Category Archives: Sante Messe

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Roráte coéli désuper del 20-12-2020

Roráte coéli désuper del 20-12-2020. Don Giorgio Lenzi

di redazione

Domenica 20-12-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.

Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Cristiano Scandali, il chierichetto Giuseppe Baiocchi e il turiferario Massimiliano Raspino. Al canto gregoriano Lodovico Valentini.

Dall’omelia di don Giorgio Lenzi, emerge come in questo tempo di Avvento noi abbiamo invocato ed atteso dal cielo la venuta del Salvatore. Roráte coéli désuper recita ancora l’Introito di questa IV Domenica di Avvento, ultima di questo tempo.

Dunque la Salvezza è un qualcosa che non tocca tanto la liberazione dell’umanità sulla terra, ma si parla di qualcosa di ben più grande, ovvero la salvezza di ogni anima. Ed ecco perché la venuta nella storia del Figlio di Dio diviene apertura al prodigio della salvezza per l’eternità.

Nella pagina del Vangelo odierno, la figura di Giovanni Battista spicca sicuramente, poiché vengono narrati i fatti straordinari della vita di Nostro Signore. Eventi annunciati prima dai profeti, poi dal cugino Giovanni – ultimo profeta dell’Antico Testamento – primo Martire del nuovo testamento.

Ad un certo punto, per decreto divino, tutto si ferma ed arriva il Salvatore: storicamente viene collocata nella realtà questo annuncio di salvezza. Il momento storico è preciso e come ogni evento di grande rilievo la Chiesa colloca la Santa Messa esattamente con perfetta precisione: la 00:00 tra il 24 e il 25 dicembre di ogni anno.

Nel momento del peccato originale, atto vero e concreto, Dio costretto a reagire, dopo ampie ed illimitate concessioni, vide cadere nel peccato d’orgoglio l’uomo e conseguentemente le porte del paradiso si chiusero: si dischiuderanno unicamente con una riparazione totale e degna dell’offesa che era stata commessa. Nessun uomo riuscirà da allora a riparare quell’abisso fra l’umanità e il creatore, che era stato creato da quel primo peccato e che aveva macchiato le future generazione in maniera indelebile. Ed ecco perché tale divino decreto, che stabilisce per l’eternità il verbo di Dio, il solo capace di riparare quell’offesa, si unirà all’umanità, si farà carne e quella riparazione sarà perfetta ed alimenti quella salvezza di ogni singolo uomo che vuole coglierla e farla propria, poiché come ci ricorda Sant’Agostino: “colui che ci ha creati senza il nostro concorso, non ci può salvare senza il nostro concorso”.

Dunque con la nascita di Cristo, si materializza anche quella chiave che potrà riaprire le porte sigillate del paradiso, torna tra noi quello scettro glorioso vengono per liberarci dalla prigione in cui la nostra condizione di peccatori ci aveva relegato. Dolce chiave che riapre la porta del cielo, che ci riapre appunto l’Eternità.

Quanto, dunque, diviene importante riacclamare queste verità di base? Oramai purtroppo, molti battezzati, misconoscono tutte queste verità di base, che dovrebbero essere scontate, ma che scontate ora non sono più. In pochi ormai credono che Gesù Cristo è il figlio di Dio, ma molti lo hanno trasformato in un “primordiale” esponente di movimenti politici, in un simbolo di pace, in un simbolo di amore, ma sempre accostandolo all’elemento terreno, basso, orizzontale. Oggi è sparito quel senso di verticalità, di Ariston, di alto, di trascendente: non abbiamo più lo slancio per vedere le cose eterne del cielo, quando di contro, Egli è la chiave del paradiso.

Se aderissimo completamente alla Verità, nessun uomo, né potenza politica terrestre, sfiderebbe tale Verità, la Santa Chiesa e tutti correrebbero ai piedi dei santi altari ad implorare la salvezza dell’anima (lo spirito) e dei corpi (la materia). Perciò bisogna tornare a difendere i diritti di Dio, celati diabolicamente dal liberalismo, dal sincretismo e dall’indifferentismo.

Prepariamoci al Santo Natale – afferma don Giorgio – con strumenti semplici: le buone letture, una confessione ben preparata e la recita del Santo Rosario; anche a costo di essere “una carne sbattuta dal vento” o essere “una voce che gridava nel deserto”, come il Battista.

© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Ad te levávi ánimam meam del 29-11-2020

Ad te levávi ánimam meam del 29-11-2020. Don Giorgio Lenzi

di redazione

Domenica 29-11-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, presbitero dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.
Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, il chierichetto Giuseppe Baiocchi e il turiferario Alessandro Grilli. All’organo Francesco Angelini e al canto gregoriano Giuseppe Spinozzi.
Dall’omelia di don Giorgio Lenzi, abbiamo capito come siamo all’inizio del nuovo ciclo liturgico dell’Avvento. Santa Romana Chiesa ci fa rivivere i misteri della liturgia nella Redenzione, affinché gli affanni e le preoccupazioni della vita che l’uomo vive nel quotidiano, possano mantenere la mente verso le realtà eterne del cielo.
L’Avvento si pone come contraltare alla Santa Quaresima: sono i due tempi di preparazione penitenziale, anticamere di due grandi solennità, fondati sui più grandi misteri della nostra fede, ovvero l’Unità e la Trinità di Dio e l’incarnazione nella resurrezione di Nostro Signore.
Dunque la preparazione del Natale e della Pasqua ci preparano al secondo di questi misteri. L’avvento ci prepara all’Incarnazione, la Quaresima alla passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo: elemento riparatorio per il peccato originale di Adamo al quale sono succeduti gli innumerevoli peccati che l’uomo è stato capace di compiere. La Natura dunque si ribella al suo Creatore compiendo il male e seminando dolore e morte. Per questo è importante in questo periodo una penitenza “gioiosa”, poiché questa si fonda non sull’errore del peccato, ma si contempla la gioia e la sicurezza nella salvezza: sappiamo che il Figlio di Dio si fa uomo – continuamente attraverso la grazia – per la salvezza di ciascuno di noi.
Allora i simboli della liturgia sono chiari: i paramenti sono violacei, si omette il gloria, anche se la domenica si mantiene l’Alleluia, proprio per manifestare questa gioia in cui rimane sempre una nota di giubilo. La Santa Messa termina con il “benedicamus Domino” proprio perché questa celebrazione continua per tutta la nostra giornata e in tutta la nostra vita.
La finalità di questo periodo è l’attesa “cieli piovete dall’alto e le nubi facciano discendere il giusto”, che il cielo chiuso dal peccato originale, si apra per inviarci la salvezza “il Verbo di Dio si farà carne e abiterà in mezzo a noi”. L’epistola ci invita ad allontanarci dai vizi, ci invita a renderci conto del gran dono che Dio intende fare all’umanità e quale è questo suo dono? Il più prezioso, ovvero suo Figlio: la seconda persona della Santissima Trinità.
Lo stesso Gesù Cristo che noi rifiutiamo continuamente nel peccato, che noi rifiutiamo abbassandolo alle esigenze del mondo – crisi della fede di oggi -, quasi che debba essa per prima piegarsi alle idee del mondo. Ebbene contemplare la salvezza, ci aiuta a capire che la fede non può essere asservita, ma essa deve regnare su gli altri contesti. Dunque anziché lamentarci, urlare contro il mondo, bisognerebbe iniziare a vivere bene, a dare l’esempio: sobri, pii, in preghiera – secondo i consigli dell’Apostolo Paolo -, per ricevere degnamente il vero e unico Messia che è già venuto per salvarci. Non aspettiamo nessun altro, poiché la salvezza è già avvenuta ed è per questo motivo che il Natale assume questa importanza fondamentale. Quest’anno più di altri anni e di altre epoche, abbiamo bisogno che il Signore venga. Tre sono le venute del Signore che invochiamo: la sua venuta storica, che rende il Natale celebrazione solennissima, di quel cammino che segna l’inizio della nostra salvezza; la sua venuta spirituale attraverso la santa liturgia, la quale non è nostalgico ricordo di un passato lontano, ma diviene – attraverso la sua trasmissione generazionale – elemento del presente, che ci conduce verso il futuro sperato, dove questa venuta presente avviene sugli Altari e si conserva nei tabernacoli, dove è custodito Dio vivo e vero, in anima, corpo e divinità pronto a visitare le nostre anime; infine l’annuncio della Sua venuta, annunciata dai profeti, dove questo tempo liturgico di oggi ci prepara a quell’ultima venuta del Cristo Giudice che è fine di tutto, ma è anche inizio di una eternità, quel momento che sarà preambolo dell’eternità beata, per coloro che ne sono degni, e della dannazione eterna per coloro che si sono allontanati dalla retta via.
Dice Gesù nel Vangelo di oggi “il cielo e la terra passeranno, la parola di Dio non passerà mai”: anche in mezzo agli sconforti di questi tempi, in mezzo agli scandali, in mezzo ad una società che sembra non avere più la fede, sappiamo che Dio non abbandona mai la Chiesa, che Dio non abbandona mai i suoi figli, non abbandona mai i battezzati.
© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatión del 08-11-2020

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatión del 08-11-2020 . B. M. Salter

di redazione

Domenica 08-11-2020 alle ore 16:00, presso la Chiesa del Sacro Cuore (Chiesa dei Sacconi) presso Via Filippo Corridoni, 10, 62029 Tolentino (MC) si è svolta la Messa Cantata in rito romano antico organizzato dalla Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Tolentino a cui il Coetus Fidelium “Beato Marco da Montegallo” ha partecipato.
Ha celebrato la Santa Messa Padre Bernard M. Salter, aiutato dal cerimoniere Giuseppe Polverini, Giuseppe Baiocchi (chierichetto) e Bruno Fianchini (Turiferario). Il coro ha visto la presenza di Lodovico Valentini, Edoardo Belveredesi, Cristiano Scandali e Fabrizio Diomedi. In cantoria Andrea Carradori (organo) e Michele Carloni (voce).
Padre Salter nella sua omelia si è concentrato sul Vangelo di Matteo nel quale si compie un altro miracolo: «Mentre Gesú parlava alle turbe, ecco che uno dei capi gli si accostò e lo adorò, dicendo: Signore, or ora mia figlia è morta: ma vieni, imponi la tua mano su di essa, e vivrà. Gesú, alzatosi, gli andò dietro con i suoi discepoli. Quand’ecco una donna, che da dodici anni pativa una perdita di sangue, gli si accostò da dietro, e toccò il lembo della sua veste. Diceva infatti tra sé: Solo che io tocchi la sua veste e sarò guarita. E Gesú, rivoltosi e miràtala, le disse: Abbi fiducia, o figlia, la tua fede ti ha salvata.
E da quel momento la donna fu salva. Giunto che fu alla casa del capo, vedendo dei suonatori e una turba di gente rumoreggiante, disse: Ritiratevi, poiché la fanciulla non è morta, ma dorme. E lo deridevano. Ma dopo che la gente venne fatta sgombrare, Egli entrò, prese la giovane per mano ed ella si alzò. E la fama di ciò si diffuse per tutto quel paese». Il frate ci ricorda che l’adorazione di Cristo non deve avvenire “di sfuggita”, con superficialità, ma con sentimento e metodo, un amore che arrivi alla profondità del nostro animo.
Proprio da questa profondità, l’ultima parte della Santa Messa ha visto la Supplica ai Santi Martiri per i Consacrati perseguitati: dunque il rosso del Piviale di Padre Alter rappresenta il sangue del Martirio e il conseguente reliquiario mostrato per l’adorazione alla conclusione della Messa ce lo dimostra.
© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Réquiem aetérnam dona eis, Dómine del 02-11-2020

Réquiem aetérnam dona eis, Dómine del 02-11-2020. Don A.Leonesi

di redazione

Lunedì 02-11-2020 alle ore 20:30, presso la Chiesa del Sacro Cuore (Chiesa dei Sacconi) presso Via Filippo Corridoni, 10, 62029 Tolentino (MC) si è svolta la Messa Cantata in rito romano antico organizzato dalla Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Tolentino a cui il Coetus Fidelium “Beato Marco da Montegallo” ha partecipato.
Ha celebrato la Santa Messa il Vicario generale della diocesi di Macerata Don Andrea Leonesi, aiutato dal cerimoniere Edoardo Belvederesi, Fabrizio Diomedi (chierichetto) e Bruno Fianchini (Turiferario). Il coro ha visto la presenza di Lodovico Valentini, Andrea Carradori e Giuseppe Baiocchi.
Il Messale di San Pio V, nella Commemorazione dei fedeli defunti e durante le cerimonie funebri, prevede l’assoluzione al tumulo eretto sopra un catafalco. Ma cos’è il catafalco e perché veniva utilizzato? L’Etimologia del termine “Catafalco” è alquanto incerta: gli esperti propendono che derivi dal latino “captare” (catturare lo sguardo) e da “palco” (luogo elevato e visibile).

In questa foto, esempio di catafalco presso la Chiesa della Trinità dei pellegrini a Roma. In sostanza il Catafalco era una “costruzione in legno” formata da una base a “tronco di piramide” rivestita solitamente di tessuto nero damascato con ricamo a rilievo di “teschi con tibie incrociate” e “clessidre alate”, simbolo per i cristiani dell’inesorabile trascorrere del tempo della dissoluzione del corpo dopo la morte. Questa base poi, di solito, era sormontata da una bara (logicamente senza salma) sul cui coperchio veniva ulteriormente innestata una sfera dorata (sempre di legno) sulla cui sommità svettava una scultura lignea a forma di “colomba con le ali aperte”. Il tutto poteva misurare in altezza mediamente sui 5 o 6 metri e in larghezza 3 o 4 metri.

Quello che doveva colpire il fedele era la “verticalità” che aveva il compito di dare il senso di ascesa al cielo del defunto. Ai lati del Catafalco, come buona regola, venivano posti vari candelabri d’argento o d’ottone, ed a seconda della solennità, potevano variare da 8 a 12, intervallati da uno spazio sufficiente ad ospitare un vaso solitamente adornato di crisantemi. Veniva disposto davanti all’altare o nella navata principale della chiesa; talvolta era sostituito da un semplice drappo nero, detto coltre funebre. Questo completo addobbo funerario, veniva allestito principalmente durante l’Ottavario dei Defunti dal 2 al 9 novembre o in occasioni particolari come la morte di un Pontefice o del Patriarca. Accanto al Catafalco, durante l’Ottavario dei Morti, veniva posto anche un “mastodontico leggio” elevato da una pedana, affiancato da un gigantesco candelabro a più braccia sul quale ardevano perennemente dei ceri. Ogni sera alla funzione, un “cantore” proclamava in lingua latina la “salmodia funebre” con melodia gregoriana e al termine di ogni salmo veniva spento un cero dal candelabro. Nei funerali invece, l’apparato veniva ridotto alla sola base troncoconica dove veniva adagiata la bara con il defunto, rimanevano però i candelieri le aste e il Crocifisso che facevano parte dell’addobbo detto “ordinario”. In più venivano “listate a lutto” le colonne della chiesa e drappeggiate con damaschi neri.
Con la Riforma Liturgica post-conciliare, tutte queste forme di “esteriorità scenografiche” sono state completamente sostituite da una Liturgia più “sobria” e più consona alla celebrazione stessa. Infatti il 2 Novembre, l’ottava dei defunti e negli anniversari funebri, non c’è la minima traccia , nelle nostre chiese, dell’ imponente catafalco. Tutto viene sostituito dal Cero Pasquale, simbolo di Cristo Risorto. Come Cattolici crediamo fermamente nella risurrezione di Cristo e quindi anche nella risurrezione dei nostri corpi, ma il significato in gioco è differente. Il catafalco non toglie nulla alla verità della Resurrezione, anzi, ci presenta un’altra verità che è quella della morte e del suffragio come necessario per la liberazione delle Anime dei defunti dal Purgatorio.
La società moderna fugge il dolore, la morte, quindi il catafalco suscita angoscia, malumore, spavento: da qui la sua dipartita.
La stessa sorte è capitata ai paramenti neri, che il Messale Tridentino obbligava a indossare per le messe funebri e il Venerdì Santo. Anche se il l’Ordinamento del Messale Romano (di Paolo VI) non elimina il colore nero dei paramenti liturgici. Vediamo cosa dice: Il numero 346 dell’Ordinamento in vigore afferma con forza: “Riguardo al colore delle sacre vesti, si mantenga l’uso tradizionale”. L’uso tradizionale, in Italia, fino agli anni ’70 era (e sarebbe ancora), per i funerali e la commemorazione dei defunti, il nero.
Quindi, secondo il capoverso e) Il colore nero si può usare, dove è prassi consueta, nelle Messe per i defunti. Peccato che in tutto l’orbe latino sarebbe prassi consueta questo colore, a parte il Giappone che godeva già di un’eccezione, perché il colore del lutto in quel territorio è il bianco e non nero. Purtroppo, prima, il paragrafo d) aveva introdotto già di fatto l’opzione del viola: d) Il colore viola si usa nel tempo di Avvento e di Quaresima. Si può usare negli Uffici e nelle Messe per i defunti. Quasi la totalità dei sacerdoti utilizza il colore violaceo per le messe funebri, perché il nero, come già detto, impressiona.
Infatti si sente spesso dire: “è lugubre, fa pensare alla morte, ma noi celebriamo la risurrezione, mica la morte!”. Allora – se proprio fosse veramente questa la motivazione – si abbia il coraggio di passare direttamente al bianco, come fanno negli Stati Uniti, dove tutti i cattolici ormai sono sepolti con il colore dei Santi e dei Beati confessori. Il viola invece dice piuttosto “penitenza”. Il viola dice “attesa” (Avvento): oramai, per il caro trapassato, è tardi per attendere, non aspetta più nulla, l’incontro è già in atto. Il viola – infine – nell’unione di blu e rosso parla dell’unione fra divino e umano: ma nel defunto noi vediamo invece la separazione dell’anima dal corpo, dove lo spirito torna al creatore e il corpo alla terra. Il viola, dunque, non possiede le proprietà simboliche per significare principalmente la morte, né la speranza della risurrezione, che risplende per contrasto con la morte.

Se invece si ha la fortuna di possedere nell’armadio della propria chiesa qualche pianeta funebre di un tempo, si vedrà con sorpresa che i paramenti neri hanno una proprietà speciale. Sono sempre ricamati o intessuti di argento o d’oro. Proprio per motivi simbolici! Stanno a significare, con il linguaggio del colore che si usa solo per le occasioni funebri: tutto sembra nero, come la morte, la fine, la mancanza di vita, ma – invece – si intravvede sul nero la luce (oro e argento) che viene dalla speranza, anzi dalla certezza della fede nel Signore Risorto. E’ lui la luce che illumina e anzi risalta meglio sullo sfondo oscuro della presente situazione di morte, lutto e distacco.

Il Vicario generale ha ricordato come l’evidenza del catafalco al centro della navata unica della Chiesa, ci ricorda i nostri cari defunti. In questa liturgia Réquiem aetérnam dona eis, Dómine si sottolinea questo ricordo e non a caso i paramenti neri della pianeta del presbitero sono ancora una volta monito di riflessione. Tali segni aiutano il fedele ad entrare in un grande mistero: per questo la commemorazione di tutti i fedeli defunti, deve ricordare a tutti noi che moriremo. Questo fattore può relativizzare molti degli eventi che l’uomo vive, fino a farci enunciare che la morte in realtà non esiste: il catafalco nero non ha nessun corpo sopra, poiché Cristo ci ha liberati tutti. Come ci ricorda il Vangelo di oggi, tutti coloro che hanno udito la voce di Dio, vivranno. Ogni uomo è affidato a Gesù, perché lui ha assunto la natura umana, homo-homini-deus, ha avuto l’affido di ogni uomo sulla terra. Così quando moriamo non è “la morte” che viene a prenderci, ma il buon Dio e proprio per tale motivo, la morte assume un altro valore e da qui il parallelismo con la sua “non esistenza”.
La resurrezione pasquale che annuncia che “Dio è risorto! È davvero risorto!” deve essere enunciato con convinzione, poiché il mistero della morte aiuta, l’uomo a vivere con una consapevolezza e dignità diversa.
Proprio per questo in questa giornata particolare preghiamo per tutte quelle anime sante che sono in purgatorio e non in paradiso, poiché la festa dei Santi, appunto, è stata celebrata ieri. Con tali anime residenti nell’anticamera del paradiso, ecco che può avvenire un aiuto in preghiera per loro, anche acquistando un’indulgenza. Quest’anno Papa Francesco I, ha esteso a tutto il mese di Novembre, la possibilità di acquistare l’indulgenza facendo visita al cimitero, rendendo possibile ben trenta indulgenze per i nostri cari defunti. La morte così non diviene che un effimero passaggio di consegne, diviene evanescente fobia del mondo terreno.
Per questo non bisogna vivere questa giornata con la tristezza e nostalgia per i propri cari, ma con gioia, la stessa che ebbero i tre fanciulli (e l’angelo che li protesse) Sadràch, Mesàch e Abdènego all’interno della fornace ardente che l’imperatore Nabucodonosor fece preparare per loro dopo che i tre si rifiutarono di adorare la sua statua d’oro, per celebrare Cristo – così ci ricorda il profeta Daniele.
Chiediamo al Signore questa grazia e di farci vivere in pace questa festa che aiuterà, tramite le indulgenze, le sante anime del Purgatorio, che ancora attendono di entrare nella pienezza del Paradiso: che noi possiamo dunque entrare in questo grande mistero, unione profonda con Gesù Cristo, noi che possediamo le primizie dello spirito, attendiamo la redenzione del nostro corpo e l’esplosione dello Spirito Santo in noi.
Dies ìrae, dìes ìlla,/Solvet seclum in favìlla,/Teste David cum Sibylla./Quantus tremor est futùrus,/Quando Iùdex est ventùrus,/Cuncta stricte discussùrus./Tuba, mirum spargens sonum,/Per sepùlchra regiònum,/Coget omnes ante thronum./Mors stupèbit et natùra,/Cum resùrget creatùra,/Iudicànti responsùra./Liber scriptus proferètur,/In quo totum continètur,/Unde mundus iudicètur./Iudex ergo cum sedèbit,/Quidquid latet apparèbit,/Nil inùltum remanèbit./Quid sum miser tunc dictùrus?/Quem patrònum rogatùrus,/Cum vix iustus sit secùrus?/Rex tremèndae maiestàtis,/Qui salvàndos salvas gratis,/Salva me, fons pietàtis./Recordàre, Iesu pie,/Quod sum causa tuae viae,/Ne me perdas illa die./Quaerens me, sedìsti lassus;/Redemìsti crucem passus;/Tantus labor non sit cassus./Iuste Iudex ultiònis,/Donum fac remissiònis,/Ante diem ratiònis./Ingemìsco tamquam reus;/Culpa rubet vultus meus;/Supplicànti parce, Dèus./Qui Màriam absolvìsti,/Et latrònem exaudìsti,/Mihi quoque spem dedìsti./Preces meae non sunt dignae,/Sed tu bonus, fac benìgne,/Ne perènni cremer igne./Inter oves locum praesta,/Et ab haedis me sequèstra,/Stàtuens in parte dextra./Confutàtis malèdictis,/Flammis àcribus addìctis,/Voca me cum benedìctis./Oro supplex et acclìnis;/Cor contrìtum quasi cinis;/Gere curam mei finis./Lacrimòsa dies illa,/Qua resùrget ex favìlla,/Iudicàndus homo reus,/Huic ergo parce Deus;/Pìe Ièsu Dòmine,/Dòna eis rèquiem. Amen.
In quel dì che le Sibille,/E Davidde profetàr,/Si vedrà tutto in favìlle/L’universo consumar./Qual tremor, quale spavento/L’Orbe tutto assalirà/Quando il Dio del Testamento/Giudicante a lui verrà./Allo squillo della tromba/Ogni avel si schiuderà,/Onde il corvo e la colomba/Alla valle insieme andrà./Si vedran Natura e Morte/In un punto istupidir,/Quand’innanzi al Vivo, al Forte/Dovrà ognuno comparir./Si vedrà nel libro eterno/Il delitto e la virtù,/Onde il Cielo oppur l’Inferno/Avrà l’uom per quel che fu./Ora, il Giudice sedente/Fra le nuvole del ciel,/Ai secreti d’ogni mente/Toglierà l’antico vel./Fra l’orror di tanta scena/Qual soccorso implorerò,/Mentre salvo sarà appena/Chi da giusto i dì menò?/Tu che salvi chi s’aggrada,/Re tremendo in maestà,/Mi schiudi al ciel la strada,/Fonte eterno di bontà./Che per noi prendesti carne/Ti rammenta, buon Gesù,/Onde allor abbi a salvarne
Dall’eterna schiavitù./Per me fosti in croce esangue/Tra i dolor da capo a piè;/Il valor di cotanto sangue/Non sia vano allor per me./Concedimi il perdono,/Giusto giudice ed ultòr,/Pria che a’ piedi del tuo trono/Sperimenti il tuo furòr./Peccator qual io mi veggo,/Copro il volto di rossor:/Tu dunque a me ch’el chièggo,/Dà benigno il tuo favor./Da te assolta fu Maria,/Per te salvo fu il ladron,/Onde viva in me pur sia/La speranza del perdon./Le mie preci, Nume eterno,/Non son degne, e chi no ‘l sa?/Ma dal fuoco dell’Inferno/Tu mi scampa per pietà./Ti dai capri mi dividi,/Di cui fìa Satànno il re,/Onde a destra co’i tuoi fidi/Trovi grazia innanzi a Te./Condannati i maledetti/Alle fiamme ed ai sospìr,/Allor chiama co’ dilètti,/Alla gloria dell’Empìr./Il dolor che in questo seno/Il mio cor di già ammollì,/A pietà ti muova almeno/Nell’estremo de’ miei dì./Lagrimòso quel momento/Onde l’uomo peccator/Dall’ignìvomo tormento/Andrà innanzi al suo Signor./Fra l’orror di tanto scempio,/Mostra, Dio, la tua virtù;/E il tuo sangue a pro dell’empio/Tutto impiega, buon Gesù.
© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Dómini Nostri Iesu Christi Regis del 25-10-2020

Dómini Nostri Iesu Christi Regis del 25-10-2020. Padre B. M. Salter

di redazione

Domenica 25-10-2020 alle ore 16:00, presso la Chiesa del Sacro Cuore (Chiesa dei Sacconi) presso Via Filippo Corridoni, 10, 62029 Tolentino (MC) si è svolta la Messa Cantata in rito romano antico organizzato dalla Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Tolentino a cui il Coetus Fidelium “Beato Marco da Montegallo” ha partecipato.
Ha celebrato la Santa Messa Padre Bernardo M. Salter aiutato dai chierichetti Giuseppe Polverini (cerimoniere), Cristiano Scandali (chierichetto) e Gianni Pievaroli (Turiferario). Il coro ha visto la presenza di Lodovico Valentini, Edoardo Belvederesi, Giuseppe Baiocchi. In cantoria all’organo il Maestro Andrea Carradori, coadiuvato da Michele Carloni (voce).
L’altare Ad Deum della Chiesa ha visto la presenza dell’oro: esso è la luce del Sole di Dio, è maschile, è positivo ed apollineo. L’argento, contrariamente è luce lunare, femminile, negativa, la notte delle streghe, dei sabba.
Nell’omelia il frate ha ricordato la celebrazione solenne di Dómini Nostri Iesu Christi Regis. Dunque la regalità di Gesù Cristo, Re del Cielo e della Terra: è importante capire come la sua regalità si estenda in tutto l’Universo. Ogni potere su questa terra, ogni autorità, dovrà rispondere a lui, poiché Egli è autorità su tutto. Gesù è Re dell’Universo, poiché è la parte della creazione più vicina a Dio, già di natura divina in quanto “incarnato” nella nostra fragile umanità e ciò rappresenta già un primato su tutto il resto della creazione.
Di conseguenza è Re dell’umanità perché è colui che ci ha redenti, è colui che ci ha riconciliati con il Padre: è il mediatore, è colui che offrendo se stesso a cospetto di Dio ha pagato il prezzo del nostro riscatto e anche solo per ciò avrebbe diritto su tutti noi.
Egli è Re anche per la sua superiorità del suo amore: quando lo osserviamo in croce, noi vediamo l’apice della sua carità «nessuno può avere amore più grande di colui che dà la propria vita per i suoi amici»: è la verità incarnata.
Se oggi sulla terra si osserva una grande disordine, noi non riusciamo a vedere quelle grandi qualità del Regno di Cristo: un regno di amore, di pace, di grazia, di giustizia, un Regno di piena e perfetta armonia – proprio perché regna la carità: tutto è secondo giusta gerarchia con Dio all’apice ed ogni creatura è in sottomissione sotto di lui e ciò conduce alla piena partecipazione dei suoi aspetti buoni, giusti e ben fatti.
Perché non vediamo le qualità del Regno di Cristo sulla Terra? Perché l’istigazione dell’uomo non permette che Cristo regni sulla terra e si sforzano di ergere un regno opposto a quello di Cristo: non avviene per cui una sottomissione da parte dell’uomo al Regno di Cristo. Il risultato è il disordine, poiché solo nel Regno di cristo si può ottenere una pace e una giustizia.
È certo affermare che, se gli uomini possano volerlo o no, Cristo regnerà anche sulla terra e quando arriverà questo giorno, ogni re sulla terra risponderà a lui ed ogni ginocchio dovrà piegarsi.
Ora il Signore nella sua grande pazienza e bontà attende e sicuramente con questa grande opposizione a lui, compie questa attesa nel dolore. Sforziamoci dunque di far sì che Cristo Regni innanzi tutto in noi, nelle nostre menti, nel nostro intelletto, il quale deve essere sottomesso a Lui, che è Verità e Luce.
Così la nostra volontà sarà ubbidiente alla sua divina volontà, ma per poter ottenere tutto questo dobbiamo rivolgerci a colei che è nostra madre, Regina dell’Universo (regina, proprio perché è la più sottomessa a Lui, a Cristo) Maria Santissima, perché con il suo aiuto apriamo il nostro intelletto, i nostri cuori, le nostre volontà, affinché Cristo possa veramente regnare in noi.
© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Mihi autem nimis honorati sunt del 18-10-2020

Mihi autem nimis honorati sunt del 18-10-2020. Celebra don G. Lenzi

di redazione

Domenica 18-10-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, presbitero dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.
Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, il chierichetto Giuseppe Baiocchi e il turiferario Alessandro Grilli. Al canto il Maestro gregoriano Guillaume Boulay.
La saggezza plurisecolare della chiesa, fa prevalere in questa liturgia le feste degli apostoli e degli evangelisti, i quali prevalgono sul testo della Santa Messa domenicale. Per questo, domenica 18-10-2020, viene celebrata la festa del grande evangelista Luca: uno dei quattro autori del nuovo testamento.
Questa sovrapposizione del calendario, nulla toglie al pilastro della fede, ma rende giustizia alla celebrazione del Santo nel giorno del giusto culto a Dio.
La tradizione si fonda sulle dodici colonne, che sono i dodici apostoli e poi sui quattro evangelisti, di cui due sono del collegio apostolico, e due sono discepoli: quei santi quattro evangelisti che codificarono, secondo le disposizioni divine, i testi che saranno ritenuti infallibili dalla Santa Chiesa.
Anche se può apparire singolare, non tutto si trova nella Sacra Scrittura: la tradizione e la rivelazione – che si conclude con la morte dell’ultimo degli apostoli (San Giovanni) -, sono certamente più “ampie” della stessa Sacra Scrittura e costituiscono il tesoro della Dottrina Romana. Dunque tale celebrazione verso quegli uomini che per ordine divino presero carta e penna e scrissero la grandezza del Regno di Dio sulla terra, è sicuramente qualcosa di fondamentale.
Come ci afferma l’antifona introitale della Santa Messa di oggi: «I tuo amici Dio sono sommamente onorati, veramente forte è divenuto il loro principato».
Questa domenica del mese di ottobre è anche giorno missionale: dunque un tempo per riflettere sull’universalità del messaggio cristiano che è giunta in ogni punto della terra con la predicazione dell’opera della Chiesa.
Il libro del Nuovo Testamento, di cui San Luca è l’autore e poi il secondo volume Gli Atti Degli Apostoli sono fondamento della Nuova Alleanza e della Dottrina della Nostra salvezza: per questo gli Evangelisti sono costantemente in presenza dell’Altissimo, come narrato dalle visioni mistiche dell’Apocalisse. Non a caso San Giovanni affermò di vedere questi quattro esseri, che si trovano al cospetto di Dio costantemente. Questi quattro “esseri” non sono altro che la figurazione dei quattro Evangelisti, che hanno rivelato il Trono di Dio attraverso i quattro Vangeli.
L’arte cristiana li ha così consacrati: l’angelo per Matteo, il leone per San Marco, l’aquila per Giovanni e per il santo di oggi – San Luca – il bue. Non è certamente facile capire l’attribuzione di questi simboli. Per San Luca il significato zoomorfo è accomodatizio: il suo Vangelo inizia con la visione di Zaccaria (era un sacerdote) nel Tempio. All’interno del complesso religioso, venivano difatti sacrificati animali ed il sacrificio più grande consisteva nella scelta dei buoi.
Egli nacque ad Antiochia, da famiglia pagana ed esercitò la professione di medico (da qui l’appellativo a “medico delle anime e medico dei corpi”) e sarà il Santo capostipite di tutta una serie di Santi Medici venerati dalla tradizione cristiana.
Altre tradizioni su San Luca approvate dalla Chiesa, sono narrate dalla pietà dei cristiani e spesso immortalate in splendide opere d’arte. Quello che è sicuro è che l’evangelista Luca fu uomo di cultura, poiché lo percepiamo dal suo greco fluente ed elegante e dalla sua conoscenza della sacra scrittura in generale. La sua sapienza è individuabile anche dalla sua scrittura, similare agli storici greci del tempo: la sua capacità nel costruire discorsi verosimili, convincenti. Il suo Vangelo – scritto verosimilmente negli anni Settanta/Ottanta -, inizia con una dedica ad un certo Teofilo (personaggio illustre dell’amministrazione imperiale) apostrofandolo con il titolo di «Eccellentissimo», ma forse tale “Teofilo” non è mai esistito, ma esso diviene strumento del racconto per dedicare il Vangelo a tutti coloro che amano Dio: teofilo significa “colui che ama Dio”. Una sorta di personaggio che dovrebbe rappresentare tutti i cristiani, tutti i battezzati.
La tradizione artistica cristiana vede San Luca produrre le prime immagini della Madonna, sia in pittura che in scultura. Alcune famosissime e miracolose: dipinte sul legno dei mobili della Casa di Nazareth e la splendida vergine lauretana di Loreto, scolpita da San Luca nel legno degli ulivi del gezzello. Egli fu così in grado di dipingere e scolpire tutte le virtù e le qualità della Santa Vergine Maria.
Questa sua qualità artistica fu utilissima nella Chiesa, poiché verso l’VIII IX secolo si scatenò la crisi iconoclasta: in Oriente ci furono alcuni eretici che condannarono il culto delle sante immagini. Una guerra materiale, che produsse molti martiri, all’interno della quale, il suo essere anche artista aiutò la fazione retta a difendere il culto delle sante immagini.

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Iustus est, Dòmine del 27-09-2020

Iustus est, Dòmine del 27-09-2020. Celebra don Giorgio Lenzi

di redazione

Domenica 27-09-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, presbitero dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Il sacerdote si occuperà di regolare il nostro gruppo di preghiera stabile.
Don Giorgio Lenzi, dopo aver ringraziato per l’accoglienza Sua Eccellenza Reverendissima il Vescovo di Ascoli Piceno Mons. Giovanni D’Ercole, ha incentrato la sua omelia sull’importanza di questa Santa Messa appartenente alla plurisecolarità della Santa Chiesa. Il mettere a disposizione delle anime dei battezzati, i tesori della liturgia e tutte le grazie che ne vengono fuori è sicuramente un dono che la Chiesa ci fa.
L’attaccamento dei fedeli, di ogni generazione, alla liturgia è qualcosa di essenzialmente legato alle grazie del nostro battesimo. Ogni gesto, ogni parola, del culto ufficiale costituito dalla Santa Chiesa intorno all’essensa stessa dei sette sacramenti serve ad elevare la nostra anima verso il creatore e verso il Salvatore e nello stesso tempo dimostra, per quanto la nostra natura umana sia imperfetta e finita, il nostro amore verso Dio, la nostra attenzione verso l’Essere Supremo.
Non a caso il Vangelo di oggi, ci ripropone l’insegnamento del duplice prefetto dell’amore verso Dio e verso il prossimo: il comandamento d’amore che è fondamentale alla dottrina cristiana, alla dottrina della Nuova Alleanza. Ciò è il coronamento del decalogo, sempre valido, il quale deve essere sempre letto alla luce del comandamento che nostro Signore Gesù Cristo dà al Vangelo.
Oggi in questa società eccessivamente umano-centrica si predilige di commentare la seconda parte del precetto dell’amore e di incoraggiare questo verso il prossimo: elemento sicuramente certo e giusto, ma che purtroppo rischia di perdere il suo senso se non lo si considera alla luce della prima parte di questo comandamento e cioè l’amore verso Dio.
Non si può amare veramente il prossimo, senza amare Dio. Allora prima di insistere sulla seconda parte, i predicatori dovrebbe insistere sull’amore verso il Signore. Questa società che ambisce ad amare il prossimo e che forse, con la situazione sanitaria odierna, avrebbe dovuto certamente far scatenare fenomeni di filantropia, ha fatto emergere certamente un amore banale.
Questa situazione è dovuta propriamente alla dimenticanza di Dio, e all’amore verso quest’ultimo oramai sempre meno praticato. Il culto, per varie ragioni a volte è decadente e quindi anche nell’esplicitazione liturgica, i segni poco esprimono l’amore che si dovrebbe avere verso le pagine della Sacra Scrittura, verso la presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nel Tabernacolo e tutti i misteri che noi celebriamo, nelle nostre Chiese del Nostro culto.
Gesù dice infatti che il nostro primo comandamento è quello di amare Dio e se si osserva propriamente il decalogo, questo inizia proprio “Io sono il Signore Dio tuo e non avrai altro Dio all’infuori di me”: questo è tutto il bene che noi possiamo operare.
Dunque è importante riaffermare la disposizione che perviene da Dio stesso, quando concede le dieci leggi a Mosè: “Dio ci comanda di amarlo, perché ne ha pieno diritto” e siccome è la perfezione non vi è nessuno orgoglio e nessuna pretesa in questa richiesta da parte di Dio, verso gli uomini.
Certo si dirà che l’amore non può essere comando, che esso è libero, indipendente, ma Dio può comandarcelo, perché “tutto ha fatto per noi”: creatore di tutte le cose, salvatore – con il sacrificio di suo figlio, ha messo al nostro vantaggio tutti i tesori della sua bontà e della sua potenza infinita. Nei Vangeli di San Luca e in quelli di San Matteo si legge: “colui che non ama rimane nella morte”. L’amore vince la morte, come affermavano gli antichi romani paganeggianti.
Ma oltre al comando di Dio, si aggiunge un altro motivo: dobbiamo amare Dio perché egli merita di essere amato. Certo è strano poter giudicare ciò da parte nostra, ma grazie alla nostra ragione, alla nostra intelligenza possiamo valutare la grande dignità di Dio. Solitamente noi esseri umani amiamo una persona o per le sue qualità, o per l’amicizia che ci coinvolge, per gli atti che riceviamo da questa relazione. In Dio tutto si ritrova riunito, nello stesso essere, nella stessa entità peregrina di Dio Creatore, dunque nel modo più alto e più perfetto. Dio è immutabile, è essere sopra ogni altro essere, Egli è il centro di tutte le perfezioni e la Santità, la potenza, la bellezza, la sapienza, la bontà infinita. Dio con le sue qualità sorpassa all’infinito non solo tutto ciò che esiste, ma tutto quello che è possibile e immaginabile.
Per questo il salmo 47 afferma come “grande è il Signore e al di sopra di ogni lode”. Tutto il bene che è nel mondo, come il bello e il buono, tutto ciò che è grande, è partecipazione di quanto si trova in Dio in grado infinito. La perfezione del creato, la gloria degli angeli – puri spiriti -, sono solo un pallido riflesso della bellezza di Dio: le opere dell’uomo, l’arte, l’architettura, la musica, la letteratura – elementi che ritroviamo anche nel contesto liturgico del culto di Dio –, ebbene tutte queste meraviglie create, non sono che un raggio, a volte anche leggerissimo – non completo -, sono una partecipazione limitata delle perfezioni infinite di Dio e queste più infinite perfezioni sono degne del nostro amore, ma ciò non basta. Questo amore infinito non deve essere per necessità, ma dovrà essere gratuito, giusto ed equilibrato, perché Dio è perfezione.
C’è una differenza sostanziale tra l’amore di Dio e l’amore nostro. Il nostro amore, a tutti i livelli, per quanto cerchiamo di renderlo puro, di renderlo giusto e sempre più o meno interessato, poiché vuole sempre trarne un profitto – vuole ottenerne qualcosa.
Dio, di contro, è sempre perfettamente disinteressato: Egli non ama per sé, perché non ha bisogno di niente, egli ama perché vuole il bene sommo.
Perciò non si può intraprendere il cammino dell’amore del prossimo, se non si è capito l’amore verso Dio e per quanto non potremo mai equipararlo, arrivare al suo livello e rendergli amore nella sua stessa quantità con la quale Egli stesso ci ama, almeno potremo essere spinti di amarlo sempre di più e solo dopo, amare con giustizia e virtù i nostri fratelli, diversamente da come si vuole far credere oggi.
E che cos’è il giusto culto, se non il giusto amore verso Dio? Per questo si costruiscono le Chiese, si progettano belli altari, meravigliosi paramenti: tutto per rendere il giusto amore a Dio. E per quanto tempo, le generazioni passate hanno offerto il loro lavoro, il loro sacrificio, privandosi anche di cose essenziali per rendere bello il culto.
La virtù della religione è simmetrica alla giustizia: quest’ultima è dare a ciascuno quanto gli è dovuto. Dio allora, essendo infinito e perfettissimo è assolutamente impossibile rendergli il dovuto. La Chiesa, tuttavia, nel suo culto non ha mai disertato, proprio perché sa che bisogna tendere al massimo per dare amore e dare lode a Dio.

Membri della Confraternita della Buona Morte e del servizio all’altare: Giancarlo Tosti (Priore Confraternita), Lodovico Valentini (Cerimoniere), Don Giorgio Lenzi, Giuseppe Baiocchi (chierichetto), Aldo Ferretti (membro Confraternita), Daniele Paolanti (turiferario).

La virtù della religione, si accosta alla virtù della devozione, ovvero quel desiderio forte di praticare il culto con massimo impegno, come affermava dire San Tommaso D’Aquino il quale “correva” per celebrare il rito, ovvero la nostra devozione, la nostra preghiera verso Dio nei luoghi di culto durante le sacre funzioni. I grandi santi che aiutarono il prossimo, sempre si impegnarono nell’amore massimo verso Dio: è l’adorazione del tabernacolo, che ci spinge verso le grandi opere di misericordia che questi Santi hanno poi perpetrato. La celebrazione è alla base dell’amore verso Dio e conseguentemente all’amore verso il prossimo, come ci afferma il Vangelo di oggi.
Nel Vangelo di San Giovanni, Gesù ci dice “se mi amate davvero, osservate i miei comandamenti”: ecco il massimo dell’amore che possiamo fare. Elevare il giusto culto a Dio ed elevare la sua legge è il modo giusto per amarlo.

I membri del direttivo del Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo (da sinistra a destra): Cav. Costantino Brandozzi, Dott. Felice Spicocchi, don Giorgio Lenzi (regolatore del Coetus), Arch. Giuseppe Baiocchi, Cav. Fulvio Izzo, Dott. Maurizio Seghetti, Dott. Francesco Angelini (organista).

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Presentazione dell’Istituto del Buon Pastore

Presentazione dell’Istituto del Buon Pastore. Di don Giorgio Lenzi

di redazione

Sabato 26-09-2020, presso la Bottega del Terzo Settore (Corso Trento e Trieste n.18 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo ha ospitato don Giorgio Lenzi, presbitero dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.
Don Giorgio Lenzi è stato cerimoniere del seminario di Courtalain; la liturgia resta tutt’oggi la sua passione principale. Ancora seminarista, ha insegnato per 4 anni i rudimenti della lingua latina ai seminaristi dell’anno di propedeutica dell’Istituto. Dopo l’ordinazione don Lenzi è stato vice-parroco per tre anni nella parrocchia personale Saint-Eloi in Bordeaux occupandosi di numerose attività pastorali quali il gruppo d’universitari, il catechismo, gli scouts e pellegrinaggi parrocchiali.
Attualmente gestisce diversi aspetti pratici della casa San Clemente. Ha lavorato per tre anni in maniera stabile nella segreteria ed archivio dell’Eminentissimo e compianto Cardinale Dario Castrillon Hoyos che ha accompagnato fino agli ultimi istanti della Sua vita terrena. Don Lenzi collabora con il seminario dell’Istituto dispensando le sessioni di storia liturgia e di liturgia pratica per il biennio filosofico. Attualmente ricopre anche l’incarico di Procuratore Generale curando le relazioni a nome dei Superiori con la Santa Sede.
L’Istituto del Buon Pastore è un istituto di diritto pontificio eretto canonicamente l’8 Settembre del 2006, sotto il Pontificato di Sua Santità Benedetto XVI, grazie all’interessamento di Sua Eminenza Rev.ma il Cardinal Castrillon Hoyos. Si tratta di una società di vita apostolica senza voti dipendente dalla Dottrina per la Congregazione della Fede.
Le sue sedi principali si trovano in Francia. A Bordeaux si trova la casa madre, presso la Parrocchia personale Saint-Eloi e a Courtalain (nella diocesi di Chartres) è sito il seminario San Vincenzo de’ Paoli nonché la residenza del Superiore Generale. L’Istituto è stato fondato da cinque sacerdoti che hanno a cuore la formazione del clero e la conservazione e difesa delle sane tradizioni della Chiesa nella liturgia e nella dottrina, contro gli errori moderni nel contesto di una nuova evangelizzazione.
Fra questi sacerdoti, vi è il primo Superiore Generale, il Rev.mo don Philippe Laguérie nato a Sceaux il 30 settembre del 1952 e ordinato a Ecône il 29 Giugno 1979.
L’attuale Superiore Generale, eletto il 28 agosto 2019, è il Rev.mo don Luis Gabriel Barrero Zabaleta, nato il 5 Dicembre del 1966 a Bogotà (Colombia).
L’Istituto conta una trentina di membri incardinati e una quarantina di seminaristi ed é presente in diversi paesi del mondo: in Europa è in Francia, Italia e Polonia; in America Latina ha quattro case in Brasile e una in Colombia diversi altri progetti di fondazione sono in corso attualmente.
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Miserére mihi, Dómine del 20-09-2020

Miserére mihi, Dómine del 20-09-2020. Celebra don Nicola Bux

di redazione

Domenica 20-09-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Nicola Bux, presbitero dell’arcidiocesi di Bari.
Ad aiutare il celebrante, il cerimoniere Edoardo Belvederesi, il chierichetto Giuseppe Baiocchi, il turiferario Stefano Foracappa, il cantore Lodovico Valentini e l’organista Francesco Angelini.
Don Nicola Bux ha incentrato la sua omelia su di una questione molto particolare: l’umiltà. Questa umiltà deve essere nostra amica, poiché siamo alla presenza di Dio. Guai, dunque, a mettersi in mostra davanti al Signore. Non possiamo non ricordare la parabola del Fariseo e del Pubblicano: il primo che ostentava davanti a tutti, mentre il secondo che dagli ultimi banchi si batteva il petto e chiedeva perdono.
Dalla parabola odierna il Signore ci dice la stessa cosa: quando sei invitato, non prendere i primi posti, mettiti all’ultimo, cosicché colui che ha compiuto gli inviti, ti inviterà a sua volta. Di contro, si potrebbe incorrere ad una ammonizione da parte del padrone di casa, di dover alzarsi di posto e recarsi negli ultimi banchi.
Quando ci si reca così a celebrare il culto, dai Ministri fino all’ultimo fedele, non bisogna ridurre la liturgia ad un mero teatro, né teatrino. Sia nel nuovo che nell’antico rito, questa è la tentazione principale: a partire dal prete. Il mettersi in mostra viene tuttavia stigmatizzato potentemente dal Signore. Come non ricordare le “parate” degli scribi e dei Farisei.
L’istituzione più sacra degli ebrei è il sabato, nel quale non era consentito nulla. Gesù pone così la questione: «è lecito curare un uomo il giorno di sabato»? Gli scribi e i farisei, sempre pronti ad appuntare tutti i precetti, restano così interdetti: proprio loro che “filtravano il moscerino e ingoiavano il cappello” erano sempre i primi a puntare il dito su colui che avrebbe voluto curare di sabato un malato. I farisei così si tacciono davanti alle parole di Gesù, forse per le loro troppe trasgressioni, tenute celate.
Bisogna stare attenti ad essere peggio dei farisei. Quale dunque il giusto comportamento? Ce lo dice S.Paolo: «radicati nella carità». Le radici del nostro atteggiamento davanti al Signore, devono affondare nel terreno della carità. Non a caso humus, umiltà sta a significare proprio il possedere la consapevolezza di mantenere sempre i “piedi per terra” poiché siamo fragili e siamo peccatori.
La perfezione delle cerimonie dell’antico rito non è ricercata per l’uomo, ma per Dio, il quale merita una celebrazione curata: non si tratta Dio come un inserviente. Le esposizioni al rischio di abusi liturgici nel nuovo rito, sebbene frequenti, non significano che i celebranti dell’antico siano “protetti” dal compimento di alcuni errori. Anzi il rischio è maggiore: un margine molto ristretto di soggettività, pone l’attenzione alla massima cura, la quale non deve sfociare dell’apparenza, ma nell’umiltà.
L’auspicio di don Nicola Bux verso il nostro Coetus Fidelium è essere esemplari nell’umiltà e nella carità. Essere comprensibili delle difettosità e delle fragilità altrui, perché tutto deve sempre partire da una comprensione delle nostre fragilità. Qui sta l’umiltà, poiché: «chi si esalta, sarà umiliato e chi si umilia, sarà esaltato».
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Puer natus est nobis del 25-12-2019

Puer natus est nobis del 25-12-2019. Celebra don Riccardo Patalano

di redazione

Mercoledì 25-12-2019 alle ore 11:00, presso la nuova Chiesa dedicata a San Savino in Uscerno di Montegallo si è svolta la Santa Messa cantata in rito romano straordinario di Natale ‘Puer natus est nobis’.
La liturgia è stata celebrata dal Vice Cancelliere di Curia don Riccardo Patalano, aiutato dal chierichetto Giuseppe Baiocchi, dal cantore Lodovico Valentini e dal Maestro Francesco Angelini all’organo.
Dall’omelia di don Riccardo Patalano, il prologo di Giovanni, che solitamente si afferma alla fine della Santa Messa nel rito romano straordinario, oggi è stato letto durante la prima parte della Messa. Questo perché Dio oggi si è fatto carne nel seno verginale di Maria, Madre di Dio, sempre Vergine prima durante e dopo il parto, perché considerata Nuova Arca dell’Alleanza, intesa come inviolabile: essa non poteva conoscere le doglie proprio perché immacolata.

Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi, si è incarnato, si è fatto uomo, si è rivestito di carne umana e ha fatto sì che la carne umana, redenta dal peccato per effusione del suo preziosissimo sangue, il giorno terribile della crocifissione del sacrificio in qualche modo venisse redento e divinizzato da poter entrare nel cielo: questo è l’importanza del Santo Natale. Lo stesso San Giuseppe ha dato il nome a Gesù: Emanuele, Dio con noi – ed egli si è sottomesso ai suoi genitori.
Un Dio che si sottomette all’umanità. Questo è l’amore infinito, indefettibile, eterno. Dio, oggi, nel 2019 è ancora in mezzo a noi e si fa ancora più piccolo, perché diviene presente nell’Eucarestia, nel Tabernacolo che diventa “grembo verginale” – non in maniera ideale, ma reale.
Tornando a Giovanni, egli afferma appunto che Gesù non è stato però riconosciuto dall’umanità. Oggi noi preghiamo per lui? Basta compiere piccoli gesti di santità, come la preghiera e l’adorazione. Oggi più che mai dobbiamo tornare ad inginocchiarci: in un mondo in cui tutti vogliono essere alla pari di Cristo, in piedi davanti a lui, perché tutti si credono sovrani, nessuno più si inginocchia.
Questo è l’atto più superbo dell’epoca contemporanea, poiché non si riconosce più il Re dei Re. Ma Dio è luce che dissipa le tenebre e davanti a lui – homo, homini, Deus -, dobbiamo tornare ad inginocchiarci per tendere verso la santità e il paradiso.
© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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