Requiem aetérnam dónaé is Dómine del 30-06-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Requiem aetérnam dónaé is Dómine 30-06-2022. Don Giorgio Lenzidi redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa Requiem di giovedì 30-06-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Requiem aetérnam dónaé is Dómine, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Alessandro Grilli, Fabrizio Diomedi (chierichetti) e Edoardo Belvederesi al canto.
Nelle esequie tradizionali le parole che il sacerdote rivolge non si effettuano durante la messa, ma al termine della celebrazione, proprio perché il sacerdote deve servire il Signore prima del defunto, quindi non sarebbe giusto interrompere la celebrazione per un’orazione. La Chiesa che è Maestra ci insegna tutte queste utili nozioni per farci sempre più amare e glorificare Dio, anche in un funerale proprio per la salvezza dell’anima della nostra sorella Maria.
Ebbene non è mai facile predicare ai funerali poiché è difficile rivolgersi a delle persone che hanno perso un caro, colui che sicuramente ha rappresentato una parte essenziale della nostra vita. Ammettiamo pure che Dio non esistesse, ebbene sarebbe giusto comunque trovarci in questo luogo, trovarci intorno alle spoglie mortali della nostra sorella Maria: una madre, una sposa, una nonna, una donna che ha percorso le stesse strade della nostra vita. Ancora di più, se il ricordo, la necessità umana, è importante e indispensabile, ancora di più diviene fondamentale l’aspetto religioso. Noi sappiamo che la nostra vita non termina con la morte, ma la nostra vita continua: non abbiamo la possibilità di verificarlo con i nostri sensi, ma la rivelazione ce lo dice e sappiamo che è importante anche restare in contatto spirituale attraverso gli strumenti della Chiesa, ovvero tramite i suffragi, cioè le preghiere che possiamo fare per i defunti: una modalità per poter essere in relazione con loro, di raccomandarli a Dio ed una volta che sono con Dio essi possono ricordarci presso la Divina Maestà. Ed allora il tutto diviene un grande dono, nonostante la tristezza per quanto oggi possiamo trovarci qui ad officiare la funzione per la nostra sorella scomparsa.
Nei testi del rito romano antico, appunto, vedrete quanto è profondo lo spirito di questa preghiera. Un tempo si aveva un po’ paura dei funerali, di quel colore nero – Cattolico e Romano – un po’lugubre che trasmetteva ai più teneri di cuore il memento mori. In realtà se si leggono i testi, essi sono pieni di speranza, ed affidano l’anima della nostra sorella Maria alla misericordia di Dio, che forse è l’unica che non mente mai. Quando Dio afferma una cosa, essa è per sempre. Quindi il giorno del battesimo della nostra sorella, Dio gli ha promesso la salvezza e durante tutti i momenti della sua vita, essa ha avuto la possibilità di restare vicino a Dio. Ed ecco perché siamo qui e perché stiamo cantando dei testi che sono i più antichi del rito cristiano. Se vi è una cosa che si è cristallizzata nella storia della religione cattolica, è proprio il rito del funerale perché è una cosa talmente intima, che mai la chiesa ha osato toccare queste preghiere che oggi noi abbiamo recitato e continueremo a recitare nell’ultima parte della celebrazione per la nostra cara sorella Maria. Allora.. dobbiamo pregare per i defunti, non dobbiamo dimenticarli. Purtroppo sì, la vita della terra ci distrae, spesso non ci fa più pensare a coloro che non ci sono più. All’inizio il dolore forte, quello che stiamo vivendo oggi, ma questo ricordo odierno non deve essere dimenticato e ogni tanto il nostro pensiero, la nostra preghiera deve andare verso coloro che non ci sono più. E proprio perché dobbiamo essere aiutati, e non sapendo mai quanto tempo ancora al defunto occorra affinché ci sia un incontro completo con Dio, la Chiesa ci insegna che bisogna pregare, ed è per questo che esiste la dottrina del Purgatorio. Infine c’è una cosa spiacevole, ma che bisogna dire: quando ci ritroviamo in una chiesa intorno ad una bara, intorno ai resti mortali di una persona che ci è stata cara e che noi onoriamo perché esso è stato sede dello Spirito Santo, ed è per questo che tutti questi riti, queste preghiere intorno ad un corpo che ora è privato dell’anima, non cambia l’importanza della materia corporale, la quale è stata battezzata, cresimata e detiene ancora adesso per noi la massima importanza e il massimo cordoglio.
Il funerale quindi non può che ricordare anche la morte: quando noi ci troveremo lì, al posto di questa donna. Un argomento evitato spesso certamente, ma che non può non essere affrontato per l’importanza che detiene, poiché ricorda all’uomo mortale se le nostre azioni, se la nostra vita cristiana, se tutto quello che facciamo è conforme all’insegnamento di Nostro Signore e conforme all’insegnamento della Chiesa e guardare anche ai nostri cari che forse sono stati anche più esemplari di noi e cercare di imitarli per guadagnare quel posticino vicino a Dio un giorno in cielo e rincontrare appunto le persone cara che si trovano nella gloria di Dio, una volta purificate e salvate. In queste esequie il nostro cuore deve unirsi al Santo Sacrificio della Santa Messa per onorare in maniera solenne – forse per l’ultima volta in questo modo, la nostra sorella che affidiamo all’infinita misericordia del Signore, così sia.
 Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata




Benedícta sit sancta Trínitas del 12-06-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Benedícta sit sancta Trínitas 12-06-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 12-06-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, In festo Sanctissimae Trinitatis – Benedícta sit sancta Trínitas, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi, Michele Carloni (chierichetti) e Davide Di Salvatore (turiferario); all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
Dall’omelia di don Giorgio Lenzi ci ritorna di insegnamento l’argomento della Santa Messa di questa domenica: Dio Padre, Dio figlio, Dio Spirito Santo: cioè la Santissima Trinità. Dal punto di vista pedagogico del culto cristiano vi è un momento particolare per celebrare un mistero così importante. Dopo aver celebrato le grandi solennità pasquali, ci accingiamo oggi a celebrare uno dei due misteri principali della nostra fede: unità e trinità di Dio (il mistero di oggi) e incarnazione e passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo. Durante proprio il segno della croce, noi ricordiamo il rinnovamento continuo di questi simboli, dove Dio è uno, ma in tre persone uguali, il Padre, il figlio e lo Spirito Santo: queste tre persone divine hanno appunto la stessa sostanza – lo cantiamo e lo recitiamo nel Credo – essendo tutte e tre lo stesso Dio, ed è proprio da qui che si può parlare di transustanziale nel Credo. Queste tre persone sono distinte, tra esse non c’è confusione, esse non si sovrappongono: c’è il Padre, c’è il Figlio e c’è lo Spirito Santo. Ma la comprensione umana non può arrivare in maniera univoca a comprendere identità e distinzione e di fronte a ciò bisogna inginocchiarsi e credere – appunto – nella Santissima Trinità.
Dobbiamo sottomettere la nostra intelligenza alla fede, senza appunto cedere alla tentazione antropocentrica in cui la nostra intelligenza debba capire sempre ogni cosa. Ciò – sia chiaro – non significa rimanere nell’ignoranza, ma affidarsi ad un’entità superiore che ci permea e che ci aiuta. Nell’epoca della totale immanenza, credere – dunque affidarsi – è l’azione più difficile. Ebbene questo mistero di oggi è uno dei più importanti poiché identifica propriamente la nostra santa religione. Infatti gli altri culti sparsi per il mondo e frammentati, non possono in nessun modo – nella loro dottrina – accettare l’unità e la Trinità di Dio ed è proprio questo che ci contraddistingue.
Bisogna dunque difendere con forza questo mistero che sì, può apparirci incomprensibile, ma che indica chiaramente chi siamo. Pochi sono i santi che si sono avvicinati alla grandezza di questo mistero. Una di queste è Santa Barbara decapitata dallo spietato padre pagano. Il padre di Santa Barbara, Dioscuro, fece costruire una torre per rinchiudervi la bellissima figlia richiesta in sposa da moltissimi pretendenti. Ella, però, non aveva intenzione di sposarsi, ma di consacrarsi a Dio. Prima di entrare nella torre, non essendo ancora battezzata e volendo ricevere il sacramento della rigenerazione, si recò in una piscina d’acqua vicino alla torre e vi si immerse tre volte dicendo: “Battezzati Barbara nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Per ordine del padre, la torre avrebbe dovuto avere due finestre, ma Barbara ne volle tre in onore della Santissima Trinità. La finestra trilobata – come spiegò la santa – fa permeare nella stanza una luce unica, ma passando dalle tre aperture i tre raggi in realtà provengono da un’unica fonte.
Altro esempio ci giunge da San Patrizio, che in Irlanda – durante la conversione dei pagani – usò la pianta del trifoglio per chiarire ai Celti il concetto della trinità: i tre petali sono distinti, ma provengono dall’unico gambo madre.
Sono chiaramente esempi che non esprimono assolutamente l’immagine metafisica di questo mistero, ma che aiutano alla percezione di esso in forma figurata.
Dio stesso, ad esempio, al popolo eletto, parlava al plurale: non affermava “io sono”, ma “noi siamo”, Egli parla in questo modo proprio per iniziare a prepararci a questo mistero. Di fronte a ciò la Chiesa ci invita non tanto alla comprensione, ma alla adorazione del Mistero. Anche nei testi liturgici, laddove la liturgia è nostra maestra di vita – nel messale di San Pio V spesso ci si rivolge alla Santissima Trinità, oppure alla simbologia canora dove la trinità appare come strumenti della chiesa e lo ritroviamo all’interno del Kyrie, del Sanctus, dell’Agnus Dei e del Domine non sum dignus.
Ed ecco perché tutta la preghiera cristiana inizia sempre con quel segno della croce, il quale deve divenire punto fermo di tutta la nostra giornata: Padre (creatore), Figlio (salvatore), Spirito Santo (amore eterno).
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Vocem iucunditátis del 22-05-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Vocem iucunditátis del 22-05-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 22-05-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica quinta post Pascha – Vocem iucunditátis con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto) e come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
 
Oggi le pagine del Vangelo accendono i riflettori sulla preghiera, la quale è antica quanto l’umanità. Oggi siamo nella nuova e definitiva alleanza che non può più cambiare: “in Verità e Verità vi dico, tutto ciò che domanderete al padre nel mio nome, egli te lo concederà” – dunque appare all’uomo l’intercessore, questo potente avvocato, che è Dio stesso fattosi uomo. Quindi Cristo ci invita costantemente alla preghiera, dove la preghiera personale è importantissima, ma l’espressione principale è appunto il culto pubblico della Santa Chiesa, la Sacra liturgia.
Per questo vediamo che nelle orazioni, queste particolari preghiere (quella che precede l’Epistola, la Colletta, la Secreta o la Post Communio) si concludo tutte per “Dómini nostri Iesu Christi” o sempre con un riferimento cristologico. Questo perché la chiesa esegue quello che Cristo ha ordinato, chiede a suo nome di Gesù Cristo le cose di cui l’uomo ha bisogno, siano esse materiali o spirituali. Non a caso nel Vangelo di oggi, vi è un imperativo che risuona nella lettura “chiedete”, dunque un comando formale che quindi deve essere rispettato e applicato. Tale preghiera fa entrare l’uomo in uno stato di grazia divina, senza la quale ci è impossibile anche di fare la più piccola azione buona che possa essere necessaria alla salvezza eterna.
Come affermò Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696 – 1787): “Chi prega si salva, chi non prega si danna”, poiché si tratta specificatamente della nostra volontà ad essere uniti a Dio. Non a caso Giuseppe Melchiorre Sarto, (San Pius PP. X 1835 – 1914) condannava – nell’enciclica Pascendi Dominici gregis (1907) – questo benessere individualistico dell’uomo moderno e contemporaneo, come “immanentismo”. Anche la preghiera individuale che alleggerisce e migliora la nostra anima, non è il fine, ma il mezzo e lo strumento di un percorso di elevazione dell’uomo che ha il suo culmine nella Santa Messa. I quattro fini della preghiera sono dunque, l’adorazione, il ringraziamento, la propiziazione, la supplica. La preghiera fortifica le virtù cristiane e dà forza spirituale, ma bisogna pregare sempre sia quando gli eventi sono positivi, sia quando divengono negativi. Bisogna pregare anzitutto anche quando noi stessi siamo cattivi e non il mondo esterno a noi. Quando ci si trova in una situazione di peccato, anche ripetuto, è proprio lì che bisogna continuare a pregare, poiché lì si esce dal peccato e malgrado tutto – anche con un peccato radicato – vogliamo amarlo, vogliamo servirlo e quindi ci aiuterà.
Anche compiere dei gesti simboli della preghiera è molto importante come atto di devozione al Signore. Oggi, nel mese di Maggio, portare fiori alla Madonna, accendere un lume, sono gesti cristiani di preghiere: siamo uomini e viviamo anche attraverso simboli e segni. Anche imprimere un legame spirituale con degli oggetti o immagini, come il caso odierno della benedizione delle rose, fa tendere l’uomo a realtà spirituali più alte. Questo è il grande tesoro della Chiesa e non deve essere disperso nella tempesta che la società moderna ci crea ogni giorno, rigettando tutto ciò che è spirituale e tradizionale con un vero e proprio odio.
Mille sono le modalità, all’interno della dottrina cristiana per rivolgersi a Dio, senza volgersi alle mistificazioni della moderna spiritualità che ci allontana dal sacro.
 Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata




Quasi modo géniti infántes 23-04-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Quasi modo géniti infántes 23-04-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 23-04-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica in Albis (Quasi modo géniti infántes) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto) e Fabrizio Diomedi (chierichetto), all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
 Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata




Òculi mei semper 20-03-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Òculi mei semper 20-03-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 20-03-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica tertia in Quadragesima (Òculi mei semper) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto), all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
Prima di iniziare la consueta predicazione, il nostro sacerdote ha voluto comunicare ai fedeli l’incontro con Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Gianpiero Palmieri, Vescovo di Ascoli Piceno. L’incontro si è svolto con cordialità e il Vescovo incoraggia il Coetus Fidelium a proseguire questo percorso di fede insieme al nostro sacerdote don Giorgio Lenzi (IBP). Il Vescovo ha immaginato in un futuro, non troppo lontano, una visita a questa nostra comunità. Mons. Palmieri ha ringraziato don Giorgio per la pastorale che sta compiendo nella città di Ascoli Piceno e ha generosamente inviato i propri saluti all’assemblea presente per un cammino sereno di Quaresima, verso la Santa Pasqua.
Durante l’omelia don Giorgio Lenzi (IBP) ci ha affermato come il Santo tempo di Quaresima è forse la temporalità più difficile, perché il fervore dell’inizio della Quaresima, si è spento, la Pasqua sembra ancora lontana, quindi diviene momento particolare.
In questi giorni di penitenza quaresimale, dobbiamo adoperarci per rendere la nostra vita cristiana più completa. Le sacre pagine di oggi, ci mostrano il Signore che schiaccia un demonio e ci forniscono una grande lezione di vita spirituale. Dunque la spiegazione di oggi consta nel metodo che il maligno impiega per riconquistare quelle anime, che un tempo sono state sue prigioniere – abbandonate nel peccato e nella pratica del male – e che poi hanno saputo ribellarsi, grazie anche alla loro forza di volontà, ma soprattutto alla forza data da Dio. Hanno saputo trovare in Dio e in loro stessi, il modo di abbandonare il peccato ed è una grande soddisfazione come questo avviene. Di fronte a questa resistenza spirituale, di fronte a questa grande vittoria, dell’anima del cristiano, il male tuttavia si coalizza e cerca di insidiare quell’anima. Ed ecco che il demonio torna all’attacco ancora più violentemente e non da solo ci afferma il Signore nel Vangelo, ma aiutato da sette altri demoni, i quali attaccano la povera anima con ogni astuzia e con ogni violenza, concentrandosi ancora di più sui punti deboli del malcapitato.
Molti cristiani appena si sono liberati dai propri vizi e dai propri difetti, dopo un primo successo, sono tentati di nuovo ed in maniera ancor più virulenta.
Nella tentazione galoppante, il cristiano che tanto aveva fatto per ripulire la sua anima, si sente vinto ed impotente. Questa sconforto nell’uomo tende a concretizzarsi nella rinuncia al bene, al paradiso e la tentazione di “abbassare le braccia”, è una tentazione gravissima con la quale si rischia tutto sotto il punto di vista spirituale. Naturalmente il Signore conosce tutte le nostre miserie e ne conosce anche il contesto, conosce le modalità, conosce anche le difficoltà di risollevarsi dal proprio peccato, però non vuole che noi cediamo a quell’attacco violento del demonio.
La grazia non può risollevare dal peccato, e la sensazione umana – ed eretica – di sentirsi costantemente schiacciati dalla colpa, può solo che giocare a favore del maligno, poiché non si ha più fiducia del perdono di Cristo. Difatti la grazia divina è quel “fazzoletto di seta” che “smacchia” il male ovunque egli si posi.
Difatti, oggi, in questa società anti-cristiana, orizzontale, gnostica, appena un cristiano segue la giusta via di fede, viene come attaccato diabolicamente dalla società stessa, che “redarguisce” un comportamento “bigotto” o peggio una mentalità che vuole nutrire lo spirito. Ed è allora che dobbiamo continuare a lottare contro il “mondo” e proprio quando gli attacchi del maligno saranno più forti, lì si dovrà avere le più forte resistenza, poiché un’anima salvata in terra è un’anima che tende sempre più al paradiso. Dunque il vero insegnamento di Cristo nel Vangelo di oggi, è che non dobbiamo abbatterci davanti al ritorno delle tentazioni e quando abbiamo ottenuto un risultato, dobbiamo cercare ancora ed ancora il medesimo obiettivo raggiunto ed acquisito e non ricadere nell’abisso del peccato.
E nel Vangelo di oggi Gesù afferma: “Chi non è con me, è contro di me” – bisogna scegliere bene il nostro campo e stare con lui. Ed è proprio Gesù Cristo che ci afferma di continuare a lottare, malgrado tutto, anche quando sembra che non ci sia più via di speranza. E quali sono queste armi per difendersi dagli assalti? Preghiera regolare, Penitenza con digiuni e via crucis, Opere di carità con l’aiuto del prossimo: le tre colonne sulle quali possiamo costruire l’esercizio della virtù e la santità della nostra vita. Gesù Cristo nel Vangelo dice come “certi demoni si scacciano solo con il digiuno e la preghiera” – abbiamo mille armi offerte da Dio e dalla Chiesa per la buona battaglia, usiamole. In questa lotta preghiamo sempre la Madonna Santissima – Regina degli angeli e dei Santi – e ci aiutino in questo San Cristoforo, patrono di questa bella Chiesa e il Beato Marco da Montegallo, patrono di questo coetus fidelium.
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Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? 20-02-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? 20-02-2022. Di don Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 20-02-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica in Sexagesima (Exsúrge, quare obdórmis, Dómine?) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto), Michele Carloni (turiferaio), all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta. 
Don Giorgio Lenzi (IBP) ci parla di questo tempo molto antico, della Sexagesima, iniziato domenica scorsa e mantenuto per secoli nel calendario liturgico della Chiesa, oggi è scomparso per la riforma liturgica avvenuta dopo il Concilio Vaticano II. Questo tempo, della durata di tre domeniche, precede la Quaresima: una fase intermedia che serve per preparare al nuovo periodo il fedele.
Perché sono chiamate così? Perché indicano rispettivamente la settima, la sesta e la quinta domenica avanti quella di Passione.
La Chiesa, dalla domenica di Settuagesima fino al Sabato Santo, tralascia nei divini uffizi l’Alleluia, che è voce di allegrezza, ed usa paramenti di color violaceo, che è colore di mestizia, per allontanare con questi segni di tristezza i fedeli dalle vane allegrezze del mondo ed insinuare in essi lo spirito di penitenza.
Nei divini uffizi della settimana di Settuagesima, la Chiesa ci rappresenta la caduta dei nostri progenitori, Adamo ed Eva, ed il loro giusto castigo; negli uffizi della settimana di Sessagesima ci rappresenta il diluvio universale mandato da Dio per castigare i peccatori; negli uffizi dei primi tre giorni della settimana di Quinquagesima ci rappresenta la vocazione di Abramo, ed il premio dato da Dio alla sua obbedienza ed alla sua fede.
Nella domenica odierna il Signore ci parla di una parabola: quella del seme che cade in luoghi diversi, portando un frutto differente. Il Signore, cosa rara, questa volta vuole spiegarci il significato della parabola. Il seme è la parola Santa di Dio: questa analogia del seme è la parola più adatta a rappresentare la divina parola della sua potenza, dove i grani, i sementi, sono la cosa più piccola che noi conosciamo nella nostra vita quotidiana. Questi granelli contengono una virtù potentissima e poderosa: quella di produrre una pianta e con un piccolo seme possono nascere altre piante. Quel seme è l’immagine buona della parola di Dio, una parola che si trasmette, che si dice, che si insegna. Lo stesso figlio di Dio nell’eternità non è altro che la parola che esce dalla bocca dell’eterno. Ebbene quella parola porta un frutto immenso. Ed allora il seme diviene la parola insegnata da Cristo. La parola di Dio dunque, è la verità rivelata e insegnata dalla Santissima Trinità beata agli uomini per via naturale (attraverso alcuni aspetti della creazione) e per via soprannaturale attraverso la manifestazione di Dio che si è manifestato più volte lungo la storia dell’umanità e questa rivelazione è terminata con la morte dell’ultimo degli apostoli San Giovanni Evangelista.
La parola di Dio deve essere contestualizzata e insegnata dall’autorità competente, altrimenti si scivolerebbe nell’idolatria. Le fonti della rivelazione sono tre: la Sacra Pagina (la parola di Dio), che deve essere accompagnata dalla tradizione della Chiesa; il Magistero della Chiesa che coordina e insegna – aderendo a quella Verità – il messaggio Cristico dottrinale e morale.
In questa parola c’è una semenza piccola, ma preziosa: il divino agricoltore, per mezzo della Santa Chiesa (sacramenti, preghiera, messa), sparge continuamente sul terreno questa semente e quando il terreno è fecondo di buona volontà ed onestà, ed è abitato dalla Grazia di Dio, allora può far sorgere un uomo nuovo.
Noi non potremo mai comprendere, qui sulla terra, questo miracolo, noi vediamo solo la limitatezza della nostra natura umana, ma abbiamo la fede e sappiamo che i sacramenti e tutto ciò che viene da Dio serve a questo. Accogliamo dunque quel seme, che santifica il mondo.

Dunque chi trasformò il mondo, facendolo passare dalla bruttezza del paganesimo, alle bellezze del mondo cristiano – un mondo cristiano che si distrugge sempre di più, ma di cui abbiamo le testimonianze ovunque -, riuscì nell’impresa grazie alla parola di Dio, predicata dagli apostoli, trasmessa poi dai suoi successori, fino al 2022, ovvero fino ad oggi.
Ed oggi, appunto, cosa accade? Più di tutte le epoche, questo terreno (un tempo fertile), si sta chiudendo: non accoglie più quel seme: è una società egoista, ci stanchiamo facilmente della parola di Dio o cerchiamo di adattarla a seconda delle epoche, a quello che ci fa più comodo. I protestanti hanno iniziato, già da diversi secoli a dare un’interpretazione particolare, restringendo il tutto unicamente ai testi biblici. Proprio questa società liquida, figlia del relativismo e dell’idealismo cartesiano, fa essere tutto in discussione, tutto in un moto perenne e continuo, in un unicum orizzontale, ateo, arido.
Dunque la terra si chiude, è una terra egoista: abbandoniamo facilmente la parola di Dio, affinché sia facilmente divorata dalle cornacchie moderne, come quella del liberalismo, dell’occultismo: rovi delle abitudini peccaminose. I peccati di un tempo oggi vengono continuamente posti in discussione, attuando quel ribaltamento del thelos, del fine appunto, che in passato reggeva la società cristiana. Questa falsa libertà moderna, che si accomuna unicamente a ciò che noi vogliamo, ha inaridito il mondo, la terra. La nostra fede non può essere soffocata dalle tante altre mode del mondo – quindi del maligno – che imperversano sempre di secolo in secolo. Cosa fare dunque? Basta accogliere l’insegnamento di Cristo nella nostra vita, puro, senza nessuna modifica, poiché Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e anche lo sarà domani. La nostra sfida personale sarà proprio quella di vivere secondo regole immutabili, in un mondo in continua schizofrenia e in continuo movimento. Ed ecco allora che questo tempo duro, che ha lo scopo di prepararci alla quaresima e dunque alla penitenza, ci viene in aiuto per allenare il nostro cuore e la nostra anima al seme fecondo di Dio.
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Ómnis terra adóret te del 16-01-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Ómnis terra adóret te del 16-01-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 16-01-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, II Domenica dopo l’Epifania (Ómnis terra adóret te) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto), all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta. 
Dall’Omelia don Lenzi ci parla di come in questi giorni, nella liturgia della Chiesa, dopo le feste di Natale la Chiesa non può proporre altri testi se non quelli che sono la continuazione di ciò che abbiamo celebrato il giorno dell’Epifania. In effetti in tale festività decorsa, nella celebrazione dell’arrivo dei Magi (miracoli epifanici) con questa manifestazione del Signore ai grandi della terra, esistono tre grandi manifestazioni della divinità del Figlio di Dio. Questi tre miracoli, secondo la tradizione della Chiesa, vengono celebrati il sei Gennaio, proprio perché avvennero tutti in quella data specifica. Tali miracoli, riassunti nel Magnificat epifanico, sono la stella che condusse i Magi al Presepe; il vino che fu prodotto a partire dall’acqua durante un matrimonio a Cana di Galilea; ed infine nel Giordano il Cristo che ebbe il Battesimo in vista della nostra salvezza. Dunque la Chiesa non potendo leggere tutti i testi relativi a questi tre miracoli, li divide nei giorni successivi.
Dunque in questa seconda Domenica dopo l’Epifania, si racconta dell’intervento miracoloso che vide il Cristo nel contesto del banchetto di nozze di alcuni amici che lo avevano invitato nella località di Cana di Galilea – forse furono le nozze di San Giovanni (che poi diventerà l’apostolo amatissimo e più giovane). Se con il primo miracolo, ovvero della Cometa, si percepisce l’importanza della natura divina del suo Creatore; se durante il battesimo di penitenza (non era certo un sacramento) che riceve dalle mani di Giovanni Battista, il Cristo ci indica la sua volontà della sua scelta; nel miracolo di questa domenica, seppur di carattere materiale, il Cristo ci invita alla riflessione: il vino alla tavola degli invitati era terminato ed egli tramutando l’acqua in vino esaudisce il desiderio degli ospiti del banchetto. L’evento è un momento positivo della vita dell’uomo, poiché il matrimonio è inscritto nella vita naturale ed è benedetto da Dio, quanto atto naturale dell’umanità. L’uomo, così come è scritto nella sacra scrittura, lascerà suo padre e sua madre e si unirà ad una donna e in un altro passaggio è anche scritto “crescete e moltiplicatevi” e quest’ultima parola ci deve far comprendere come il tutto sia regolato fra l’unione tra uomo e donna.
Da qui, con la fondazione della Chiesa, il matrimonio diventerà uno dei sette sacramenti: ovvero uno dei sette principali canali della grazia divina. Secondo alcuni teologi, con le nozze di Cana, il Cristo istituisce il sacramento del matrimonio, elevando la naturale unione ad una unione di santità. Da questo momento la Madonna si fa mediatrice fra l’umanità bisognosa, non solo di esigenze spirituali, ma piena di necessità materiali, sollecitando la potenza di Dio anche in alcuni elementi della vita ordinaria, ma che sono necessarie e che possono apparire difficili in un dato momento. La mutazione dell’acqua e del vino rivela la potente intercessione di Maria (advocata nostra) e il potere divino di Cristo che è Signore del Creato. L’evento può anche essere letto come un’anticipazione simbolica di quel miracolo spirituale che è fondamentale nel culto della Chiesa e che è il sacramento della produzione dell’Eucarestia: la transustanziazione che si ripete sui nostri altari, dove la sostanza del pane e del vino, grazie al potere della Chiesa muta nella sostanza del corpo e del sangue di Nostro Signore.
Difatti il piano di Dio è scritto per l’eternità, da sempre. Questa caratteristica è fondamentale: il Signore, Verbo incarnato, è cosciente del suo ruolo di salvatore dal primo istante. Conosce tutto dal presepe, fino alla Croce, conosce tutta la storia dell’umanità e della Chiesa ed in ogni singolo istante, egli sa cosa accadrà. Non esiste in Cristo una presa di coscienza progressiva del suo ruolo. E questo è fondamentale. Purtroppo oggi serpeggia una idea cristiana opposta a questa verità di fede, ed essa è di natura protestante. Questa visione distorta vuole vedere il Cristo come un uomo come tutti gli altri, che diversamente piano piano si rende conto che ha un ruolo sociale importante, che forse è anche aiutato da alcune entità spirituali ad essere buono o gentile. Ebbene questo non è il Gesù Cristo cristiano, non è il Gesù Cristo del Vangelo. Infine vi è la teoria del Cristo che si scopre Messia a poco a poco e chiaramente anche parzialmente abbracciata dalla teologia modernista e tale errore viene continuamente ribadito sulla consapevolezza di una “coscienza cristica” quasi da supereroe dei fumetti.
Secondo questi teologi, secondo molti cristiani, il Cristo Nostro Signore, si risveglia sempre più Messia, come se non lo fosse dal primo giorno quando la Madonna ha detto “si”! e lo Spirito Santo si è incarnato nel suo ventre. Naturalmente è una assurdità che distrugge l’idea della divinità cosciente di Gesù, l’idea del piano della provvidenza, che ha un inizio preciso. Viene distrutta, da questa tesi, anche l’idea della redenzione volontaria: difatti il Cristo si troverebbe in una serie di eventi che lo conducono poi forse sulla croce per noi, quando invece tutto ciò era stato previsto da Dio Padre e dallo Spirito Santo. Spesso, ancora, si sente dire – anche da grandi ecclesiastici – che Cristo muore da laico, che il Cristo non aveva sacerdozio, che il Cristo sulla croce non ha offerto sacrificio, ma il miracolo delle nozze di Cana, ci insegna esattamente il contrario: ci insegna che Cristo è esattamente padrone della sua onnipotenza divina, per quanto velata (da ragioni di convenienza) dalla natura umana. Difatti se il Cristo si fosse manifestato dal primo giorno della sua onnipotenza divina, tutti coloro che erano presenti, non avrebbero nemmeno avuto il coraggio di avvicinarsi. Per questo vi è una pedagogia di insegnamento, di trasmissione e di svelamento progressivo, ma c’è una coscienza fin dal primo istante di questo potere.
Per questo il Cristo accetterà che i grandi della terra (i Magi) si mettano in ginocchio e gli offrano oro, incenso e mirra, davanti a suo cugino Giovanni Battista e davanti alla folla che assiste al suo battesimo e che vede il cielo aprirsi e la colomba discendere e la voce di Dio pronunciarsi in quel momento sulla divinità del Figlio. Il Cristo sa che è Dio, non scopre niente dalle sue tappe della sua vita, siamo noi che lo scopriamo attraverso le tappe della vita, quando lui decide di manifestarsi per insegnarci qualcosa o svelarci i tesori della vita spirituale, della salvezza o della Grazia Divina. Quanta grazia e quanta santità ognuno di noi può imparare da queste sacre pagine della liturgia odierna, utile per capire le verità di fede. Un coraggio che si scontra contro le avversità del mondo moderno.

 

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Roráte coéli désuper del 19-12-2021. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Roráte coéli désuper del 19-12-2021. Di don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 19-12-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma bassa, IV Domenica d’Avvento – (Roráte coéli désuper) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio Giuseppe Baiocchi (chierichetto).
Dall’Omelia don Lenzi ci parla di come siamo giunti alla fine del tempo dell’Avvento: pochi giorni ci separano dalla grande festa del Santo Natale. Ebbene questa grande festa fin dal VII secolo era lo spazio temporale che indicava la ciclicità dell’animo del culto divino. Nell’antica liturgia si prendono per mano gli antichi manoscritti e si parla del “cerchio dell’anno liturgico”.
L’attesa della venuta di Nostro Signore, nelle Quattro Domeniche d’Avvento, deve porsi in senso di sicurezza e non di incertezza: il nostro animo non vacilla, nonostante tutte le avversità della nostra vita di uomini peccatori, “viatori” per riprendere le parole di San Tommaso d’Aquino (1225 – 74). Questi uomini, ovvero noi, che camminiamo nell’eternità, ma siamo ancorati alle “cose” del mondo, devono carpire gli insegnamenti della Santa Madre Chiesa che indice un tempo di serenità, pieno di abbandono speranzoso alla provvidenza divina che ha tutto predisposto per la nostra salvezza. Giornate brevi, notti lunghe, scarsa la luminosità, il tempo può apparire mesto, perché la natura stessa – da qui osserviamo la saggezza della Chiesa -, ci invita a fermarci, a riflettere, a meditare, ad attendere pregando.
Proprio Maria e Giuseppe, nel loro peregrinare per cercare un luogo dove far nascere il salvatore, si fermeranno in quella grotta all’ombra. Attendiamo così la luce, quella vera, che illumina ogni uomo che ci si presenterà con la festività del Santo Natale: quella stessa luce che avremo in maniera definitiva quando finalmente conosceremo Dio.
Il figlio di Dio, venuto nella storia più di duemila anni fa, è centro della storia stessa. Non è un caso che gli storici parlano per fermare il lasso temporale identificandolo con precisione in a.C. e d.C.; non si tratta di una favola bella per i bimbi, ma si tratta di un evento storico epocale. Il Cristo poi, tornerà alla fine della nostra storia, con la fine del mondo. Non è un caso che α (alfa) e ω (omega) sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco: l’inizio e la fine, il principio e l’ultimo; ed Egli verrà per giudicare i vivi e i morti e il Suo Regno non avrà fine. La speranza della nostra fede riposta nel Signore è la certezza che la nostra anima spera, verso cui tende.
Aspettare e rinnovarsi nella venuta storica del circolo liturgico, ma aspettare anche il suo ritorno per la fine dei tempi. Queste due attese ci servono per concentrarci maggiormente sulla nostra anima, la quale deve prepararsi e purificarsi dallo spirito del mondo. Dobbiamo chiedere al bambinello che adoreremo nei nostri presepi e che baceremo con devozione nei giorni di Natale, di perdonarci, di purificarci. Spesso si cercano i peccati degli altri, con i grandi scandali, le grandi ingiustizie, oggi tutto si addita, ma in realtà ognuno di noi per evitare questi scempi, deve tornare a guardare se stesso e il proprio peccato personale. Perché qual è il rischio di ogni battezzato? Non arrivare pronto al giudizio di Dio. Dunque prepararci alla venuta del Natale, ci prepara anche alla venuta del giusto giudice alla fine dei tempi, ma queste due venute sono l’unica preparazione alla venuta molto più frequente e molto più comune che ognuno di noi può vivere, secondo le disposizioni che sono date dalla Dottrina della Chiesa e cioè la venuta di Dio nella nostra anima, attraverso i sacramenti, la grazia divina, il Dio Uno e Trino: la Santa Comunione nella quale riceviamo la pienezza nella grazia divina.

 

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Si iniquitáte observáveris del 24-10-2021

Si iniquitáte observáveris del 24-10-2021di redazione

Domenica 24-10-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, XXII Domenica dopo Pentecoste (Si iniquitáte observáveris) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al canto gregoriano abbiamo avuto il Maestro Claudio Bellumore e all’organo Diego Minnozzi, al servizio Giuseppe Baiocchi (chierichetto) e Daniele Paolanti (chierichetto).
In questi giorni si è celebra la memoria dell’anniversario della morte del beato Carlo d’Asburgo-Lorena (21 ottobre), una figura tanto cara al mondo cattolico.
Oggi oltre alla ricorrenza della festa liturgica di San Raffaele Arcangelo, in questa giornata di fine ottobre, il nostro sacerdote don Giorgio Lenzi (IBP) ci ha introdotto sulla materia dell’angelologia: un argomento di cui si sente sempre meno parlare, ovvero gli angeli. Il mese di ottobre è il mese dedicato agli Angeli, i quali possono far sorridere coloro i quali sono lontani dalla fede o dalla religione, oppure alcuni cristiani che – credendosi maturi – vogliono allontanare tutto ciò che può “apparire” loro – erroneamente – superstizioso o fantasista.

Fate ch’io vi segua sempre fedele, Mio caro Arcangelo San Raffaele.

Di contro, l’attuale catechismo della Chiesa Cattolica, riporta tutta una serie di paragrafi molto dettagliati e molto precisi sulla dottrina della Chiesa sugli Angeli. Per questo è importante conoscerli e non dimenticarli nella nostra vita di cristiani: non dobbiamo dimenticare che essi esistono, non dobbiamo dimenticare che la loro protezione (oltre al fatto che siano lì per lodare Dio perennemente nella gloria eterna) sulla terra è una verità di fede che non si può negare, senza cadere nell’errore. Per questo oggi ricordiamo tali Verità eterne della dottrina cristiana.

Il cantore Claudio Bellumore (a sinistra in terzo piano) e l’organista Diego Minnozzi (a destra in primo piano).

Quanto recitiamo, quanto cantiamo, il Credo – compendio di Verità della nostra fede – noi affermiamo che Dio è creatore del cielo e della terra, dunque sia delle cose materiali, sia l’atmosfera celeste e l’Universo. Ma è anche vero, come riportano le interpretazioni dei Padri della Chiesa, che il Cielo e la Terra non sono solo elementi materici, ma anche l’immagine spirituale di alcune cose create da Dio, il quale ha creato sì le cose aventi materia, ma anche quelle senza materia. Tra quest’ultime ci sono gli Angeli, gli elementi “celesti”. Non è un caso che lo stesso Credo poi riprenda “creatore delle cose visibili e invisibili”. Ed ecco che gli angeli sono creature invisibili, che diventano visibili per volontà di Dio. Certamente noi abbiamo l’esperienza continua della nostra anima; inoltre abbiamo acquisito attraverso la rivelazione, l’esperienza di tanti Santi, apprendendo come vi siano entità spirituali – separate da noi – che sono assolutamente reali.

Gli Angeli dunque sono i servitori di Dio, puri spiriti, attestati dai testi sacri e dalla tradizione costante della chiesa: nell’antico testamento numerose sono le apparizioni angeliche. Lo stesso San Raffaele che festeggiamo oggi, è un personaggio biblico, che viene inviato da Dio per guarire Tobia con il celebre pesce miracoloso che spalma sui suoi occhi divenuti ciechi – per questo è patrono anche dei medici. Successivamente gli angeli appaiono anche nel nuovo testamento e nei Salmi: pensiamo a Gesù nel giardino del Getsemani a Gerusalemme che viene consolato da un Angelo, poiché l’evangelista non si sarebbe divertito a parlare di cose che non esistono. Al momento della nascita di nostro Signore, sono gli Angeli che cantano il Gloria, e sono sempre gli stessi che vanno ad annunciarlo ai pastori.

Gli Angeli sono presenti anche nell’Apocalisse, dove la loro presenza è fortissima; lo stesso San Paolo, nella sua Lettera ai Galati (1,6-10) affermò come «Se anche un angelo vi annunciasse un Vangelo diverso da quello che vi è stato dato, sia anatema», proprio perché la dottrina è quella che ci ha insegnato nostro Signore Gesù Cristo. La Tradizione della Chiesa è costante, nei Padri, nel Magistero e nella Santa Liturgia. Per questo di fronte a tutte queste testimonianze sarebbe da stolti negare la loro presenza.
Quando noi osserviamo la natura del Creato, già possiamo intravvedere la gradualità di questo: si parte dalle creature inanimate, fino a crescere sempre di più, fino a quelle più complesse (con uno spirito di vita), ovvero gli animali e infine l’uomo il quale è all’apice in immagine e somiglianza di Dio sia nella forma materiale, che spirituale. Successivamente si dovrebbe effettuare il salto dall’uomo all’essere supremo increato che è Dio. Ebbene se notiamo, viene a mancare un elemento di passaggio: un elemento che sia sì creato, ma che sia composto unicamente da spirito, senza il bisogno della materia. Ecco gli Angeli, i quali fanno parte anch’essi della piramide magnifica della perfezione del Creato. Essi sono solitamente suddivisi in schiere, che seguono determinate gerarchie dalle quali traggono caratteristiche peculiari. La classificazione più comune risale al De coelesti hierarchia dello Pseudo-Dionigi, che li suddivide in tre gerarchie, ognuna delle quali contenente a sua volta tre ordini o cori, per un totale di nove tipologie di angeli: Serafini, Cherubini e Troni; Dominazioni, Virtù e Potestà; Principati, Arcangeli e Angeli.
Essendo composti di purissimo spirito, assomigliano ancora di più all’Essere Supremo del Creato (noi uomini siamo invece le creature materiali più simili a Dio).
Gli Angeli hanno due funzioni: una funzione strettamente legata a Dio, poiché sono i suoi servitori e quindi cantano presso di lui per l’eternità la sua grandezza, la sua bellezza, la sua lode. Essi ci ricordano come noi dobbiamo ringraziare il Signore per tutte le sue cose che ci dona. Ma essi hanno anche una funzione verso di noi ed è per tale compito che hanno preso questo nome: Angelo, angelus, ággelos (dal greco ἄγγελος “io annuncio”). Non è un caso che Dio li utilizza anche per annunciare eventi e/o fatti (come l’annunciazione alla Vergine Santa, per la venuta del salvatore sulla terra). Annuncio agli uomini dunque, ma anche protezione verso di noi. Ogni cristiano, a partire dal proprio battesimo, viene assistito da un Angelo che viene chiamato “Custode”, appunto Angelo Custode: guardiano della nostra anima e della nostra vita. Purtroppo alle volte non viene ascoltato, ma lui è lì e dobbiamo avere un grande rispetto e un grande amore per lui.
Ebbene sì! Gli Angeli sono migliaia in infinito, superano il numero degli uomini sulla terra, poiché alcuni di essi sono deputati anche alla protezione di cose specifiche. La Madonna stessa disse ai Pastorelli di Fatima, che vi era un Angelo – protettore del Portogallo – che si sarebbe manifestato: e così avvenne! Ci sono Angeli protettori di Chiese e perfino di Diocesi. Essi saranno sempre a guardia del nostro corpo e per aiutarci nelle difficoltà anche e soprattutto di carattere spirituale.
Lo stesso catechismo di San Pio X affermava come bisogna possedere una grande ammirazione della loro perfezione e della loro dignità e mai dimenticarci che sono costantemente accanto a noi in ogni momento, anche quando crediamo di essere soli, dobbiamo avere gratitudine per l’aiuto che forniscono a ciascuno di noi e questa gratitudine, deve sfociare in questa “docilità” data dall’ascolto e dalla frequentazione di buone influenze. Non è così facile, ma i grandi Santi ci sono riusciti: vivevano sempre in presenza di Dio e in presenza del loro Angelo Custode.
Proprio la loro presenza benevola, dovrebbe metterci in guardia ancora di più dal peccato di offendere Dio, che poi di riflesso ferisce anche le altre creature spirituali, come gli Angeli, che spesso sono lì, ma che non possono intervenire. Questo pensiero deve divenire per noi salutare, deve aiutarci ad essere più santi e ciò può avvenire anche tramite la preghiera dedicata a loro: «Ángele Dei, qui custos es mei, me, tibi commissum pietáte supérna, illúmina, custódi, rege et gubérna. Amen» («Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi e governa me che ti fui affidato/a dalla Pietà Celeste. Amen»).
Non esitiamo dunque a disturbare i santi Angeli, belle espressioni della potenza di Dio e dell’esistenza delle cose spirituali: amiamoli ed adoriamoli. Uniamoci a loro che a miriadi assistono al Santo Sacrificio della Messa e che ad ogni celebrazione si riuniscono intorno all’Altare di Dio.
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Inclína Dómine del 05-09-2021

Inclína Dómine del 05-09-2021di redazione

Domenica 05-09-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.
Al canto gregoriano ritroviamo il Maestro Edoardo Belvederesi e all’organo Luca Migliorelli, al servizio Giuseppe Baiocchi (cerimoniere), Maurizio Seghetti (chierichetto) e Daniele Paolanti (turiferario).
Durante l’omelia, don Lenzi (IBP) ci ricorda come nei Vangeli di queste domeniche, sono spesso narrati i miracoli che nostro Signore ha compiuto nelle sue peregrinazioni in Terra Santa durante le sue predicazioni. Dunque il figlio di Dio, si è fatto uomo per la salvezza di tutti, guarendo lebbrosi e infermi al suo passaggio. In altri tratti del Santo Vangelo ci sono persone in necessità che, per ottenere la grazia, devono riconoscere che Gesù Cristo è figlio di Dio, implorarlo e quindi il Signore, mosso da compassione, si reca da quegli individui e compie i propri miracoli.
Ricordiamo, ad esempio, il figlio del centurione, in cui il Signore grandemente commosso dall’umiltà di questo uomo potente che implora il miracolo per la guarigione del figlio, che è moribondo. Dunque il Cristo accoglie in questi accadimenti, l’atto di Fede ed opera prodigi.
Nel racconto del Vangelo odierno, di contro, la situazione è atipica: l’amabile Signore viene Egli stesso, verso chi ha necessità: lo fa di sua volontà, poiché non vi è supplica. Non c’è nessuno che arriva a lui per chiedergli una grazia. Egli non si manifesterà in tutta la sua potenza in un solo colpo, ma con grande umiltà, lo farà progressivamente, in maniera propedeutica, in maniera didascalica, attento a tutti gli aspetti della nostra psicologia umana. Così ritrovandosi all’interno di un corteo funebre, in lutto per la morte di un giovanissimo (il figlio unico di una madre vedova), che – nella società dell’antichità, significava davvero una grande catastrofe sociale sulla singola famiglia. Il Cristo, in presenza della donna (che aveva già perduto il pilastro della famiglia, con la scomparsa prematura del marito) scruta il suo cuore, vede i suoi pensieri e sa che questa donna ha perso tutto.
Nel piano salvifico di Dio, questo è il momento in cui il Cristo deve rivelarsi in un certo modo, con un’estrema opera di compassione e di misericordia. Il suo cuore si abbassa allo stesso livello di quello della persona che soffre, ed è così che in tale passaggio evangelico, il Signore ci insegna a consolare coloro che sono nel dolore e nella disperazione, affinché vi sia sempre la speranza per una beatitudine eterna. Oltre alla mera consolazione, il Cristo vuole manifestare di per sé la propria onnipotenza: Egli è Signore di tutte le cose, Signore del Creato, Maestro della Vita e della Morte, Padrone della Natura in tutte le sue forme e in tutti i suoi aspetti.
Dunque come avviene il miracolo odierno? Con la mano del Cristo che tocca con le sue sacre carni, la bara di questo fanciullo morto imponendo la sua suprema volontà, affinché giovanissimo, risorga! Compiendo questa resurrezione nel bel mezzo di questo corteo funebre, ci dimostra fin da ora, quanto possa essere forte la sua opera di redenzione, che porterà il sigillo finale con la sua resurrezione, ci manifesta come la possibilità della resurrezione del Figlio di Dio fattosi uomo (homo-homini-Deus), porti anche la possibilità concreta della resurrezione di ogni battezzato alla fine dei tempi, il giorno del Giudizio Universale – elemento che noi professiamo nel Credo ogni volta che noi lo recitiamo o lo cantiamo. Possiamo anche vedere, in questo miracolo, come il sacratissimo corpo di Gesù è potentissimo: un corpo di uomo unito alla divinità glorificata e reso potente da questa unione indissolubile con Dio. Per questo il corpo di Nostro Signore è il corpo più adorabile sulla terra: per questo le reliquie della passione, che sono entrate in contatto con il sangue e con la carne di Cristo, sono reliquie che non si venerano, ma adorano, poiché entrate in contatto con la divinità stessa.
La sua è parola umana, ma anche parola divina che ordina “fanciullo alzati”: ordina la resurrezione e questa imposizione ipostatica, di umanità e di vita, supera la materia, supera la natura, supera le leggi ordinarie e fa risorgere i corpi se lui lo vuole, ma elemento ancora più importante sono quelle sacre carni, quella sacra parola di Dio, che oltre a far risorgere i corpi, fa risorgere anche le anime: quelle morte nel peccato e che risuscitano con la grazia di Dio che le riporta all’unione spirituale con la divinità. Dunque oggi ogni cristiano può “ricevere” quella mano per la propria, personale, santificazione, ricevendo la Santa Eucarestia.
Questo tocco di Gesù che risuscita il fanciullo è anche un bellissimo simbolo dei sacramenti di penitenza e di Eucarestia. Il Cristo adopera questo prodigio in mezzo ad un popolo insensibile e ingrato: difatti dimenticheranno presto questo miracolo che Gesù ha fatto per l’uomo stesso. Ebbene è per questo che la Chiesa opera nel mondo, nascosta, soffocata dal male, a volte disprezzata, attaccata, nella Verità che insegna, ma essa sarà sempre efficace se l’insegnamento impartito è nell’ordine del Divino e nella somministrazione dei sacramenti – strumenti della grazia.
Dunque oggi Cristo ci afferma ancora una volta “Venite da me”! Poiché il perdono ai peccatori (anche i peggiori), qualsiasi sia stata la loro colpa, se veramente pentiti alenano anche loro alla salvezza, toccati proprio dalla mano del Signore misericordioso vero Dio e vero uomo.
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