Category Archives: Sante Messe

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Ómnis terra adóret te del 15-01-2023. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Ómnis terra adóret te del 15-01-2023. Don Giorgio Lenzi (IBP)

di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 15-01-2023, presso la Chiesa di San Cristoforo della Confraternita della Buona Morte governata dal Priore Giancarlo Tosti (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo ha curato la celebrazione del rito romano antico nella forma cantata, Dominica secunda post Epiphaniam – Ómnis terra adóret te, celebrata dal nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso presso la Santa Sede.
La Santa Messa ha visto la presenza di don Matthieu Raffray (IBP), Amministratore del Distretto d’Europa dell’Istituto del Buon Pastore. Al servizio all’altare i chierichetti Giuseppe Baiocchi e Antonello Voce; al turibolo Michele Carloni. Al canto abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta. La celebrazione ha avuto la gioia di ricevere la visita dell’Arcivescovo Mons. Palmieri, vescovo di Ascoli Piceno, che ha assistito, predicato e impartito la benedizione pontificale dopo i saluti finali.
Una visita per la quale il Coetus e l’Istituto del Buon Pastore (che assicura l’assistenza spirituale del gruppo con la messa mensile e il sacramento della confessione) sono grati a Sua Eccellenza per la sua disponibilità nell’esercizio della paternità pastorale e spirituale verso tutte le realtà della diocesi.
Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Dicit Dóminus del 20-11-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Dicit Dóminus del 20-11-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)

di redazione

Riportiamo l’omelia della Santa Messa di domenica 20-11-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica XXIV et Ultima Post Pentecosten – Dicit Dóminus, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare il chierichetto Giuseppe Baiocchi. Al canto abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.

Nella predica Don Giorgio ci ricorda come in questo mese di novembre, mese dei morti con il freddo invernale che inizia, con le giornate corte e poco luminose, in questo mese, in questo tempo in cui è più facile riflettere sulla nostra misera condizione, sulla fragilità della natura umana, su quanto è temibile la morte e quanto brutto sia il peccato; ebbene possiamo essere favorevoli al pensiero delle “cose ultime”. La sacra liturgia va proprio in siffatta direzione in quanto ultima domenica dell’anno liturgico. L’anno liturgico rappresenta nel culto il ciclo della nostra vita ed allo stesso tempo la storia dell’umanità, la storia della salvezza. Alla luce di questa lettura del ciclo liturgico possiamo dire che questa domenica rappresenta la fine di tutto, la fine del mondo, la quale ci deve indurre verso una necessaria riflessione. Dobbiamo pensare alla seconda venuta del Cristo e dobbiamo prepararci ad essa. San Paolo nell’Epistola prega per i cristiani, affinché conducano sempre una vita degna di Dio, in maniera tale di piacergli sempre, in tutto per poter avere il giusto e buon posto nell’eternità.

Il nostro amato Salvatore ci rivolge un lungo discorso nelle pagine del Vangelo. Lungo ed enigmatico, nel quale il livello del presente, del passato e del futuro si mischiano e si confondono lasciandoci quasi storditi come appunto saremo noi stessi quando il figlio dell’uomo ritornerà sulla terra per giudicarci. La distruzione del tempio di Gerusalemme, il tempio simbolo dell’antica alleanza è annunciata in queste parole del Cristo e si produrrà nell’anno settanta come era già stato profetizzato da Daniele. Nostro Signore però, non separa la rovina materiale di Gerusalemme dalla fine del mondo, perché la punizione che colpisce i giudei è figura della punizione che attende noi tutti alla fine del mondo se noi stessi abbiamo rigettato con il peccato la salvezza offerta dal Figlio di Dio.
Siamo messi in guardia: dei momenti difficili arriveranno.. con dei falsi profeti, dei falsi salvatori, ma non sarà ancora la fine, serve solo a prepararci! In quest’epoca confusa e poco cristiana nella quale noi viviamo, cari amici, sforziamoci di non perdere il senso primo della nostra fede, della nostra morale cristiana, non facciamoci ingannare dagli pseudo-profeti. Siamo attaccati da questa società senza Dio, siamo attaccati dagli errori e dalle ambiguità diffuse – alle volte – dalla confusione di noi sacerdoti stessi, primi responsabili del gregge.
Tanta confusione sulla religione e sulla verità avviene certamente, ma non per tale ragione noi dobbiamo cercare il nemico solo sull’altro da me, ma guardiamoci anche nel nostro orgoglio e dalla nostra cattiva fede. Chiediamoci se noi stessi abbiamo capito veramente la grandezza della nostra vera e santa religione e quanto sia gravoso il male, l’errore e il peccato, poiché se tale comprensione non dovesse giungerci, continueremo – nonostante le buone intenzioni – a convivere con la superficialità del mondo. Si tratta certamente di un gioco socio-politico di contrapposizione fra la destra e la sinistra che spesso ci travolge tutti anche nel contesto della vita cristiana. Se la lotta, il combattimento, per la Fede non è orientato alla salvezza, ma solamente ad una lotta interna alla Chiesa Cattolica, tale combattimento è interessante dal punto di vista umano o intellettuale, ma non da quello del punto di vista della vita eterna.
La preoccupazione per la Fede vera, per la dottrina di sempre deve produrre frutti spirituali che devono condurci rettamente alla fine dei tempi.. al giudizio prima particolare, poi universale. Dobbiamo dunque giungere a tale stato, con coscienza retta, opere buone e odio del peccato. I nemici di Cristo sono ovunque anche fra chi crede di essere migliore degli altri. Il nemico di Cristo può essere ciascuno di noi, se non ci prepariamo bene al giorno del giudizio finale e pensiamo solo alle cose di questo mondo.
Noi non conosciamo né il giorno, né l’ora nel quale il Figlio di Dio apparirà dal Cielo con il simbolo della Redenzione: la Santa Croce! La nostra vita, i nostri ideali, le nostre lotte, i nostri successi non servono a molto se non insiste la gloria della Croce. Il cielo, la terra, anche codesta predica, passeranno, ma non passerà mai la parola del Salvatore: una parola eterna, che vince su ogni errore e su ogni peccato. Scegliamo il campo giusto.
Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Visita a Castel Gandolfo presso il Palazzo Apostolico

Visita a Castel Gandolfo presso il Palazzo Apostolico

di redazione

Eretto nel 1624 per volontà di papa Urbano VII Barberini su progetto di Carlo Maderno, sul sito del Castello Savelli fu edificato il Palazzo Pontificio; nelle fasi finali della costruzione Gian Lorenzo Bernini collaborò alla realizzazione di un’ala e costruì un cancello nei giardini, oggi non più visibile.

All”interno della Cappella di Urbano VIII e in altri spazi adiacenti si possono ammirare affreschi di Simone Lagi e dei fratelli Zuccari, mentre nella Galleria del Bernini si possono ammirare affreschi di Pier Leone Ghezzi. Citiamo anche la Sala da Pranzo di Clemente XIV (Sala da pranzo di Clemente XIV), la Sala del Trono (Sala del Trono) decorata con arazzi e la Sala dello Scalco (sala del maggiordomo personale del Papa) con dipinti di Salvator Rosa.
La residenza pontificia fu abbandonata nel 1870 a causa della caduta dello Stato Pontificio, fino al 1929 quando, dopo i Patti Lateranensi, tornò ad essere residenza estiva dei Papi. Il 21 ottobre 2016 per decisione di Papa Francesco, il Palazzo ha dismesso le sue vesti di residenza estiva papale ed è diventato ufficialmente un museo.

La Famiglia pontificia è costituita da quei dignitari che servono il pontefice quotidianamente, lo assistono nelle cerimonie e lo coadiuvano nel governo temporale dello Stato. Ai membri della Famiglia sono affidati compiti di governo, consultivi, di segreteria, di sicurezza e organizzativi. Anche nella Famiglia, come nella Cappella, alcune cariche sono tradizionalmente assegnate agli esponenti delle più importanti famiglie aristocratiche romane: Orsini, Colonna, Ruspoli, Barberini, Sacchetti, Chigi, Massimo, Altieri, Naro Patrizi ecc. È un modo per coinvolgere il tessuto sociale della città nella struttura della corte, malgrado questa rimanga sostanzialmente clericale e l’aristocrazia viva, proprio in questi anni, un forte fenomeno di arretramento.
L’ordine della Famiglia è dato dalla familiarità con il pontefice, e cioè al ruolo di vicinanza, del servizio svolto e alla partecipazione alla vita quotidiana del Papa.

Divisa del VII Principe di Cerveteri Don Alessandro Ruspoli “Gran Maestro del Sacro Ospizio Apostolico” (Magister sacri hospitii 1869-1952). La carica del Maestro del Sacro Ospizio Apostolico è stata sempre considerata una delle grandi cariche laiche della famiglia Pontificia. Egli prestava servizio in tutte le Cappelle papali e nei Concistori pubblici, oltre che nelle solenni udienze ai Sovrani Regnanti e ai Capi di Stato, con lo specifico compito di riceverli e accompagnarli sia al cospetto del Sommo Pontefice che dell’Em.mo Cardinale Segretario di Stato, così come di seguirli anche durante la visita alla Basilica di San Pietro. Nominato dal Santo Padre con Breve Apostolico, dal 1811 tale carica è stata costantemente conferita a membri della famiglia Ruspoli di Cerveteri, in successione all’antichissima ma estinta famiglia ducale Conti di Poli e Guadagnolo. A tutte le solenni funzioni pontificie, il Maestro del Sacro Ospizio veniva accompagnato da quattro Guardie Svizzere, facendo altrettanto anche dopo la funzione. Nelle Cappelle Papali, infatti, egli si tratteneva fuori dal presbiterio, per poi recarsi a destra dell’ingresso della quadratura solo all’arrivo del Papa, presso il banco dei Cardinali diaconi. Durante i Pontificali egli versa l’acqua alle mani del Pontefice, così come a Natale e Pasqua riceveva la comunione direttamente dalle mani del Santo Padre. Nella processione del Corpus Domini e alle Canonizzazioni incedeva, inoltre, con la torcia accesa davanti alla Croce Papale. Penultimo Maestro del Sacro ospizio, prima che la carica venisse abolita in seguito al Motu Proprio Pontificalis Domus del 1968, è stato il Principe Alessandro Ruspoli di Cerveteri, che oltre ad essere Cavaliere dell’Ordine Supremo del Cristo e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano, con Breve del 28 maggio 1916 di Papa Benedetto XV, ebbe speciale concessione del titolo di “Gran Maestro”. ©GiuseppeBaiocchi

Uniforme del capitano comandante della Guardia Nobile (in alta uniforme o d’onore). Ultimo comandante del corpo è stato il marchese Mario Filippo Benedetto del Drago (Roma, 22 marzo 1899 – Roma, 20 dicembre 1981). La prima era l’uniforme d’onore utilizzata per le occasioni più importanti e per le celebrazioni liturgiche in cui la guardia era presente. Essa era composta da un elmo da corazziere piumato di bianco e crinato di nero, una giubba rossa con bandoliera e spalline dorate una cintura bianca in vita, pantaloni bianchi e stivali neri da cavallerizzo. In tutti questi particolari l’uniforme ricordava chiaramente quella dei corazzieri e tale rimase sino alla soppressione del corpo, in ricordo dell’originaria funzione svolta da questa guardia. L’unico armamento della guardia nobile era costituito da una sciabola da cavalleria e anche questo corpo, come quello della Guardia Svizzera pontificia, era tra i pochi ad essere autorizzato a portare le armi anche in chiesa e alla presenza del pontefice. ©GiuseppeBaiocchi

Divisa del VII Principe di Cerveteri Don Alessandro Ruspoli “Gran Maestro del Sacro Ospizio Apostolico” (particolare della placca di Gran Croce dell’Ordine Piano).

Uniforme del capitano comandante della Guardia Nobile (particolare delle onoreficenze tra cui si individua l’Ordine Piano e la placca di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Costantiniano). ©GiuseppeBaiocchi

Alta Uniforme di capitano della Guardia Nobile con copricapo bicorno. La guardia nobile faceva le proprie apparizioni in pubblico solo nelle occasioni in cui il Papa svolgesse delle attività in pubblico e durante il periodo di sede vacante il corpo si poneva al servizio del Collegio dei cardinali. Tra le funzioni di sicurezza personale, ad esempio, quando il papa quotidianamente faceva la propria passeggiata nei Giardini Vaticani, due guardie nobili lo seguivano a distanza per vigilare sulla sua incolumità. Oggi tale funzione è ricoperta dalla Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano. ©GiuseppeBaiocchi

Alta Uniforme di capitano della Guardia Nobile con copricapo bicorno (particolare dell’ordine cavalleresco equestre pontificio di San Gregorio Magno). ©GiuseppeBaiocchi

Nel modello, il Maresciallo del conclave o Custode del conclave, appartenuto al Principe Sigismondo Chigi della Rovere-Albani. Questa figura è il custode del conclave, con il compito di assicurarne la riservatezza dalle interferenze esterne. È una carica ereditaria, in origine appannaggio della famiglia Savelli, poi passata ai Chigi. ©GiuseppeBaiocchi

Cameriere segreto di Cappa e Spada d’onore laico. I camerieri segreti potevano essere di cappa e spada, cioè nobili laici, in numero di cinque con precise funzioni e assistenza da camerieri detti de numero e camerieri laici soprannumerari e camerieri d’onore. I «Camerieri segreti di spada e cappa partecipanti» che svolgevano effettivo servizio nella Famiglia pontificia e partecipavano alle elargizioni degli emolumenti erano: 1) il “Gran maestro del Sacro Ospizio” (VII Principe di Cerveteri Don Alessandro Ruspoli); 2) il “Foriere maggiore dei sacri palazzi apostolici”, al quale era affidata la preparazione materiale dei trasferimenti pontifici (marchese don Giovanni Battista Sacchetti) 3) il “Cavallerizzo maggiore di Sua Santità”, il quale sovrintendeva le scuderie papali (don Giacomo Serlupi-Cescenzi) 4) il “Soprintendente generale delle poste”, ovvero l’antico organizzatore dei viaggi papali, che apriva e chiudeva la porta della carrozza pontificia (S.E. il principe don Camillo Francesco Massimo); 5) i latori della Rosa d’oro (consegnavano ai destinatari la Rosa d’oro) 6) il segretario per le ambasciate (riceveva i regali portati al papa dai visitatori) 7) l’esente delle Guardie nobili di servizio diurno 8) i camerieri segreti di cappa e spada soprannumerari (laici che dovevano appartenere alla nobiltà o avere un’alta posizione sociale, prestavano servizio ordinario di anticamera, specialmente durante la sede vacante). ©GiuseppeBaiocchi

Cameriere segreto di Cappa e Spada d’onore laico (particolare). Paolo VI riorganizzò nel 1968, con il motu proprio Pontificalis Domus, i servizi connessi alla persona del Papa, per privilegiare i servizi effettivi a scapito di «quelli che non sono che nominali, decorativi ed esteriori». Egli soppresse i camerieri segreti partecipanti, i camerieri d’onore in abito paonazzo, i camerieri d’onore extra urbem ed i camerieri laici «di cappa e spada». Creò poi i «gentiluomini di Sua Santità», corpo che accoglie i laici. I camerieri segreti soprannumerari presero il nome di cappellani di Sua Santità. ©GiuseppeBaiocchi

Nel corteo che accompagna l’ingresso del Papa era assicurata dai cordoni mobili della Guardia Nobile, Svizzera e dai mazzieri. La tradizione di portare un bastone, o mazza, d’argento e ornato con lo stemma del pontefice, ha origini molto antiche e serve a segnalare la dignità papale. Il mazziere o Aiutante di Camera è una gentiluomo munita di mazza, con riferimento a maggiordomi, guarda portoni o uscieri di palazzi signorili o a chi ha l’incarico di guidare cortei o processioni, di dirigere le cerimonie durante le funzioni religiose o di corte. Il corteo papale veniva svolto seguendo ben determinate precedenze, che prevedevano anzitutto Dignitari, collegi e ordini con ben 38 tipologie e quindi i Ministri e gli inservienti con 11 tipologie, di cui la decima e penultima è costituita dai mazzieri, che portavano nelle cerimonie la mazza d’argento, simbolo di autorità. Sorto probabilmente verso il secolo XII, il collegio dei servientes armorum, detto poi dei sergentes armorum e quindi dei mazzieri pontifici, era uno dei numerosi uffici o corpi di cui si componeva la corte papale e assunse maggiore rilevanza dal secolo XVI, iniziando il suo declino nella seconda metà del XIX secolo. ©GiuseppeBaiocchi

Foriere maggiore dei sacri palazzi apostolici”, al quale era affidata la preparazione materiale dei trasferimenti pontifici appartenente alla schiera dei Camerieri segreti di Cappa e Spada d’onore laico. (marchese don Giovanni Battista Sacchetti 1912-1968). ©GiuseppeBaiocchi

Divisa del marchese don Giacomo Serlupi-Crescenzi Cavallerizzo Maggiore di Sua Santità, appartenente alla schiera dei Camerieri segreti di Cappa e Spada d’onore laico. ©GiuseppeBaiocchi

Il Bussolante Pontificio, addetti dell’anticamera pontificia, appartenente alla schiera dei Camerieri segreti di Cappa e Spada d’onore laico. ©GiuseppeBaiocchi

Guardia Nobile Pontificia (uniforme di servizio). Il reggimento delle Guardie nobili (soppresso nel 1970): 1) il capitano comandante 2) il capitano 3) il vessilifero ereditario di Santa romana Chiesa, che portava il gonfalone o stendardo papale e apparteneva alla famiglia dei marchesi Patrizi Naro Montoro, marchesi di baldacchino (ultimo rappresentante il marchese don Patrizio Patrizi Naro Montoro (1888 – 1968). Il drappo portava la seguente descrizione: “un drappo di seta rossa guarnita di frangia a fiocchetti pure di seta rossa intarsiata d’oro con cordoni e fiocchi simili, il drappo ha sparso nel campo stelle ricamate in oro e da ambo le parti nel mezzo lo stemma gentilizio del papa pro tempore ricamato in oro e in seta con i colori del suo blasone sovrastato dal triregno con le chiavi incrociate; la grande asta è di legno dorato terminando con la lancia di metallo inargentato”. 4) i tenenti 5) il sottotenente 6) gli esenti ©GiuseppeBaiocchi

Trono di Pio IX per la Sala del Concistoro. Manifattura Braqueniè per l’intaglio dorato e Manifattura Sauvrezy per la tappezzeria ad arazzo disegnata da Jules Le Blanc, Parigi 1877. ©GiuseppeBaiocchi

Flabello: ventaglio che affiancava sempre il Pontefice ©GiuseppeBaiocchi

Roberto Fantuzzi, Papa Pio XI con la corte Pontificia nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano – olio su tela 1936.

Alla fine del Cinquecento i Pontefici entrarono in possesso dell’area che diventò patrimonio inalienabile della Santa Sede. Urbano VIII Barberini ( 1623 – 1644) fu il primo Papa a villeggiare in questa residenza, nella primavera del 1626, una volta terminati i primi lavori di sistemazione del Palazzo, affidati a Carlo Maderno. Toccherà ad Alessandro VII Chigi (1655/1667) completare la costruzione del Palazzo pontificio. Clemente IV Ganganelli (1769 – 1774) ampliò la residenza con l’acquisto dell’adiacente villa Cybo e del suo enorme parco dell’estensione di circa tre ettari, trasformato in uno splendido giardino, ricco di marmi, statue e fontane di grande pregio.

Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Dóminus fortitúdo plebis del 17-07-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Dóminus fortitúdo plebis del 17-07-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)

di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 17-07-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica sexta post Pentecosten – Dóminus fortitúdo plebis, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare due diaconi del medesimo Istituto: don Joseph Cuchet (IBP) e don Alexandre Saphy (IBP); e il seminarista del capitolo di San Remigio don Pierre Guérin. All’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
Nella giornata di ieri, sabato 16-07-2022, una piccola delegazione del Coetus si è recata a Roma, presso la Trinità dei Pellegrini per assistere  alla celebrazione dei dieci anni di sacerdozio da parte del nostro regolatore don Giorgio Lenzi (IBP): Bordeaux 29 giugno 2012 / Roma, 29 Giugno 2022.
Oggi, nell’omaggio al nostro regolatore, per l’omelia, ha preso la parola il diacono francese don Joseph Cuchet (IBP), il quale dopo aver ringraziato lo stesso sacerdote, il Priore Tosti e il Coetus per l’ospitalità, ha così esclamato – in perfetto italiano – l’importanza di Gesù Cristo.
Non possiamo immaginare quale sia stata l’attrazione esercitata dal figlio di Dio fatto uomo sulle folle della Palestina: 4.000 persone che seguono Gesù per tre giorni senza mangiare: chi oggi farebbe una cosa del genere? Questo rappresenta già una lezione importante per noi. Se troviamo difficile andare alla Santa Messa, ascoltare la predica di un diacono francese, quando si potrebbe essere in spiaggia, dobbiamo ancora una volta ricordare quei tempi, nei quali tanta gente seguiva Gesù ovunque sia per ascoltarlo, sia per vederlo, che per seguirlo. Nessuno si preoccupava dei beni materiali, ma si ambiva unicamente ad avere Gesù Cristo. Proprio in questo tempo quando tutti avevano la parola di Dio come unico regola, ecco che Egli si preoccupa di aiutare tutti, senza contare che alla fine, mancano solo sette scorte di pane e di pesci.
In questi tempi travagliati, l’importanza del ricordo diviene fondamentale e se ci si sforza di effettuare questo principio e ci si abbandono nelle sue braccia, allora non dobbiamo preoccuparci di nulla: tutto il resto ci sarà dato ed ancora di più. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è una splendida figura di riferimento al sacramento dell’eucarestia: Dio vede la nostra miseria, dalla nostra povertà del peccato originale, non possiamo fare niente da soli, per ritrovare l’amicizia con Dio, per ritrovare l’unità della grazia. Per salvare tale folla, Gesù darà la vita e non basta una eternità per capire l’immensità di questo mistero. Abbiamo peccato, abbiamo rifiutato Dio e lui risponde dando la sua vita, sacrificando lui stesso per la nostra salvezza. Solo capendo questo noi possiamo avvicinarci alla Santa Messa e come dobbiamo prepararci a ricevere nostro Signore, sotto l’apparenza del pane. Bisogna ricevere il messaggio che Egli vuole dirci, attraverso i mezzi scelti da lui: quali la Santa Chiesa, la liturgia, i sacramenti, l’insegnamento dei nostri sacerdoti. Questa preparazione è molto importante per ricevere tutti i frutti della Santa Comunione. Come afferma San Paolo nell’Epistola “dal Battesimo, non siamo più schiavi del peccato” e il nostro uomo vecchio è stato crocefisso con Gesù.
Bisogna ancora una volta sforzarsi di seguire Cristo nel deserto sia nei momenti facili, che in quelli difficili, affinché egli ci dia il cibo necessario, per essere sempre con lui nell’eternità.

da sinistra a destra: il Priore della Confraternita Orazione e Morte Cav. Giancarlo Tosti, il diacono don Joseph Cuchet (IBP), il sacerdote don Giorgio Lenzi (IBP), il diacono don Alexandre Saphy (IBP) e il seminarista del capitolo di San Remigio don Pierre Guérin.

Nella splendida cornice di Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno, sotto l’ombra di Papa Paolo III Farnese inserito nella serliana di Palazzo dei Capitani. Da sinistra a destra: il seminarista del capitolo di San Remigio don Pierre Guérin, il diacono don Joseph Cuchet (IBP), il sacerdote don Giorgio Lenzi (IBP), il diacono don Alexandre Saphy (IBP) e il responsabile del Coetus Arch. Giuseppe Baiocchi.

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Requiem aetérnam dónaé is Dómine del 30-06-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Requiem aetérnam dónaé is Dómine 30-06-2022. Don Giorgio Lenzi

di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa Requiem di giovedì 30-06-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Requiem aetérnam dónaé is Dómine, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Alessandro Grilli, Fabrizio Diomedi (chierichetti) e Edoardo Belvederesi al canto.
Nelle esequie tradizionali le parole che il sacerdote rivolge non si effettuano durante la messa, ma al termine della celebrazione, proprio perché il sacerdote deve servire il Signore prima del defunto, quindi non sarebbe giusto interrompere la celebrazione per un’orazione. La Chiesa che è Maestra ci insegna tutte queste utili nozioni per farci sempre più amare e glorificare Dio, anche in un funerale proprio per la salvezza dell’anima della nostra sorella Maria.
Ebbene non è mai facile predicare ai funerali poiché è difficile rivolgersi a delle persone che hanno perso un caro, colui che sicuramente ha rappresentato una parte essenziale della nostra vita. Ammettiamo pure che Dio non esistesse, ebbene sarebbe giusto comunque trovarci in questo luogo, trovarci intorno alle spoglie mortali della nostra sorella Maria: una madre, una sposa, una nonna, una donna che ha percorso le stesse strade della nostra vita. Ancora di più, se il ricordo, la necessità umana, è importante e indispensabile, ancora di più diviene fondamentale l’aspetto religioso. Noi sappiamo che la nostra vita non termina con la morte, ma la nostra vita continua: non abbiamo la possibilità di verificarlo con i nostri sensi, ma la rivelazione ce lo dice e sappiamo che è importante anche restare in contatto spirituale attraverso gli strumenti della Chiesa, ovvero tramite i suffragi, cioè le preghiere che possiamo fare per i defunti: una modalità per poter essere in relazione con loro, di raccomandarli a Dio ed una volta che sono con Dio essi possono ricordarci presso la Divina Maestà. Ed allora il tutto diviene un grande dono, nonostante la tristezza per quanto oggi possiamo trovarci qui ad officiare la funzione per la nostra sorella scomparsa.
Nei testi del rito romano antico, appunto, vedrete quanto è profondo lo spirito di questa preghiera. Un tempo si aveva un po’ paura dei funerali, di quel colore nero – Cattolico e Romano – un po’lugubre che trasmetteva ai più teneri di cuore il memento mori. In realtà se si leggono i testi, essi sono pieni di speranza, ed affidano l’anima della nostra sorella Maria alla misericordia di Dio, che forse è l’unica che non mente mai. Quando Dio afferma una cosa, essa è per sempre. Quindi il giorno del battesimo della nostra sorella, Dio gli ha promesso la salvezza e durante tutti i momenti della sua vita, essa ha avuto la possibilità di restare vicino a Dio. Ed ecco perché siamo qui e perché stiamo cantando dei testi che sono i più antichi del rito cristiano. Se vi è una cosa che si è cristallizzata nella storia della religione cattolica, è proprio il rito del funerale perché è una cosa talmente intima, che mai la chiesa ha osato toccare queste preghiere che oggi noi abbiamo recitato e continueremo a recitare nell’ultima parte della celebrazione per la nostra cara sorella Maria. Allora.. dobbiamo pregare per i defunti, non dobbiamo dimenticarli. Purtroppo sì, la vita della terra ci distrae, spesso non ci fa più pensare a coloro che non ci sono più. All’inizio il dolore forte, quello che stiamo vivendo oggi, ma questo ricordo odierno non deve essere dimenticato e ogni tanto il nostro pensiero, la nostra preghiera deve andare verso coloro che non ci sono più. E proprio perché dobbiamo essere aiutati, e non sapendo mai quanto tempo ancora al defunto occorra affinché ci sia un incontro completo con Dio, la Chiesa ci insegna che bisogna pregare, ed è per questo che esiste la dottrina del Purgatorio. Infine c’è una cosa spiacevole, ma che bisogna dire: quando ci ritroviamo in una chiesa intorno ad una bara, intorno ai resti mortali di una persona che ci è stata cara e che noi onoriamo perché esso è stato sede dello Spirito Santo, ed è per questo che tutti questi riti, queste preghiere intorno ad un corpo che ora è privato dell’anima, non cambia l’importanza della materia corporale, la quale è stata battezzata, cresimata e detiene ancora adesso per noi la massima importanza e il massimo cordoglio.
Il funerale quindi non può che ricordare anche la morte: quando noi ci troveremo lì, al posto di questa donna. Un argomento evitato spesso certamente, ma che non può non essere affrontato per l’importanza che detiene, poiché ricorda all’uomo mortale se le nostre azioni, se la nostra vita cristiana, se tutto quello che facciamo è conforme all’insegnamento di Nostro Signore e conforme all’insegnamento della Chiesa e guardare anche ai nostri cari che forse sono stati anche più esemplari di noi e cercare di imitarli per guadagnare quel posticino vicino a Dio un giorno in cielo e rincontrare appunto le persone cara che si trovano nella gloria di Dio, una volta purificate e salvate. In queste esequie il nostro cuore deve unirsi al Santo Sacrificio della Santa Messa per onorare in maniera solenne – forse per l’ultima volta in questo modo, la nostra sorella che affidiamo all’infinita misericordia del Signore, così sia.
 Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Benedícta sit sancta Trínitas del 12-06-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Benedícta sit sancta Trínitas 12-06-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 12-06-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, In festo Sanctissimae Trinitatis – Benedícta sit sancta Trínitas, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi, Michele Carloni (chierichetti) e Davide Di Salvatore (turiferario); all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
Dall’omelia di don Giorgio Lenzi ci ritorna di insegnamento l’argomento della Santa Messa di questa domenica: Dio Padre, Dio figlio, Dio Spirito Santo: cioè la Santissima Trinità. Dal punto di vista pedagogico del culto cristiano vi è un momento particolare per celebrare un mistero così importante. Dopo aver celebrato le grandi solennità pasquali, ci accingiamo oggi a celebrare uno dei due misteri principali della nostra fede: unità e trinità di Dio (il mistero di oggi) e incarnazione e passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo. Durante proprio il segno della croce, noi ricordiamo il rinnovamento continuo di questi simboli, dove Dio è uno, ma in tre persone uguali, il Padre, il figlio e lo Spirito Santo: queste tre persone divine hanno appunto la stessa sostanza – lo cantiamo e lo recitiamo nel Credo – essendo tutte e tre lo stesso Dio, ed è proprio da qui che si può parlare di transustanziale nel Credo. Queste tre persone sono distinte, tra esse non c’è confusione, esse non si sovrappongono: c’è il Padre, c’è il Figlio e c’è lo Spirito Santo. Ma la comprensione umana non può arrivare in maniera univoca a comprendere identità e distinzione e di fronte a ciò bisogna inginocchiarsi e credere – appunto – nella Santissima Trinità.
Dobbiamo sottomettere la nostra intelligenza alla fede, senza appunto cedere alla tentazione antropocentrica in cui la nostra intelligenza debba capire sempre ogni cosa. Ciò – sia chiaro – non significa rimanere nell’ignoranza, ma affidarsi ad un’entità superiore che ci permea e che ci aiuta. Nell’epoca della totale immanenza, credere – dunque affidarsi – è l’azione più difficile. Ebbene questo mistero di oggi è uno dei più importanti poiché identifica propriamente la nostra santa religione. Infatti gli altri culti sparsi per il mondo e frammentati, non possono in nessun modo – nella loro dottrina – accettare l’unità e la Trinità di Dio ed è proprio questo che ci contraddistingue.
Bisogna dunque difendere con forza questo mistero che sì, può apparirci incomprensibile, ma che indica chiaramente chi siamo. Pochi sono i santi che si sono avvicinati alla grandezza di questo mistero. Una di queste è Santa Barbara decapitata dallo spietato padre pagano. Il padre di Santa Barbara, Dioscuro, fece costruire una torre per rinchiudervi la bellissima figlia richiesta in sposa da moltissimi pretendenti. Ella, però, non aveva intenzione di sposarsi, ma di consacrarsi a Dio. Prima di entrare nella torre, non essendo ancora battezzata e volendo ricevere il sacramento della rigenerazione, si recò in una piscina d’acqua vicino alla torre e vi si immerse tre volte dicendo: “Battezzati Barbara nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Per ordine del padre, la torre avrebbe dovuto avere due finestre, ma Barbara ne volle tre in onore della Santissima Trinità. La finestra trilobata – come spiegò la santa – fa permeare nella stanza una luce unica, ma passando dalle tre aperture i tre raggi in realtà provengono da un’unica fonte.
Altro esempio ci giunge da San Patrizio, che in Irlanda – durante la conversione dei pagani – usò la pianta del trifoglio per chiarire ai Celti il concetto della trinità: i tre petali sono distinti, ma provengono dall’unico gambo madre.
Sono chiaramente esempi che non esprimono assolutamente l’immagine metafisica di questo mistero, ma che aiutano alla percezione di esso in forma figurata.
Dio stesso, ad esempio, al popolo eletto, parlava al plurale: non affermava “io sono”, ma “noi siamo”, Egli parla in questo modo proprio per iniziare a prepararci a questo mistero. Di fronte a ciò la Chiesa ci invita non tanto alla comprensione, ma alla adorazione del Mistero. Anche nei testi liturgici, laddove la liturgia è nostra maestra di vita – nel messale di San Pio V spesso ci si rivolge alla Santissima Trinità, oppure alla simbologia canora dove la trinità appare come strumenti della chiesa e lo ritroviamo all’interno del Kyrie, del Sanctus, dell’Agnus Dei e del Domine non sum dignus.
Ed ecco perché tutta la preghiera cristiana inizia sempre con quel segno della croce, il quale deve divenire punto fermo di tutta la nostra giornata: Padre (creatore), Figlio (salvatore), Spirito Santo (amore eterno).
 Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Vocem iucunditátis del 22-05-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Vocem iucunditátis del 22-05-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 22-05-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica quinta post Pascha – Vocem iucunditátis con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto) e come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
Oggi le pagine del Vangelo accendono i riflettori sulla preghiera, la quale è antica quanto l’umanità. Oggi siamo nella nuova e definitiva alleanza che non può più cambiare: “in Verità e Verità vi dico, tutto ciò che domanderete al padre nel mio nome, egli te lo concederà” – dunque appare all’uomo l’intercessore, questo potente avvocato, che è Dio stesso fattosi uomo. Quindi Cristo ci invita costantemente alla preghiera, dove la preghiera personale è importantissima, ma l’espressione principale è appunto il culto pubblico della Santa Chiesa, la Sacra liturgia.
Per questo vediamo che nelle orazioni, queste particolari preghiere (quella che precede l’Epistola, la Colletta, la Secreta o la Post Communio) si concludo tutte per “Dómini nostri Iesu Christi” o sempre con un riferimento cristologico. Questo perché la chiesa esegue quello che Cristo ha ordinato, chiede a suo nome di Gesù Cristo le cose di cui l’uomo ha bisogno, siano esse materiali o spirituali. Non a caso nel Vangelo di oggi, vi è un imperativo che risuona nella lettura “chiedete”, dunque un comando formale che quindi deve essere rispettato e applicato. Tale preghiera fa entrare l’uomo in uno stato di grazia divina, senza la quale ci è impossibile anche di fare la più piccola azione buona che possa essere necessaria alla salvezza eterna.
Come affermò Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696 – 1787): “Chi prega si salva, chi non prega si danna”, poiché si tratta specificatamente della nostra volontà ad essere uniti a Dio. Non a caso Giuseppe Melchiorre Sarto, (San Pius PP. X 1835 – 1914) condannava – nell’enciclica Pascendi Dominici gregis (1907) – questo benessere individualistico dell’uomo moderno e contemporaneo, come “immanentismo”. Anche la preghiera individuale che alleggerisce e migliora la nostra anima, non è il fine, ma il mezzo e lo strumento di un percorso di elevazione dell’uomo che ha il suo culmine nella Santa Messa. I quattro fini della preghiera sono dunque, l’adorazione, il ringraziamento, la propiziazione, la supplica. La preghiera fortifica le virtù cristiane e dà forza spirituale, ma bisogna pregare sempre sia quando gli eventi sono positivi, sia quando divengono negativi. Bisogna pregare anzitutto anche quando noi stessi siamo cattivi e non il mondo esterno a noi. Quando ci si trova in una situazione di peccato, anche ripetuto, è proprio lì che bisogna continuare a pregare, poiché lì si esce dal peccato e malgrado tutto – anche con un peccato radicato – vogliamo amarlo, vogliamo servirlo e quindi ci aiuterà.
Anche compiere dei gesti simboli della preghiera è molto importante come atto di devozione al Signore. Oggi, nel mese di Maggio, portare fiori alla Madonna, accendere un lume, sono gesti cristiani di preghiere: siamo uomini e viviamo anche attraverso simboli e segni. Anche imprimere un legame spirituale con degli oggetti o immagini, come il caso odierno della benedizione delle rose, fa tendere l’uomo a realtà spirituali più alte. Questo è il grande tesoro della Chiesa e non deve essere disperso nella tempesta che la società moderna ci crea ogni giorno, rigettando tutto ciò che è spirituale e tradizionale con un vero e proprio odio.
Mille sono le modalità, all’interno della dottrina cristiana per rivolgersi a Dio, senza volgersi alle mistificazioni della moderna spiritualità che ci allontana dal sacro.
 Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Quasi modo géniti infántes 23-04-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Quasi modo géniti infántes 23-04-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)

di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 23-04-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica in Albis (Quasi modo géniti infántes) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto) e Fabrizio Diomedi (chierichetto), all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
 Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Òculi mei semper 20-03-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Òculi mei semper 20-03-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 20-03-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica tertia in Quadragesima (Òculi mei semper) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto), all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
Prima di iniziare la consueta predicazione, il nostro sacerdote ha voluto comunicare ai fedeli l’incontro con Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Gianpiero Palmieri, Vescovo di Ascoli Piceno. L’incontro si è svolto con cordialità e il Vescovo incoraggia il Coetus Fidelium a proseguire questo percorso di fede insieme al nostro sacerdote don Giorgio Lenzi (IBP). Il Vescovo ha immaginato in un futuro, non troppo lontano, una visita a questa nostra comunità. Mons. Palmieri ha ringraziato don Giorgio per la pastorale che sta compiendo nella città di Ascoli Piceno e ha generosamente inviato i propri saluti all’assemblea presente per un cammino sereno di Quaresima, verso la Santa Pasqua.
Durante l’omelia don Giorgio Lenzi (IBP) ci ha affermato come il Santo tempo di Quaresima è forse la temporalità più difficile, perché il fervore dell’inizio della Quaresima, si è spento, la Pasqua sembra ancora lontana, quindi diviene momento particolare.
In questi giorni di penitenza quaresimale, dobbiamo adoperarci per rendere la nostra vita cristiana più completa. Le sacre pagine di oggi, ci mostrano il Signore che schiaccia un demonio e ci forniscono una grande lezione di vita spirituale. Dunque la spiegazione di oggi consta nel metodo che il maligno impiega per riconquistare quelle anime, che un tempo sono state sue prigioniere – abbandonate nel peccato e nella pratica del male – e che poi hanno saputo ribellarsi, grazie anche alla loro forza di volontà, ma soprattutto alla forza data da Dio. Hanno saputo trovare in Dio e in loro stessi, il modo di abbandonare il peccato ed è una grande soddisfazione come questo avviene. Di fronte a questa resistenza spirituale, di fronte a questa grande vittoria, dell’anima del cristiano, il male tuttavia si coalizza e cerca di insidiare quell’anima. Ed ecco che il demonio torna all’attacco ancora più violentemente e non da solo ci afferma il Signore nel Vangelo, ma aiutato da sette altri demoni, i quali attaccano la povera anima con ogni astuzia e con ogni violenza, concentrandosi ancora di più sui punti deboli del malcapitato.
Molti cristiani appena si sono liberati dai propri vizi e dai propri difetti, dopo un primo successo, sono tentati di nuovo ed in maniera ancor più virulenta.
Nella tentazione galoppante, il cristiano che tanto aveva fatto per ripulire la sua anima, si sente vinto ed impotente. Questa sconforto nell’uomo tende a concretizzarsi nella rinuncia al bene, al paradiso e la tentazione di “abbassare le braccia”, è una tentazione gravissima con la quale si rischia tutto sotto il punto di vista spirituale. Naturalmente il Signore conosce tutte le nostre miserie e ne conosce anche il contesto, conosce le modalità, conosce anche le difficoltà di risollevarsi dal proprio peccato, però non vuole che noi cediamo a quell’attacco violento del demonio.
La grazia non può risollevare dal peccato, e la sensazione umana – ed eretica – di sentirsi costantemente schiacciati dalla colpa, può solo che giocare a favore del maligno, poiché non si ha più fiducia del perdono di Cristo. Difatti la grazia divina è quel “fazzoletto di seta” che “smacchia” il male ovunque egli si posi.
Difatti, oggi, in questa società anti-cristiana, orizzontale, gnostica, appena un cristiano segue la giusta via di fede, viene come attaccato diabolicamente dalla società stessa, che “redarguisce” un comportamento “bigotto” o peggio una mentalità che vuole nutrire lo spirito. Ed è allora che dobbiamo continuare a lottare contro il “mondo” e proprio quando gli attacchi del maligno saranno più forti, lì si dovrà avere le più forte resistenza, poiché un’anima salvata in terra è un’anima che tende sempre più al paradiso. Dunque il vero insegnamento di Cristo nel Vangelo di oggi, è che non dobbiamo abbatterci davanti al ritorno delle tentazioni e quando abbiamo ottenuto un risultato, dobbiamo cercare ancora ed ancora il medesimo obiettivo raggiunto ed acquisito e non ricadere nell’abisso del peccato.
E nel Vangelo di oggi Gesù afferma: “Chi non è con me, è contro di me” – bisogna scegliere bene il nostro campo e stare con lui. Ed è proprio Gesù Cristo che ci afferma di continuare a lottare, malgrado tutto, anche quando sembra che non ci sia più via di speranza. E quali sono queste armi per difendersi dagli assalti? Preghiera regolare, Penitenza con digiuni e via crucis, Opere di carità con l’aiuto del prossimo: le tre colonne sulle quali possiamo costruire l’esercizio della virtù e la santità della nostra vita. Gesù Cristo nel Vangelo dice come “certi demoni si scacciano solo con il digiuno e la preghiera” – abbiamo mille armi offerte da Dio e dalla Chiesa per la buona battaglia, usiamole. In questa lotta preghiamo sempre la Madonna Santissima – Regina degli angeli e dei Santi – e ci aiutino in questo San Cristoforo, patrono di questa bella Chiesa e il Beato Marco da Montegallo, patrono di questo coetus fidelium.
 Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? 20-02-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? 20-02-2022. Di don Lenzi (IBP)

di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 20-02-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica in Sexagesima (Exsúrge, quare obdórmis, Dómine?) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto), Michele Carloni (turiferaio), all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta. 
Don Giorgio Lenzi (IBP) ci parla di questo tempo molto antico, della Sexagesima, iniziato domenica scorsa e mantenuto per secoli nel calendario liturgico della Chiesa, oggi è scomparso per la riforma liturgica avvenuta dopo il Concilio Vaticano II. Questo tempo, della durata di tre domeniche, precede la Quaresima: una fase intermedia che serve per preparare al nuovo periodo il fedele.
Perché sono chiamate così? Perché indicano rispettivamente la settima, la sesta e la quinta domenica avanti quella di Passione.
La Chiesa, dalla domenica di Settuagesima fino al Sabato Santo, tralascia nei divini uffizi l’Alleluia, che è voce di allegrezza, ed usa paramenti di color violaceo, che è colore di mestizia, per allontanare con questi segni di tristezza i fedeli dalle vane allegrezze del mondo ed insinuare in essi lo spirito di penitenza.
Nei divini uffizi della settimana di Settuagesima, la Chiesa ci rappresenta la caduta dei nostri progenitori, Adamo ed Eva, ed il loro giusto castigo; negli uffizi della settimana di Sessagesima ci rappresenta il diluvio universale mandato da Dio per castigare i peccatori; negli uffizi dei primi tre giorni della settimana di Quinquagesima ci rappresenta la vocazione di Abramo, ed il premio dato da Dio alla sua obbedienza ed alla sua fede.
Nella domenica odierna il Signore ci parla di una parabola: quella del seme che cade in luoghi diversi, portando un frutto differente. Il Signore, cosa rara, questa volta vuole spiegarci il significato della parabola. Il seme è la parola Santa di Dio: questa analogia del seme è la parola più adatta a rappresentare la divina parola della sua potenza, dove i grani, i sementi, sono la cosa più piccola che noi conosciamo nella nostra vita quotidiana. Questi granelli contengono una virtù potentissima e poderosa: quella di produrre una pianta e con un piccolo seme possono nascere altre piante. Quel seme è l’immagine buona della parola di Dio, una parola che si trasmette, che si dice, che si insegna. Lo stesso figlio di Dio nell’eternità non è altro che la parola che esce dalla bocca dell’eterno. Ebbene quella parola porta un frutto immenso. Ed allora il seme diviene la parola insegnata da Cristo. La parola di Dio dunque, è la verità rivelata e insegnata dalla Santissima Trinità beata agli uomini per via naturale (attraverso alcuni aspetti della creazione) e per via soprannaturale attraverso la manifestazione di Dio che si è manifestato più volte lungo la storia dell’umanità e questa rivelazione è terminata con la morte dell’ultimo degli apostoli San Giovanni Evangelista.
La parola di Dio deve essere contestualizzata e insegnata dall’autorità competente, altrimenti si scivolerebbe nell’idolatria. Le fonti della rivelazione sono tre: la Sacra Pagina (la parola di Dio), che deve essere accompagnata dalla tradizione della Chiesa; il Magistero della Chiesa che coordina e insegna – aderendo a quella Verità – il messaggio Cristico dottrinale e morale.
In questa parola c’è una semenza piccola, ma preziosa: il divino agricoltore, per mezzo della Santa Chiesa (sacramenti, preghiera, messa), sparge continuamente sul terreno questa semente e quando il terreno è fecondo di buona volontà ed onestà, ed è abitato dalla Grazia di Dio, allora può far sorgere un uomo nuovo.
Noi non potremo mai comprendere, qui sulla terra, questo miracolo, noi vediamo solo la limitatezza della nostra natura umana, ma abbiamo la fede e sappiamo che i sacramenti e tutto ciò che viene da Dio serve a questo. Accogliamo dunque quel seme, che santifica il mondo.

Dunque chi trasformò il mondo, facendolo passare dalla bruttezza del paganesimo, alle bellezze del mondo cristiano – un mondo cristiano che si distrugge sempre di più, ma di cui abbiamo le testimonianze ovunque -, riuscì nell’impresa grazie alla parola di Dio, predicata dagli apostoli, trasmessa poi dai suoi successori, fino al 2022, ovvero fino ad oggi.
Ed oggi, appunto, cosa accade? Più di tutte le epoche, questo terreno (un tempo fertile), si sta chiudendo: non accoglie più quel seme: è una società egoista, ci stanchiamo facilmente della parola di Dio o cerchiamo di adattarla a seconda delle epoche, a quello che ci fa più comodo. I protestanti hanno iniziato, già da diversi secoli a dare un’interpretazione particolare, restringendo il tutto unicamente ai testi biblici. Proprio questa società liquida, figlia del relativismo e dell’idealismo cartesiano, fa essere tutto in discussione, tutto in un moto perenne e continuo, in un unicum orizzontale, ateo, arido.
Dunque la terra si chiude, è una terra egoista: abbandoniamo facilmente la parola di Dio, affinché sia facilmente divorata dalle cornacchie moderne, come quella del liberalismo, dell’occultismo: rovi delle abitudini peccaminose. I peccati di un tempo oggi vengono continuamente posti in discussione, attuando quel ribaltamento del thelos, del fine appunto, che in passato reggeva la società cristiana. Questa falsa libertà moderna, che si accomuna unicamente a ciò che noi vogliamo, ha inaridito il mondo, la terra. La nostra fede non può essere soffocata dalle tante altre mode del mondo – quindi del maligno – che imperversano sempre di secolo in secolo. Cosa fare dunque? Basta accogliere l’insegnamento di Cristo nella nostra vita, puro, senza nessuna modifica, poiché Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e anche lo sarà domani. La nostra sfida personale sarà proprio quella di vivere secondo regole immutabili, in un mondo in continua schizofrenia e in continuo movimento. Ed ecco allora che questo tempo duro, che ha lo scopo di prepararci alla quaresima e dunque alla penitenza, ci viene in aiuto per allenare il nostro cuore e la nostra anima al seme fecondo di Dio.
 Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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