donna fu salva. Giunto che fu alla casa del capo, vedendo dei suonatori e una turba di gente rumoreggiante, disse: Ritiratevi, poiché la fanciulla non è morta, ma dorme. E lo deridevano. Ma dopo che la gente venne fatta sgombrare, Egli entrò, prese la giovane per mano ed ella si alzò. E la fama di ciò si diffuse per tutto quel paese». Il frate ci ricorda che l’adorazione di Cristo non deve avvenire “di sfuggita”, con superficialità, ma con sentimento e metodo, un amore che arrivi alla profondità del nostro animo.
Proprio da questa profondità, l’ultima parte della Santa Messa ha visto la Supplica ai Santi Martiri per i Consacrati perseguitati: dunque il rosso del Piviale di Padre Alter rappresenta il sangue del Martirio e il conseguente reliquiario mostrato per l’adorazione alla conclusione della Messa ce lo dimostra.
© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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