Réspice, Dómine del 27-08-2023. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Réspice, Dómine del 27-08-2023. Don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 27-08-2023, presso la Chiesa di San Cristoforo della Confraternita della Buona Morte governata dal Priore Giancarlo Tosti (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo ha curato la celebrazione del rito romano antico nella forma bassa, Dominica decima tertia post Pentecosten – Réspice, Dómine celebrata dal nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso presso la Santa Sede. Al servizio all’altare il chierichetto Giuseppe Baiocchi.
Nella predica di oggi Don Giorgio Lenzi (IBP), ci ricorda come il Cristo Redentore rimanere stupito dopo aver operato un miracolo straordinario: solo uno dei dieci lebbrosi guariti tornerà da Lui per ringraziarlo. In ogni tempo la riconoscenza è stata una virtù rara. L’uomo è tanto naturalmente egoista che è sempre pronto a chiedere e molto lento a ringraziare. Ognuno di noi è, più o meno, rispetto a Dio, un ingrato che gode dei benefici ricevuti senza nemmeno alzare gli occhi verso la mano che li concede.
Questo difetto dell’umanità non va scemando, ma è sempre attuale soprattutto di questi tempi in cui l’uomo si preoccupa molto dei suoi diritti e molto poco dei suoi doveri. Questo vale non solo per chi non crede e vive senza Dio, ma anche per i cosiddetti “buoni cristiani” che spesso dimenticano di rendere grazie – di ringraziare – proporzionatamente dei tanti benefici ricevuti da Dio; si prende e si porta a casa. Facciamoci caso, quanti pregano prima di mangiare? Quante volte ci si dimentica di ringraziare con la preghiera di quel cibo che si è ricevuto dalla grazia divina? Segno semplice, ma chiaro della nostra violenta inclinazione all’ingratitudine verso Dio. Meditiamo la Sacra Pagina che la liturgia ci propone oggi sull’ingratitudine generale, l’ingratitudine orgogliosa di se stessa, l’ingratitudine feroce che arriva perfino a servirsi dei doni ricevuti da Dio diventando occasione non di bene, ma di mancanza di rispetto verso il Creatore. Quando la società moderna attacca la religione deve venirci in mente la frase di de Maistre: «La scienza che insorge contro la religione è come un fanciullo che batte sua madre». Infatti la nostra cultura occidentale ed europea deve la propria sopravvivenza a tante possibilità di decadenza, proprio al cristianesimo e nell’istituzione che è la Santa Chiesa; quest’ultima con le sue opere, le sue istituzioni e le capacità di ogni genere dei propri membri.. siamo sopravvissuti ai barbari, alla caduta dell’Impero Romano, la preservazione della cultura, delle biblioteche e della scolarità. Spesso dietro grandi pensatori, anche quelli più lontani da Dio, c’è una formazione efficace che viene dalle istituzioni ecclesiastiche. Costoro spesso, in nome del progresso e di una presunta libertà dileggiano la Chiesa con le stesse armi di cultura e di scienza che la Chiesa stessa ha messo nelle loro mani e senza delle quali il loro pensiero sarebbe insignificante! Ecco proiettata nella storia della Chiesa, anche attuale, l’ingratitudine di questi lebbrosi. Quanta tristezza quando gli stessi cristiani ed ecclesiastici vogliono a colpi di piccone distruggere la propria madre! «Ho nutrito i figli, li ho esaltati, ed essi in seguito mi hanno disprezzata»! leggiamo dal profeta Isaia (I, 2). L’esperienza ci insegna che i peggiori nemici della Chiesa non sono coloro che non le debbono niente, ma coloro che le debbono tutto.
Coloro che attaccano Cristo sono i “domesticos fidei” come dice San Paolo. I grandi eretici furono tutti in posizione particolare nella Chiesa: Ario era sacerdote, Nestorio fu vescovo, Pelagio come anche Lutero erano monaci; i grandi rivoluzionari che hanno rivoltato il mondo avevano tutti studiato le cose buone nelle scuole religiose! La Religione Cattolica è tanto benefattrice che nessuno può esserle ostile senza essere ingrata. E l’amabile Salvatore ripete ancora oggi all’umanità risanata dal peccato, attraverso il sacrificio infinito della Sua vita – ripeta a noi peccatori lebbrosi: «non sono stati guariti tutti e dieci? E dove sono gli altri nove ingrati?». Ingrati sono le nostre classi dirigenti (che rifiutano i valori insiti alla nostra società cristiana), ingrati sono i pensatori ed i divulgatori (che possono fare video di due ore sulla Cappella Sistina facendo finta d’ignorare le ragioni profonde che hanno permesso una tale bellezza!), ingrati gli uomini di scienza (che con padronanza e tecnica si appropriano delle leggi della natura, ma negano il Divino Legislatore), ingrati profondamente ingrati tutti coloro che sovvertono il mondo per egoismo senza comprendere che Dio ha fatto bene tutte le cose.
Un tempo tutta la vita umana era costellata di atti di ringraziamento per i benefici ricevuti da Domine Iddio: il Te Deum era un tipico atto liturgico che non si cantava solo alla fine dell’anno civile, ma ogni qualvolta una situazione necessitava ringraziamento. Siamo incontentabili quindi quando riceviamo qualcosa da Dio anziché metterci in ginocchio e dire “grazie”, spesso nemmeno ci rendiamo conto di ciò che abbiamo ricevuto e o ce ne stanchiamo subito o pretendiamo ancora di più come un adolescente capriccioso e viziato. Quando invece il Signore dà e il Signore toglie con somma intelligenza, con divina provvidenza ed utilità. Il Signore ordina, dispone, orienta per il bene massimale cose sia materiali che spirituali: costruisce come uno splendido castello dove tutto è coordinato, funzionale, utilissimo non ché riparatore rispetto al male che noi potremmo fare. E poi arriviamo noi figli ingrati e superbi che crediamo di avere la soluzione in tasca e sovvertiamo tutto senza alcuna gratitudine. Vogliamo di più, vogliamo la facilità, cerchiamo la diversità per dispetto.. e operando così, non solo sovvertiamo l’ordine del castello, ma lo facciamo anche crollare rovinosamente e ci sediamo fieri sulle rovine di questo mondo che era dritto, ma che abbiamo voluto far andare al contrario.
Diciamoci che a volte Dio ci punisce; non risponde alla nostre preghiere, ci fa rimanere nella difficoltà del tempo presente, nonostante le nostre preghiere, poiché Lui sa che non accontentarci è meglio. Non sempre esercita la Sua misericordia guarendo la nostra lebbra, ma può anche lasciarci nel fango per insegnarci l’umiltà e punirci delle nostre iniquità dato che noi ce ne infischiamo della Sua Legge, ma poi stiamo qui a gridare «Signore, Signore». Il Signore desidera cristiani grati e sottomessi.. non ingrati e ribelli. La preghiera e la Santa Messa hanno racchiusi fra le principali finalità quella del ringraziamento e della conformità alla volontà di Dio.
Chiediamo oggi, in questo mondo in cui non c’è più spazio per Dio, di essere illuminati per chiedere le cose giuste, saper ringraziare per ciò che ci viene elargito, ma chiediamo anche di essere sottomessi alla Volontà di Dio. Accontentiamoci! Se il Signore ha dato ed il Signore ha tolto, sia benedetto il Nome del Signore! Tutto concorre al nostro bene.. e la Chiesa, custode della saggezza e della Verità, al momento voluto dal Sommo Fattore, si ergerà di nuovo qual fucina di scienza, di cultura e di preservazione del bello quali strumenti della Salvezza delle anime. Così sia.
Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata




Spíritus Dómini replévit orbem del 27-05-2023. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Spíritus Dómini replévit orbem del 27-05-2023. Don G. Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 27-05-2023, presso la Chiesa di San Cristoforo della Confraternita della Buona Morte governata dal Priore Giancarlo Tosti (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo ha curato la celebrazione del rito romano antico nella forma cantata, Dominica Pentecostes – Spíritus Dómini replévit orbem, celebrata dal nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso presso la Santa Sede. Al servizio all’altare il chierichetto Giuseppe Baiocchi. Al canto abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
Durante la predica don Giorgio Lenzi (IBP) in questa giornata particolare, ci ricorda che il 50° giorno dopo la Pasqua era anche il culto dell’antica alleanza, un giorno solenne dopo le sette settimane trascorse successivamente alla festa di “Pechak” (la Pasqua ebraica); si faceva memoria simbolicamente della creazione avvenuta in sette giorni, in questo caso simboleggiata dalle sette settimane, e quindi con la Pentecoste si ricordava il compimento dell’opera creatrice di Dio ed inoltre e soprattutto si faceva memoria del momento storico in cui Dio diede delle tavole a Mosé sul Monte Oreb. Quella è una solenne manifestazione di Dio che marcò profondamente il popolo eletto. I 10 comandamenti legge divina fondata sulla legge naturale scritta nel cuore di ogni uomo veniva affidata all’umanità attraverso l’immensa figura di Mosé in una manifestazione divina ricca di pathos, tra fulmini, saette e rombi di tuono.
Ma oggi dopo gli straordinari fatti dell’Incarnazione, della Passione, della Morte e della Risurrezione.. dell’Ascesa al Cielo del Figlio di Dio fattosi uomo per noi – nel contesto della Nuova Alleanza – avviene la manifestazione della terza persona della Trinità Santissima, cioè lo Spirito Santo, che viene infuso in maniera solenne sulla Chiesa nascente. Sono due manifestazioni differenti della potenza divina e del desiderio di Dio di rivelarsi all’umanità che vuole allontanarsi da Lui. Differenti si!, ma anche accomunate da alcuni elementi: perché mentre sull’Oreb, sulle formazioni occiose dell’Arabia, la Divinità si manifesta fra fulmini, saette, tuoni d intima adorazione e rispetto imponendo una legge scritta perennemente sulla pietra. Nella Pentecoste Cristiana c’è anche il rombo del tuono e il vento che si abbatte gagliardo ma poi lo Spirito Divino discende sotto forma di fiammelle rosso fuoco.
Questa teofania anziché incrementare il timore provato da Maria Vergine e gli Apostoli, rinchiusi nel Cenacolo, che vivano l’incertezza dopo l’Ascensione. Quelle fiamme illuminano prodigiosamente le loro intelligenze e rendono possibile la comprensione di tutto ciò che Gesù aveva insegnato loro; quelle fiamme riscaldano il loro cuore rendendolo ancora più perfetto e ripieno delle virtù di Fede, Speranza e Carità; quelle fiamme fanno ardere profondamene quegli araldi di Cristo affinché divengano testimoni ed evangelizzino fino ai confini della terra.
Lo Spirito Santo rigenera i dodici apostoli e li conferma nella loro missione. Sull’Oreb il Sacro timore di Dio aveva permeato un popolo che si era abbandonato al peccato, nel Cenacolo, la paura è scacciata dalla certezza che Dio è Salvatore.
L’adozione (togliti le scarpe, questo luogo è sacro disse Dio a Mosé), rispetto, conoscenza ed applicazione della Legge Divina.. tutte cose che restano nell’insegnamento di Cristo e degli Apostoli, della Chiesa fino ad oggi, ma attualizzate dalla Redenzione della Nuova Alleanza. Se l’Antico Testamento annunciava la salvezza, dopo la Pentecoste viviamo della salvezza stessa! Gli apostoli in questo straordinario momento, nello stesso luogo in cui furono ordinati sacerdoti e vescovi, nel medesimo luogo in cui furono ordinati sacerdoti e vescovi, nel medesimo luogo in cui furono istituti i sacramenti, ed in modo particolarissimo quello della Santa Eucarestia, vedono definitivamente nascere la Chiesa e sono confermati in grazia.
Ma cosa significa questo Mistero? Dopo la Resurrezione il nostro amato Salvatore diede una prima infusione di Spirito Santo agli Apostoli dando loro il potere di assolvere i peccati nonché diede l’ordine di battezzare in vista della vita eterna. Il Cristo aveva promesso l’avvento di Dio Spirito Santo e con l’infusione portentosa della Pentecoste coloro che erano tati ordinati sacerdoti e vescovi, a cui era stato ordine di battezzare ed assolvere, dovranno non solo con la predicazione, ma anche con una vita esemplare rendere credibile ovunque sulla terra la Nuova Religione. Ed ecco “la conferma in grazia” che significa che nella Solenne effusione dello Spirito Santo della Pentecoste ricevettero n tale grado di santificazione che al dire di San Tommaso d’Aquino una certa incapacità di commettere il male ed il peccato. Una speciale protezione che garantiva alla Chiesa nascente di essere ancora di più efficace, dove i doni speciali concessi dal Maestro, termineranno alla morte dell’ultimo degli Apostoli, quando lo Spirito Santo, manifestatosi diverse volte e in modo ancor più particolare ed unico nella Pentecoste, non abbandonerà più la sua Chiesa; parallelamente noi stessi lo riceviamo in maniera ordinaria nei sacramenti durante la nostra vita terrena per essere in stato di Grazia: uno status, quest’ultimo, che dobbiamo sempre invocare e pregare in ogni istante della nostra vita.
Oggi non esistono più infusioni straordinarie di Spirito Santo, Egli opera in maniera ordinaria nella nostra vita. La terza Persona della Santissima Trinità è sicuramente quella della quale ci ricordiamo meno: eppure recitiamo nelle nostre preghiere il Gloria al Padre in cui lo invochiamo esplicitamente, come anche in altre preghiere della Tradizione Cristiana e soprattutto nella Santa Messa in cui l’obumbratio Sancti Spiriti è parte essenziale della preghiera eucaristica. Egli assiste gli uomini e le donne cristiane, e soprattutto la gerarchia della Chiesa a compiere le giuste scelte e preservare integro il deposito della fede! Naturalmente questo aiuto, questa assistenza, è possibile solo se si è docili ed in buona fede. Se questa docilità è reale lo Spirito Santo compie prodigi impressionanti! La splendida sequenza ci insegna tutto sullo Spirito Santo: esso è chiamato “luce dei cuori, consolatore perfetto” la stessa espressione Spirito Santo Paraclito in effetti significa “avvocato, colui che difende e consola” appunto il “dolcissimo sollievo” della sequenza.
Egli essendo l’amore eterno che intercorre fra il Padre ed il Figlio, è Dio e tutto può se questo tutto è ciò che è bene: a noi di accettare questo bene!
Lava ciò che è sordido / bagna ciò che è arido / sana ciò che sanguina / piega ciò che è rigido / scalda ciò che è gelido / drizza ciò che è sviato.
Se solo avessimo fede sufficiente otterremo tutto dallo Spirito Santo che abbiamo ricevuto il giorno del nostro Battesimo, della nostra Cresima ed ogni volta che riceviamo bene i sacramenti!
A queste magnifiche realtà che si attuano in noi e per noi ed attorno a noi, sia opportuno richiamo la festa odierna: la Pentecoste cristiana! Scenda nelle nostre anime la grazia divina in tale abbondanza da renderci trasformati e ripieni di ardente carità in modo che la nostra intelligenza contempli con chiara penetrazione il fulgore della verità divina e la nostra volontà sia spinta ad attuare una vita interiore intensamente vissuta ed esercitare un apostolato vestamente benefico sotto l’efficacia dello Spirito Divino che eleva tutto al bene.
Invochiamolo, desideriamolo, preghiamolo come lo desiderarono Maria Vergine e gli Apostoli riuniti nel Cenacolo a Gerusalemme affinché la nostra vita sia santa in terra e per l’eternità.
La sequenza dice infine: dona morte santa / dona gioia eterna. La gioia eterna viene solo dalla verità, viene solo da Dio!
Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata




Ómnis terra adóret te del 15-01-2023. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Ómnis terra adóret te del 15-01-2023. Don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 15-01-2023, presso la Chiesa di San Cristoforo della Confraternita della Buona Morte governata dal Priore Giancarlo Tosti (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo ha curato la celebrazione del rito romano antico nella forma cantata, Dominica secunda post Epiphaniam – Ómnis terra adóret te, celebrata dal nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso presso la Santa Sede.
La Santa Messa ha visto la presenza di don Matthieu Raffray (IBP), Amministratore del Distretto d’Europa dell’Istituto del Buon Pastore. Al servizio all’altare i chierichetti Giuseppe Baiocchi e Antonello Voce; al turibolo Michele Carloni. Al canto abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta. La celebrazione ha avuto la gioia di ricevere la visita dell’Arcivescovo Mons. Palmieri, vescovo di Ascoli Piceno, che ha assistito, predicato e impartito la benedizione pontificale dopo i saluti finali.
Una visita per la quale il Coetus e l’Istituto del Buon Pastore (che assicura l’assistenza spirituale del gruppo con la messa mensile e il sacramento della confessione) sono grati a Sua Eccellenza per la sua disponibilità nell’esercizio della paternità pastorale e spirituale verso tutte le realtà della diocesi.
Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata




Dicit Dóminus del 20-11-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Dicit Dóminus del 20-11-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo l’omelia della Santa Messa di domenica 20-11-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica XXIV et Ultima Post Pentecosten – Dicit Dóminus, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare il chierichetto Giuseppe Baiocchi. Al canto abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.

Nella predica Don Giorgio ci ricorda come in questo mese di novembre, mese dei morti con il freddo invernale che inizia, con le giornate corte e poco luminose, in questo mese, in questo tempo in cui è più facile riflettere sulla nostra misera condizione, sulla fragilità della natura umana, su quanto è temibile la morte e quanto brutto sia il peccato; ebbene possiamo essere favorevoli al pensiero delle “cose ultime”. La sacra liturgia va proprio in siffatta direzione in quanto ultima domenica dell’anno liturgico. L’anno liturgico rappresenta nel culto il ciclo della nostra vita ed allo stesso tempo la storia dell’umanità, la storia della salvezza. Alla luce di questa lettura del ciclo liturgico possiamo dire che questa domenica rappresenta la fine di tutto, la fine del mondo, la quale ci deve indurre verso una necessaria riflessione. Dobbiamo pensare alla seconda venuta del Cristo e dobbiamo prepararci ad essa. San Paolo nell’Epistola prega per i cristiani, affinché conducano sempre una vita degna di Dio, in maniera tale di piacergli sempre, in tutto per poter avere il giusto e buon posto nell’eternità.

Il nostro amato Salvatore ci rivolge un lungo discorso nelle pagine del Vangelo. Lungo ed enigmatico, nel quale il livello del presente, del passato e del futuro si mischiano e si confondono lasciandoci quasi storditi come appunto saremo noi stessi quando il figlio dell’uomo ritornerà sulla terra per giudicarci. La distruzione del tempio di Gerusalemme, il tempio simbolo dell’antica alleanza è annunciata in queste parole del Cristo e si produrrà nell’anno settanta come era già stato profetizzato da Daniele. Nostro Signore però, non separa la rovina materiale di Gerusalemme dalla fine del mondo, perché la punizione che colpisce i giudei è figura della punizione che attende noi tutti alla fine del mondo se noi stessi abbiamo rigettato con il peccato la salvezza offerta dal Figlio di Dio.
Siamo messi in guardia: dei momenti difficili arriveranno.. con dei falsi profeti, dei falsi salvatori, ma non sarà ancora la fine, serve solo a prepararci! In quest’epoca confusa e poco cristiana nella quale noi viviamo, cari amici, sforziamoci di non perdere il senso primo della nostra fede, della nostra morale cristiana, non facciamoci ingannare dagli pseudo-profeti. Siamo attaccati da questa società senza Dio, siamo attaccati dagli errori e dalle ambiguità diffuse – alle volte – dalla confusione di noi sacerdoti stessi, primi responsabili del gregge.
Tanta confusione sulla religione e sulla verità avviene certamente, ma non per tale ragione noi dobbiamo cercare il nemico solo sull’altro da me, ma guardiamoci anche nel nostro orgoglio e dalla nostra cattiva fede. Chiediamoci se noi stessi abbiamo capito veramente la grandezza della nostra vera e santa religione e quanto sia gravoso il male, l’errore e il peccato, poiché se tale comprensione non dovesse giungerci, continueremo – nonostante le buone intenzioni – a convivere con la superficialità del mondo. Si tratta certamente di un gioco socio-politico di contrapposizione fra la destra e la sinistra che spesso ci travolge tutti anche nel contesto della vita cristiana. Se la lotta, il combattimento, per la Fede non è orientato alla salvezza, ma solamente ad una lotta interna alla Chiesa Cattolica, tale combattimento è interessante dal punto di vista umano o intellettuale, ma non da quello del punto di vista della vita eterna.
La preoccupazione per la Fede vera, per la dottrina di sempre deve produrre frutti spirituali che devono condurci rettamente alla fine dei tempi.. al giudizio prima particolare, poi universale. Dobbiamo dunque giungere a tale stato, con coscienza retta, opere buone e odio del peccato. I nemici di Cristo sono ovunque anche fra chi crede di essere migliore degli altri. Il nemico di Cristo può essere ciascuno di noi, se non ci prepariamo bene al giorno del giudizio finale e pensiamo solo alle cose di questo mondo.
Noi non conosciamo né il giorno, né l’ora nel quale il Figlio di Dio apparirà dal Cielo con il simbolo della Redenzione: la Santa Croce! La nostra vita, i nostri ideali, le nostre lotte, i nostri successi non servono a molto se non insiste la gloria della Croce. Il cielo, la terra, anche codesta predica, passeranno, ma non passerà mai la parola del Salvatore: una parola eterna, che vince su ogni errore e su ogni peccato. Scegliamo il campo giusto.
Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata




Visita a Castel Gandolfo presso il Palazzo Apostolico

Visita a Castel Gandolfo presso il Palazzo Apostolicodi redazione

Eretto nel 1624 per volontà di papa Urbano VII Barberini su progetto di Carlo Maderno, sul sito del Castello Savelli fu edificato il Palazzo Pontificio; nelle fasi finali della costruzione Gian Lorenzo Bernini collaborò alla realizzazione di un’ala e costruì un cancello nei giardini, oggi non più visibile.

All”interno della Cappella di Urbano VIII e in altri spazi adiacenti si possono ammirare affreschi di Simone Lagi e dei fratelli Zuccari, mentre nella Galleria del Bernini si possono ammirare affreschi di Pier Leone Ghezzi. Citiamo anche la Sala da Pranzo di Clemente XIV (Sala da pranzo di Clemente XIV), la Sala del Trono (Sala del Trono) decorata con arazzi e la Sala dello Scalco (sala del maggiordomo personale del Papa) con dipinti di Salvator Rosa.
La residenza pontificia fu abbandonata nel 1870 a causa della caduta dello Stato Pontificio, fino al 1929 quando, dopo i Patti Lateranensi, tornò ad essere residenza estiva dei Papi. Il 21 ottobre 2016 per decisione di Papa Francesco, il Palazzo ha dismesso le sue vesti di residenza estiva papale ed è diventato ufficialmente un museo.

La Famiglia pontificia è costituita da quei dignitari che servono il pontefice quotidianamente, lo assistono nelle cerimonie e lo coadiuvano nel governo temporale dello Stato. Ai membri della Famiglia sono affidati compiti di governo, consultivi, di segreteria, di sicurezza e organizzativi. Anche nella Famiglia, come nella Cappella, alcune cariche sono tradizionalmente assegnate agli esponenti delle più importanti famiglie aristocratiche romane: Orsini, Colonna, Ruspoli, Barberini, Sacchetti, Chigi, Massimo, Altieri, Naro Patrizi ecc. È un modo per coinvolgere il tessuto sociale della città nella struttura della corte, malgrado questa rimanga sostanzialmente clericale e l’aristocrazia viva, proprio in questi anni, un forte fenomeno di arretramento.
L’ordine della Famiglia è dato dalla familiarità con il pontefice, e cioè al ruolo di vicinanza, del servizio svolto e alla partecipazione alla vita quotidiana del Papa.

Divisa del VII Principe di Cerveteri Don Alessandro Ruspoli “Gran Maestro del Sacro Ospizio Apostolico” (Magister sacri hospitii 1869-1952). La carica del Maestro del Sacro Ospizio Apostolico è stata sempre considerata una delle grandi cariche laiche della famiglia Pontificia. Egli prestava servizio in tutte le Cappelle papali e nei Concistori pubblici, oltre che nelle solenni udienze ai Sovrani Regnanti e ai Capi di Stato, con lo specifico compito di riceverli e accompagnarli sia al cospetto del Sommo Pontefice che dell’Em.mo Cardinale Segretario di Stato, così come di seguirli anche durante la visita alla Basilica di San Pietro. Nominato dal Santo Padre con Breve Apostolico, dal 1811 tale carica è stata costantemente conferita a membri della famiglia Ruspoli di Cerveteri, in successione all’antichissima ma estinta famiglia ducale Conti di Poli e Guadagnolo. A tutte le solenni funzioni pontificie, il Maestro del Sacro Ospizio veniva accompagnato da quattro Guardie Svizzere, facendo altrettanto anche dopo la funzione. Nelle Cappelle Papali, infatti, egli si tratteneva fuori dal presbiterio, per poi recarsi a destra dell’ingresso della quadratura solo all’arrivo del Papa, presso il banco dei Cardinali diaconi. Durante i Pontificali egli versa l’acqua alle mani del Pontefice, così come a Natale e Pasqua riceveva la comunione direttamente dalle mani del Santo Padre. Nella processione del Corpus Domini e alle Canonizzazioni incedeva, inoltre, con la torcia accesa davanti alla Croce Papale. Penultimo Maestro del Sacro ospizio, prima che la carica venisse abolita in seguito al Motu Proprio Pontificalis Domus del 1968, è stato il Principe Alessandro Ruspoli di Cerveteri, che oltre ad essere Cavaliere dell’Ordine Supremo del Cristo e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano, con Breve del 28 maggio 1916 di Papa Benedetto XV, ebbe speciale concessione del titolo di “Gran Maestro”. ©GiuseppeBaiocchi

Uniforme del capitano comandante della Guardia Nobile (in alta uniforme o d’onore). Ultimo comandante del corpo è stato il marchese Mario Filippo Benedetto del Drago (Roma, 22 marzo 1899 – Roma, 20 dicembre 1981). La prima era l’uniforme d’onore utilizzata per le occasioni più importanti e per le celebrazioni liturgiche in cui la guardia era presente. Essa era composta da un elmo da corazziere piumato di bianco e crinato di nero, una giubba rossa con bandoliera e spalline dorate una cintura bianca in vita, pantaloni bianchi e stivali neri da cavallerizzo. In tutti questi particolari l’uniforme ricordava chiaramente quella dei corazzieri e tale rimase sino alla soppressione del corpo, in ricordo dell’originaria funzione svolta da questa guardia. L’unico armamento della guardia nobile era costituito da una sciabola da cavalleria e anche questo corpo, come quello della Guardia Svizzera pontificia, era tra i pochi ad essere autorizzato a portare le armi anche in chiesa e alla presenza del pontefice. ©GiuseppeBaiocchi

Divisa del VII Principe di Cerveteri Don Alessandro Ruspoli “Gran Maestro del Sacro Ospizio Apostolico” (particolare della placca di Gran Croce dell’Ordine Piano).

Uniforme del capitano comandante della Guardia Nobile (particolare delle onoreficenze tra cui si individua l’Ordine Piano e la placca di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Costantiniano). ©GiuseppeBaiocchi

Alta Uniforme di capitano della Guardia Nobile con copricapo bicorno. La guardia nobile faceva le proprie apparizioni in pubblico solo nelle occasioni in cui il Papa svolgesse delle attività in pubblico e durante il periodo di sede vacante il corpo si poneva al servizio del Collegio dei cardinali. Tra le funzioni di sicurezza personale, ad esempio, quando il papa quotidianamente faceva la propria passeggiata nei Giardini Vaticani, due guardie nobili lo seguivano a distanza per vigilare sulla sua incolumità. Oggi tale funzione è ricoperta dalla Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano. ©GiuseppeBaiocchi

Alta Uniforme di capitano della Guardia Nobile con copricapo bicorno (particolare dell’ordine cavalleresco equestre pontificio di San Gregorio Magno). ©GiuseppeBaiocchi

Nel modello, il Maresciallo del conclave o Custode del conclave, appartenuto al Principe Sigismondo Chigi della Rovere-Albani. Questa figura è il custode del conclave, con il compito di assicurarne la riservatezza dalle interferenze esterne. È una carica ereditaria, in origine appannaggio della famiglia Savelli, poi passata ai Chigi. ©GiuseppeBaiocchi

Cameriere segreto di Cappa e Spada d’onore laico. I camerieri segreti potevano essere di cappa e spada, cioè nobili laici, in numero di cinque con precise funzioni e assistenza da camerieri detti de numero e camerieri laici soprannumerari e camerieri d’onore. I «Camerieri segreti di spada e cappa partecipanti» che svolgevano effettivo servizio nella Famiglia pontificia e partecipavano alle elargizioni degli emolumenti erano: 1) il “Gran maestro del Sacro Ospizio” (VII Principe di Cerveteri Don Alessandro Ruspoli); 2) il “Foriere maggiore dei sacri palazzi apostolici”, al quale era affidata la preparazione materiale dei trasferimenti pontifici (marchese don Giovanni Battista Sacchetti) 3) il “Cavallerizzo maggiore di Sua Santità”, il quale sovrintendeva le scuderie papali (don Giacomo Serlupi-Cescenzi) 4) il “Soprintendente generale delle poste”, ovvero l’antico organizzatore dei viaggi papali, che apriva e chiudeva la porta della carrozza pontificia (S.E. il principe don Camillo Francesco Massimo); 5) i latori della Rosa d’oro (consegnavano ai destinatari la Rosa d’oro) 6) il segretario per le ambasciate (riceveva i regali portati al papa dai visitatori) 7) l’esente delle Guardie nobili di servizio diurno 8) i camerieri segreti di cappa e spada soprannumerari (laici che dovevano appartenere alla nobiltà o avere un’alta posizione sociale, prestavano servizio ordinario di anticamera, specialmente durante la sede vacante). ©GiuseppeBaiocchi

Cameriere segreto di Cappa e Spada d’onore laico (particolare). Paolo VI riorganizzò nel 1968, con il motu proprio Pontificalis Domus, i servizi connessi alla persona del Papa, per privilegiare i servizi effettivi a scapito di «quelli che non sono che nominali, decorativi ed esteriori». Egli soppresse i camerieri segreti partecipanti, i camerieri d’onore in abito paonazzo, i camerieri d’onore extra urbem ed i camerieri laici «di cappa e spada». Creò poi i «gentiluomini di Sua Santità», corpo che accoglie i laici. I camerieri segreti soprannumerari presero il nome di cappellani di Sua Santità. ©GiuseppeBaiocchi

Nel corteo che accompagna l’ingresso del Papa era assicurata dai cordoni mobili della Guardia Nobile, Svizzera e dai mazzieri. La tradizione di portare un bastone, o mazza, d’argento e ornato con lo stemma del pontefice, ha origini molto antiche e serve a segnalare la dignità papale. Il mazziere o Aiutante di Camera è una gentiluomo munita di mazza, con riferimento a maggiordomi, guarda portoni o uscieri di palazzi signorili o a chi ha l’incarico di guidare cortei o processioni, di dirigere le cerimonie durante le funzioni religiose o di corte. Il corteo papale veniva svolto seguendo ben determinate precedenze, che prevedevano anzitutto Dignitari, collegi e ordini con ben 38 tipologie e quindi i Ministri e gli inservienti con 11 tipologie, di cui la decima e penultima è costituita dai mazzieri, che portavano nelle cerimonie la mazza d’argento, simbolo di autorità. Sorto probabilmente verso il secolo XII, il collegio dei servientes armorum, detto poi dei sergentes armorum e quindi dei mazzieri pontifici, era uno dei numerosi uffici o corpi di cui si componeva la corte papale e assunse maggiore rilevanza dal secolo XVI, iniziando il suo declino nella seconda metà del XIX secolo. ©GiuseppeBaiocchi

Foriere maggiore dei sacri palazzi apostolici”, al quale era affidata la preparazione materiale dei trasferimenti pontifici appartenente alla schiera dei Camerieri segreti di Cappa e Spada d’onore laico. (marchese don Giovanni Battista Sacchetti 1912-1968). ©GiuseppeBaiocchi

Divisa del marchese don Giacomo Serlupi-Crescenzi Cavallerizzo Maggiore di Sua Santità, appartenente alla schiera dei Camerieri segreti di Cappa e Spada d’onore laico. ©GiuseppeBaiocchi

Il Bussolante Pontificio, addetti dell’anticamera pontificia, appartenente alla schiera dei Camerieri segreti di Cappa e Spada d’onore laico. ©GiuseppeBaiocchi

Guardia Nobile Pontificia (uniforme di servizio). Il reggimento delle Guardie nobili (soppresso nel 1970): 1) il capitano comandante 2) il capitano 3) il vessilifero ereditario di Santa romana Chiesa, che portava il gonfalone o stendardo papale e apparteneva alla famiglia dei marchesi Patrizi Naro Montoro, marchesi di baldacchino (ultimo rappresentante il marchese don Patrizio Patrizi Naro Montoro (1888 – 1968). Il drappo portava la seguente descrizione: “un drappo di seta rossa guarnita di frangia a fiocchetti pure di seta rossa intarsiata d’oro con cordoni e fiocchi simili, il drappo ha sparso nel campo stelle ricamate in oro e da ambo le parti nel mezzo lo stemma gentilizio del papa pro tempore ricamato in oro e in seta con i colori del suo blasone sovrastato dal triregno con le chiavi incrociate; la grande asta è di legno dorato terminando con la lancia di metallo inargentato”. 4) i tenenti 5) il sottotenente 6) gli esenti ©GiuseppeBaiocchi

Trono di Pio IX per la Sala del Concistoro. Manifattura Braqueniè per l’intaglio dorato e Manifattura Sauvrezy per la tappezzeria ad arazzo disegnata da Jules Le Blanc, Parigi 1877. ©GiuseppeBaiocchi

Flabello: ventaglio che affiancava sempre il Pontefice ©GiuseppeBaiocchi

Roberto Fantuzzi, Papa Pio XI con la corte Pontificia nella Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano – olio su tela 1936.

Alla fine del Cinquecento i Pontefici entrarono in possesso dell’area che diventò patrimonio inalienabile della Santa Sede. Urbano VIII Barberini ( 1623 – 1644) fu il primo Papa a villeggiare in questa residenza, nella primavera del 1626, una volta terminati i primi lavori di sistemazione del Palazzo, affidati a Carlo Maderno. Toccherà ad Alessandro VII Chigi (1655/1667) completare la costruzione del Palazzo pontificio. Clemente IV Ganganelli (1769 – 1774) ampliò la residenza con l’acquisto dell’adiacente villa Cybo e del suo enorme parco dell’estensione di circa tre ettari, trasformato in uno splendido giardino, ricco di marmi, statue e fontane di grande pregio.

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Dóminus fortitúdo plebis del 17-07-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Dóminus fortitúdo plebis del 17-07-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 17-07-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica sexta post Pentecosten – Dóminus fortitúdo plebis, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare due diaconi del medesimo Istituto: don Joseph Cuchet (IBP) e don Alexandre Saphy (IBP); e il seminarista del capitolo di San Remigio don Pierre Guérin. All’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
Nella giornata di ieri, sabato 16-07-2022, una piccola delegazione del Coetus si è recata a Roma, presso la Trinità dei Pellegrini per assistere  alla celebrazione dei dieci anni di sacerdozio da parte del nostro regolatore don Giorgio Lenzi (IBP): Bordeaux 29 giugno 2012 / Roma, 29 Giugno 2022.
Oggi, nell’omaggio al nostro regolatore, per l’omelia, ha preso la parola il diacono francese don Joseph Cuchet (IBP), il quale dopo aver ringraziato lo stesso sacerdote, il Priore Tosti e il Coetus per l’ospitalità, ha così esclamato – in perfetto italiano – l’importanza di Gesù Cristo.
Non possiamo immaginare quale sia stata l’attrazione esercitata dal figlio di Dio fatto uomo sulle folle della Palestina: 4.000 persone che seguono Gesù per tre giorni senza mangiare: chi oggi farebbe una cosa del genere? Questo rappresenta già una lezione importante per noi. Se troviamo difficile andare alla Santa Messa, ascoltare la predica di un diacono francese, quando si potrebbe essere in spiaggia, dobbiamo ancora una volta ricordare quei tempi, nei quali tanta gente seguiva Gesù ovunque sia per ascoltarlo, sia per vederlo, che per seguirlo. Nessuno si preoccupava dei beni materiali, ma si ambiva unicamente ad avere Gesù Cristo. Proprio in questo tempo quando tutti avevano la parola di Dio come unico regola, ecco che Egli si preoccupa di aiutare tutti, senza contare che alla fine, mancano solo sette scorte di pane e di pesci.
In questi tempi travagliati, l’importanza del ricordo diviene fondamentale e se ci si sforza di effettuare questo principio e ci si abbandono nelle sue braccia, allora non dobbiamo preoccuparci di nulla: tutto il resto ci sarà dato ed ancora di più. La moltiplicazione dei pani e dei pesci è una splendida figura di riferimento al sacramento dell’eucarestia: Dio vede la nostra miseria, dalla nostra povertà del peccato originale, non possiamo fare niente da soli, per ritrovare l’amicizia con Dio, per ritrovare l’unità della grazia. Per salvare tale folla, Gesù darà la vita e non basta una eternità per capire l’immensità di questo mistero. Abbiamo peccato, abbiamo rifiutato Dio e lui risponde dando la sua vita, sacrificando lui stesso per la nostra salvezza. Solo capendo questo noi possiamo avvicinarci alla Santa Messa e come dobbiamo prepararci a ricevere nostro Signore, sotto l’apparenza del pane. Bisogna ricevere il messaggio che Egli vuole dirci, attraverso i mezzi scelti da lui: quali la Santa Chiesa, la liturgia, i sacramenti, l’insegnamento dei nostri sacerdoti. Questa preparazione è molto importante per ricevere tutti i frutti della Santa Comunione. Come afferma San Paolo nell’Epistola “dal Battesimo, non siamo più schiavi del peccato” e il nostro uomo vecchio è stato crocefisso con Gesù.
Bisogna ancora una volta sforzarsi di seguire Cristo nel deserto sia nei momenti facili, che in quelli difficili, affinché egli ci dia il cibo necessario, per essere sempre con lui nell’eternità.

da sinistra a destra: il Priore della Confraternita Orazione e Morte Cav. Giancarlo Tosti, il diacono don Joseph Cuchet (IBP), il sacerdote don Giorgio Lenzi (IBP), il diacono don Alexandre Saphy (IBP) e il seminarista del capitolo di San Remigio don Pierre Guérin.

Nella splendida cornice di Piazza del Popolo ad Ascoli Piceno, sotto l’ombra di Papa Paolo III Farnese inserito nella serliana di Palazzo dei Capitani. Da sinistra a destra: il seminarista del capitolo di San Remigio don Pierre Guérin, il diacono don Joseph Cuchet (IBP), il sacerdote don Giorgio Lenzi (IBP), il diacono don Alexandre Saphy (IBP) e il responsabile del Coetus Arch. Giuseppe Baiocchi.

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Requiem aetérnam dónaé is Dómine del 30-06-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)

Requiem aetérnam dónaé is Dómine 30-06-2022. Don Giorgio Lenzidi redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa Requiem di giovedì 30-06-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Requiem aetérnam dónaé is Dómine, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Alessandro Grilli, Fabrizio Diomedi (chierichetti) e Edoardo Belvederesi al canto.
Nelle esequie tradizionali le parole che il sacerdote rivolge non si effettuano durante la messa, ma al termine della celebrazione, proprio perché il sacerdote deve servire il Signore prima del defunto, quindi non sarebbe giusto interrompere la celebrazione per un’orazione. La Chiesa che è Maestra ci insegna tutte queste utili nozioni per farci sempre più amare e glorificare Dio, anche in un funerale proprio per la salvezza dell’anima della nostra sorella Maria.
Ebbene non è mai facile predicare ai funerali poiché è difficile rivolgersi a delle persone che hanno perso un caro, colui che sicuramente ha rappresentato una parte essenziale della nostra vita. Ammettiamo pure che Dio non esistesse, ebbene sarebbe giusto comunque trovarci in questo luogo, trovarci intorno alle spoglie mortali della nostra sorella Maria: una madre, una sposa, una nonna, una donna che ha percorso le stesse strade della nostra vita. Ancora di più, se il ricordo, la necessità umana, è importante e indispensabile, ancora di più diviene fondamentale l’aspetto religioso. Noi sappiamo che la nostra vita non termina con la morte, ma la nostra vita continua: non abbiamo la possibilità di verificarlo con i nostri sensi, ma la rivelazione ce lo dice e sappiamo che è importante anche restare in contatto spirituale attraverso gli strumenti della Chiesa, ovvero tramite i suffragi, cioè le preghiere che possiamo fare per i defunti: una modalità per poter essere in relazione con loro, di raccomandarli a Dio ed una volta che sono con Dio essi possono ricordarci presso la Divina Maestà. Ed allora il tutto diviene un grande dono, nonostante la tristezza per quanto oggi possiamo trovarci qui ad officiare la funzione per la nostra sorella scomparsa.
Nei testi del rito romano antico, appunto, vedrete quanto è profondo lo spirito di questa preghiera. Un tempo si aveva un po’ paura dei funerali, di quel colore nero – Cattolico e Romano – un po’lugubre che trasmetteva ai più teneri di cuore il memento mori. In realtà se si leggono i testi, essi sono pieni di speranza, ed affidano l’anima della nostra sorella Maria alla misericordia di Dio, che forse è l’unica che non mente mai. Quando Dio afferma una cosa, essa è per sempre. Quindi il giorno del battesimo della nostra sorella, Dio gli ha promesso la salvezza e durante tutti i momenti della sua vita, essa ha avuto la possibilità di restare vicino a Dio. Ed ecco perché siamo qui e perché stiamo cantando dei testi che sono i più antichi del rito cristiano. Se vi è una cosa che si è cristallizzata nella storia della religione cattolica, è proprio il rito del funerale perché è una cosa talmente intima, che mai la chiesa ha osato toccare queste preghiere che oggi noi abbiamo recitato e continueremo a recitare nell’ultima parte della celebrazione per la nostra cara sorella Maria. Allora.. dobbiamo pregare per i defunti, non dobbiamo dimenticarli. Purtroppo sì, la vita della terra ci distrae, spesso non ci fa più pensare a coloro che non ci sono più. All’inizio il dolore forte, quello che stiamo vivendo oggi, ma questo ricordo odierno non deve essere dimenticato e ogni tanto il nostro pensiero, la nostra preghiera deve andare verso coloro che non ci sono più. E proprio perché dobbiamo essere aiutati, e non sapendo mai quanto tempo ancora al defunto occorra affinché ci sia un incontro completo con Dio, la Chiesa ci insegna che bisogna pregare, ed è per questo che esiste la dottrina del Purgatorio. Infine c’è una cosa spiacevole, ma che bisogna dire: quando ci ritroviamo in una chiesa intorno ad una bara, intorno ai resti mortali di una persona che ci è stata cara e che noi onoriamo perché esso è stato sede dello Spirito Santo, ed è per questo che tutti questi riti, queste preghiere intorno ad un corpo che ora è privato dell’anima, non cambia l’importanza della materia corporale, la quale è stata battezzata, cresimata e detiene ancora adesso per noi la massima importanza e il massimo cordoglio.
Il funerale quindi non può che ricordare anche la morte: quando noi ci troveremo lì, al posto di questa donna. Un argomento evitato spesso certamente, ma che non può non essere affrontato per l’importanza che detiene, poiché ricorda all’uomo mortale se le nostre azioni, se la nostra vita cristiana, se tutto quello che facciamo è conforme all’insegnamento di Nostro Signore e conforme all’insegnamento della Chiesa e guardare anche ai nostri cari che forse sono stati anche più esemplari di noi e cercare di imitarli per guadagnare quel posticino vicino a Dio un giorno in cielo e rincontrare appunto le persone cara che si trovano nella gloria di Dio, una volta purificate e salvate. In queste esequie il nostro cuore deve unirsi al Santo Sacrificio della Santa Messa per onorare in maniera solenne – forse per l’ultima volta in questo modo, la nostra sorella che affidiamo all’infinita misericordia del Signore, così sia.
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Benedícta sit sancta Trínitas del 12-06-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Benedícta sit sancta Trínitas 12-06-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 12-06-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, In festo Sanctissimae Trinitatis – Benedícta sit sancta Trínitas, con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi, Michele Carloni (chierichetti) e Davide Di Salvatore (turiferario); all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
Dall’omelia di don Giorgio Lenzi ci ritorna di insegnamento l’argomento della Santa Messa di questa domenica: Dio Padre, Dio figlio, Dio Spirito Santo: cioè la Santissima Trinità. Dal punto di vista pedagogico del culto cristiano vi è un momento particolare per celebrare un mistero così importante. Dopo aver celebrato le grandi solennità pasquali, ci accingiamo oggi a celebrare uno dei due misteri principali della nostra fede: unità e trinità di Dio (il mistero di oggi) e incarnazione e passione e morte di nostro Signore Gesù Cristo. Durante proprio il segno della croce, noi ricordiamo il rinnovamento continuo di questi simboli, dove Dio è uno, ma in tre persone uguali, il Padre, il figlio e lo Spirito Santo: queste tre persone divine hanno appunto la stessa sostanza – lo cantiamo e lo recitiamo nel Credo – essendo tutte e tre lo stesso Dio, ed è proprio da qui che si può parlare di transustanziale nel Credo. Queste tre persone sono distinte, tra esse non c’è confusione, esse non si sovrappongono: c’è il Padre, c’è il Figlio e c’è lo Spirito Santo. Ma la comprensione umana non può arrivare in maniera univoca a comprendere identità e distinzione e di fronte a ciò bisogna inginocchiarsi e credere – appunto – nella Santissima Trinità.
Dobbiamo sottomettere la nostra intelligenza alla fede, senza appunto cedere alla tentazione antropocentrica in cui la nostra intelligenza debba capire sempre ogni cosa. Ciò – sia chiaro – non significa rimanere nell’ignoranza, ma affidarsi ad un’entità superiore che ci permea e che ci aiuta. Nell’epoca della totale immanenza, credere – dunque affidarsi – è l’azione più difficile. Ebbene questo mistero di oggi è uno dei più importanti poiché identifica propriamente la nostra santa religione. Infatti gli altri culti sparsi per il mondo e frammentati, non possono in nessun modo – nella loro dottrina – accettare l’unità e la Trinità di Dio ed è proprio questo che ci contraddistingue.
Bisogna dunque difendere con forza questo mistero che sì, può apparirci incomprensibile, ma che indica chiaramente chi siamo. Pochi sono i santi che si sono avvicinati alla grandezza di questo mistero. Una di queste è Santa Barbara decapitata dallo spietato padre pagano. Il padre di Santa Barbara, Dioscuro, fece costruire una torre per rinchiudervi la bellissima figlia richiesta in sposa da moltissimi pretendenti. Ella, però, non aveva intenzione di sposarsi, ma di consacrarsi a Dio. Prima di entrare nella torre, non essendo ancora battezzata e volendo ricevere il sacramento della rigenerazione, si recò in una piscina d’acqua vicino alla torre e vi si immerse tre volte dicendo: “Battezzati Barbara nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Per ordine del padre, la torre avrebbe dovuto avere due finestre, ma Barbara ne volle tre in onore della Santissima Trinità. La finestra trilobata – come spiegò la santa – fa permeare nella stanza una luce unica, ma passando dalle tre aperture i tre raggi in realtà provengono da un’unica fonte.
Altro esempio ci giunge da San Patrizio, che in Irlanda – durante la conversione dei pagani – usò la pianta del trifoglio per chiarire ai Celti il concetto della trinità: i tre petali sono distinti, ma provengono dall’unico gambo madre.
Sono chiaramente esempi che non esprimono assolutamente l’immagine metafisica di questo mistero, ma che aiutano alla percezione di esso in forma figurata.
Dio stesso, ad esempio, al popolo eletto, parlava al plurale: non affermava “io sono”, ma “noi siamo”, Egli parla in questo modo proprio per iniziare a prepararci a questo mistero. Di fronte a ciò la Chiesa ci invita non tanto alla comprensione, ma alla adorazione del Mistero. Anche nei testi liturgici, laddove la liturgia è nostra maestra di vita – nel messale di San Pio V spesso ci si rivolge alla Santissima Trinità, oppure alla simbologia canora dove la trinità appare come strumenti della chiesa e lo ritroviamo all’interno del Kyrie, del Sanctus, dell’Agnus Dei e del Domine non sum dignus.
Ed ecco perché tutta la preghiera cristiana inizia sempre con quel segno della croce, il quale deve divenire punto fermo di tutta la nostra giornata: Padre (creatore), Figlio (salvatore), Spirito Santo (amore eterno).
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Vocem iucunditátis del 22-05-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Vocem iucunditátis del 22-05-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 22-05-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica quinta post Pascha – Vocem iucunditátis con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto) e come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
Oggi le pagine del Vangelo accendono i riflettori sulla preghiera, la quale è antica quanto l’umanità. Oggi siamo nella nuova e definitiva alleanza che non può più cambiare: “in Verità e Verità vi dico, tutto ciò che domanderete al padre nel mio nome, egli te lo concederà” – dunque appare all’uomo l’intercessore, questo potente avvocato, che è Dio stesso fattosi uomo. Quindi Cristo ci invita costantemente alla preghiera, dove la preghiera personale è importantissima, ma l’espressione principale è appunto il culto pubblico della Santa Chiesa, la Sacra liturgia.
Per questo vediamo che nelle orazioni, queste particolari preghiere (quella che precede l’Epistola, la Colletta, la Secreta o la Post Communio) si concludo tutte per “Dómini nostri Iesu Christi” o sempre con un riferimento cristologico. Questo perché la chiesa esegue quello che Cristo ha ordinato, chiede a suo nome di Gesù Cristo le cose di cui l’uomo ha bisogno, siano esse materiali o spirituali. Non a caso nel Vangelo di oggi, vi è un imperativo che risuona nella lettura “chiedete”, dunque un comando formale che quindi deve essere rispettato e applicato. Tale preghiera fa entrare l’uomo in uno stato di grazia divina, senza la quale ci è impossibile anche di fare la più piccola azione buona che possa essere necessaria alla salvezza eterna.
Come affermò Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696 – 1787): “Chi prega si salva, chi non prega si danna”, poiché si tratta specificatamente della nostra volontà ad essere uniti a Dio. Non a caso Giuseppe Melchiorre Sarto, (San Pius PP. X 1835 – 1914) condannava – nell’enciclica Pascendi Dominici gregis (1907) – questo benessere individualistico dell’uomo moderno e contemporaneo, come “immanentismo”. Anche la preghiera individuale che alleggerisce e migliora la nostra anima, non è il fine, ma il mezzo e lo strumento di un percorso di elevazione dell’uomo che ha il suo culmine nella Santa Messa. I quattro fini della preghiera sono dunque, l’adorazione, il ringraziamento, la propiziazione, la supplica. La preghiera fortifica le virtù cristiane e dà forza spirituale, ma bisogna pregare sempre sia quando gli eventi sono positivi, sia quando divengono negativi. Bisogna pregare anzitutto anche quando noi stessi siamo cattivi e non il mondo esterno a noi. Quando ci si trova in una situazione di peccato, anche ripetuto, è proprio lì che bisogna continuare a pregare, poiché lì si esce dal peccato e malgrado tutto – anche con un peccato radicato – vogliamo amarlo, vogliamo servirlo e quindi ci aiuterà.
Anche compiere dei gesti simboli della preghiera è molto importante come atto di devozione al Signore. Oggi, nel mese di Maggio, portare fiori alla Madonna, accendere un lume, sono gesti cristiani di preghiere: siamo uomini e viviamo anche attraverso simboli e segni. Anche imprimere un legame spirituale con degli oggetti o immagini, come il caso odierno della benedizione delle rose, fa tendere l’uomo a realtà spirituali più alte. Questo è il grande tesoro della Chiesa e non deve essere disperso nella tempesta che la società moderna ci crea ogni giorno, rigettando tutto ciò che è spirituale e tradizionale con un vero e proprio odio.
Mille sono le modalità, all’interno della dottrina cristiana per rivolgersi a Dio, senza volgersi alle mistificazioni della moderna spiritualità che ci allontana dal sacro.
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Quasi modo géniti infántes 23-04-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Quasi modo géniti infántes 23-04-2022. Don Giorgio Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 23-04-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica in Albis (Quasi modo géniti infántes) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto) e Fabrizio Diomedi (chierichetto), all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta.
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