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Laetáre, Ierúsalem del 14-03-2021. Celebra Don Giorgio Lenzi

Laetáre, Ierúsalem del 14-03-2021. Celebra Don Giorgio Lenzi

 

Domenica 14-03-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, un giovane chierichetto e il turiferario Giuseppe Baiocchi. Al canto gregoriano il Maestro Giuseppe Spinozzi. Nell’omelia odierna, nella metà del tempo di Quaresima, don Giorgio Lenzi ci illustra la diversità rispetto alle domeniche precedenti. Non è casuale come i paramenti siano di colore rosaceo, poiché apportano una connotazione gioiosa. Fino a Papa Montini, in questo giorno, il Sommo Pontefice, usava benedire una rosa d’oro nella quale si racchiudeva una goccia del sacro crisma, dell’incenso benedetto, derivanti appunto da questi petali preziosi, grazie a questo Olio Santo. Questa rosa veniva poi donata dal Papa, a personaggi illustri della città eterna e di protettori della Santa Chiesa o spesso inviata a qualche santuario molto venerato. Il Santo Padre Benedetto XVI ha offerto in alcune occasioni la rosa d’oro – da lui benedetta -, non nei giorni liturgici previsti, poiché nei tempi recenti si è perso l’uso tradizionale di benedire la rosa in questo modo. Prima della cattività avignonese, la benedizione della rosa, in questa domenica a Roma era un rito molto solenne e caratteristico ed è probabilmente tale celebrazione gioiosa che ha prodotto il colore rosaceo di questo tempo di Quaresima: una pausa nel lungo percorso della rinuncia che parte dal mercoledì delle ceneri e arriva al Triduo Sacro e al Santissimo giorno di Pasqua. Oggi, forse, conserviamo una sola immagine debole di quello che fu il tempo della Roma dei Papi, della domenica Laetare detta “la domenica della Rosa d’oro”. Riti particolari della Cappella Papale li ritroviamo già sotto Leone IX, dove si conferiva grande importanza a quest’oggetto sacramentale ed ancora Innocenzo III, durante una sua omelia, ne riprese i riferimenti nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma (la quale custodisce le reliquie preziose della passione di Nostro Signore Gesù Cristo). Dunque quest’ultima Basilica, insieme a quella di San Giovanni in Laterano, furono per secoli lo scenario dei riti di questo giorno. In epoca medievale il Papa compiva – presso il Palazzo del Laterano – la benedizione di questa rosa preziosa, e creato il sacro corteo (che si svolgeva come una vera e propria cavalcata) si giungeva alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Ebbene nella Chiesa stazionale di questa domenica, il Pontefice pronunciava un’omelia nella quale si enunciavano i caratteri della mistica rosa d’oro: pura, profumata, bella, colorata e subito dopo si celebrava la Santa Messa, alla fine della quale poi si ritornava al Palazzo del Laterano. Così durante entrambi i tragitti il Papa, in arcione, teneva in mano la Sacra Rosa che assumeva tratti mistici e misteriosi anche per il popolo che quindi si rallegrava di vedere questo solenne rito compiuto dal Pontefice romano. Arrivato al Palazzo Apostolico il Papa veniva aiutato a smontare da cavallo da una delle più alte dignità presenti: un Sovrano di altro Stato, dei princeps romani, dei nobili e/o politici. Colui che ritualmente compiva tale gesto simbolico, aveva poi in dono – dallo stesso magnanimo Pontefice – la Sacra Rosa d’oro. Tale regalo era considerato un grande onore e simbolo di fedeltà alla Verità del cristianesimo. Ritornando a tempi ancora più antichi della Santa Chiesa, la gioia espressa nel tempo odierno era rivolta soprattutto ai catecumeni (coloro che si preparavano al battesimo), durante questo tempo di quaresima. Costoro attendevano il lavacro rigenerante delle acque della salvezza e quindi dovevano vivere con grande gioia l’attesa di quel sacramento che li avrebbe poi liberati dal peccato originale e da tutti gli altri peccati commessi in età adulta. Tutti, anche i peccatori, si rallegravano di questa domenica in rosa, certi del perdono, che Gesù Cristo avrebbe concesso, attraverso la gerarchia della Chiesa. L’epistola accenna al dono meraviglioso della rinascita per la quale si diventa e si ritorna ad essere figlioli di Dio. Rinascita con la quale guardavano con trepidazione i battezzandi e i penitenti: coloro che aspettavano di ritornare all’Eucarestia. Interessante il passaggio del sacro Vangelo in cui Gesù raccomanda, ai suoi amici e ai suoi discepoli, di raccogliere i frammenti rimasti di questo pane (ecco perché l’attenzione dei Ministri di Cristo a non disperdere neppure una singola briciola dell’ostia consacrata – ed ecco perché l’importanza del piattino).
Già dunque possiamo intravedere la gioia pasquale del miracolo della risurrezione, grazie alla pausa gioiosa di oggi, che ci ricarica spiritualmente per continuare con rinnovato fervore la penitenza quaresimale. L’orazione della Santa Messa appunto ci afferma come: “O Dio Onnipotente, a noi che portiamo la giusta pena delle nostre azioni, concedi di vivere con il conforto della tua grazia”. La speranza cristiana, il desiderio del cielo e le promesse di Dio ci dicono che rivivremo sostenuti dalla divina grazia, sostenuti dai sacramenti, sostenuti dalla preghiera, sostenuti dai frutti di penitenza, ma anche da quella comunione dei santi che ci unisce tutti, nella Santa Chiesa. Ed è con questa speranza gioiosa di questa domenica di Laetare che ci apprestiamo a preparare il Triduo Pasquale. Ricordiamo sempre l’inizio dell’Introito Laetare Jerusalem: questa gioia della Gerusalemme è la gioia che un giorno vivremo nella beatitudine eterna del cielo.

 

 

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Omelia del 14-03-2021 di Don Giorgio Lenzi

Omelia del 14-03-2021 di Don Giorgio Lenzi

 

Domenica 14-03-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, un giovane chierichetto e il turiferario Giuseppe Baiocchi. Al canto gregoriano il Maestro Giuseppe Spinozzi. Nell’omelia odierna, nella metà del tempo di Quaresima, don Giorgio Lenzi ci illustra la diversità rispetto alle domeniche precedenti. Non è casuale come i paramenti siano di colore rosaceo, poiché apportano una connotazione gioiosa. Fino a Papa Montini, in questo giorno, il Sommo Pontefice, usava benedire una rosa d’oro nella quale si racchiudeva una goccia del sacro crisma, dell’incenso benedetto, derivanti appunto da questi petali preziosi, grazie a questo Olio Santo. Questa rosa veniva poi donata dal Papa, a personaggi illustri della città eterna e di protettori della Santa Chiesa o spesso inviata a qualche santuario molto venerato. Il Santo Padre Benedetto XVI ha offerto in alcune occasioni la rosa d’oro – da lui benedetta -, non nei giorni liturgici previsti, poiché nei tempi recenti si è perso l’uso tradizionale di benedire la rosa in questo modo. Prima della cattività avignonese, la benedizione della rosa, in questa domenica a Roma era un rito molto solenne e caratteristico ed è probabilmente tale celebrazione gioiosa che ha prodotto il colore rosaceo di questo tempo di Quaresima: una pausa nel lungo percorso della rinuncia che parte dal mercoledì delle ceneri e arriva al Triduo Sacro e al Santissimo giorno di Pasqua. Oggi, forse, conserviamo una sola immagine debole di quello che fu il tempo della Roma dei Papi, della domenica Laetare detta “la domenica della Rosa d’oro”. Riti particolari della Cappella Papale li ritroviamo già sotto Leone IX, dove si conferiva grande importanza a quest’oggetto sacramentale ed ancora Innocenzo III, durante una sua omelia, ne riprese i riferimenti nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma (la quale custodisce le reliquie preziose della passione di Nostro Signore Gesù Cristo). Dunque quest’ultima Basilica, insieme a quella di San Giovanni in Laterano, furono per secoli lo scenario dei riti di questo giorno. In epoca medievale il Papa compiva – presso il Palazzo del Laterano – la benedizione di questa rosa preziosa, e creato il sacro corteo (che si svolgeva come una vera e propria cavalcata) si giungeva alla Basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Ebbene nella Chiesa stazionale di questa domenica, il Pontefice pronunciava un’omelia nella quale si enunciavano i caratteri della mistica rosa d’oro: pura, profumata, bella, colorata e subito dopo si celebrava la Santa Messa, alla fine della quale poi si ritornava al Palazzo del Laterano. Così durante entrambi i tragitti il Papa, in arcione, teneva in mano la Sacra Rosa che assumeva tratti mistici e misteriosi anche per il popolo che quindi si rallegrava di vedere questo solenne rito compiuto dal Pontefice romano. Arrivato al Palazzo Apostolico il Papa veniva aiutato a smontare da cavallo da una delle più alte dignità presenti: un Sovrano di altro Stato, dei princeps romani, dei nobili e/o politici. Colui che ritualmente compiva tale gesto simbolico, aveva poi in dono – dallo stesso magnanimo Pontefice – la Sacra Rosa d’oro. Tale regalo era considerato un grande onore e simbolo di fedeltà alla Verità del cristianesimo. Ritornando a tempi ancora più antichi della Santa Chiesa, la gioia espressa nel tempo odierno era rivolta soprattutto ai catecumeni (coloro che si preparavano al battesimo), durante questo tempo di quaresima. Costoro attendevano il lavacro rigenerante delle acque della salvezza e quindi dovevano vivere con grande gioia l’attesa di quel sacramento che li avrebbe poi liberati dal peccato originale e da tutti gli altri peccati commessi in età adulta. Tutti, anche i peccatori, si rallegravano di questa domenica in rosa, certi del perdono, che Gesù Cristo avrebbe concesso, attraverso la gerarchia della Chiesa. L’epistola accenna al dono meraviglioso della rinascita per la quale si diventa e si ritorna ad essere figlioli di Dio. Rinascita con la quale guardavano con trepidazione i battezzandi e i penitenti: coloro che aspettavano di ritornare all’Eucarestia. Interessante il passaggio del sacro Vangelo in cui Gesù raccomanda, ai suoi amici e ai suoi discepoli, di raccogliere i frammenti rimasti di questo pane (ecco perché l’attenzione dei Ministri di Cristo a non disperdere neppure una singola briciola dell’ostia consacrata – ed ecco perché l’importanza del piattino).
Già dunque possiamo intravedere la gioia pasquale del miracolo della risurrezione, grazie alla pausa gioiosa di oggi, che ci ricarica spiritualmente per continuare con rinnovato fervore la penitenza quaresimale. L’orazione della Santa Messa appunto ci afferma come: “O Dio Onnipotente, a noi che portiamo la giusta pena delle nostre azioni, concedi di vivere con il conforto della tua grazia”. La speranza cristiana, il desiderio del cielo e le promesse di Dio ci dicono che rivivremo sostenuti dalla divina grazia, sostenuti dai sacramenti, sostenuti dalla preghiera, sostenuti dai frutti di penitenza, ma anche da quella comunione dei santi che ci unisce tutti, nella Santa Chiesa. Ed è con questa speranza gioiosa di questa domenica di Laetare che ci apprestiamo a preparare il Triduo Pasquale. Ricordiamo sempre l’inizio dell’Introito Laetare Jerusalem: questa gioia della Gerusalemme è la gioia che un giorno vivremo nella beatitudine eterna del cielo.

 

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Omaggio al Venerabile Pio XII

Omaggio al Venerabile Pio XII

 

Pubblichiamo un video omaggio sul Venerabile Pius PP. XII, nato Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli; (Roma, 2 marzo 1876 – Castel Gandolfo, 9 ottobre 1958) 260º Papa di Roma. Prelato domestico, cameriere segreto, ciambellano papale, curato, Monsignore, Arciprete, Vescovo, Arcivescovo, Nunzio, Cardinale, Segretario di Stato, Legato Pontificio, Camerlengo, Pontefice Massimo: Papa Pio XII è stato tutto questo ed anche 2º sovrano dello Stato della Città del Vaticano dal 2 marzo 1939 al 9 ottobre 1958. Nel 1990, a conclusione della prima fase di beatificazione, ha ricevuto il titolo di Servo di Dio. Nel 2009, a conclusione della seconda fase, ha ricevuto il titolo di Venerabile, che ne attesta l’eroicità delle virtù per la Chiesa. La causa di canonizzazione è affidata alla Compagnia di Gesù.

 

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Omelia di Don Giorgio Lenzi del 21-02-2021

Omelia di Don Giorgio Lenzi del 21-02-2021

Domenica 21 febbraio 2021 – Chiesa di San Cristoforo, Via D’Argillano n.21 – 63100 Ascoli Piceno

Celebra: Don Giorgio Lenzi

Cerimoniere: Lodovico Valentini
Chierichetto: Giuseppe Baiocchi
Maestro gregoriano: Giuseppe Spinozzi

 

Domenica 21-02-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.
Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, il chierichetto Giuseppe Baiocchi. Al canto gregoriano il Maestro Giuseppe Spinozzi.Don Giorgio Lenzi ci ricorda nella sua omelia, come le giornate di quaresima non siano spazi per il mero digiuno o per le sole penitenze: lo stesso San Tommaso d’Aquino ci ricorda come il digiuno della domenica possa risultare dannoso poiché sconvolge l’ordine delle cose. Sono i giorni ordinari della settimana che sono fatti per l’applicazione delle penitenze durante questo tempo. La liturgia delle domeniche di Quaresima è certamente una liturgia a carattere fortemente penitenziale: parliamo di segni, di testi, così come si evince dai Salmi cantati dopo l’Epistola. Un testo penitenziale avvertito anche dalla sua lunghezza: una piccola penitenza sia per chi la deve cantare, sia per i fedeli che assistono agli uffici di Quaresima.
Testo di penitenza, ma anche testo di fiducia, della speranza dell’uomo inviato verso Dio, perché sa che Dio lo sosterrà in tutte le tentazioni, in tutti i perigli e in tutte le situazioni anche le più terribili. Tali prove se sostenuto con Dio divengono per l’uomo proficue. Parliamo del Salmo 90 che si raccorda ampiamente al racconto evangelico di oggi, in cui viene il maledetto demonio, Satana – il tentatore per eccellenza -, che attacca il nostro amabile Signore e proprio a partire da questo salmo il maligno millanta l’abuso dell’intervento divino e della sua assistenza verso l’uomo. Una delle sue maligne e celebri frasi le ricordiamo nella domanda del “perché Dio ci lascia in queste condizioni”? Ebbene questa è già una tentazione, dove il diavolo cerca di inserirsi nella mente e nel pensiero del Messia, figlio di Dio, proprio perché a Satana non era dato sapere se quell’uomo, venuto sulla terra in maniera speciale, fosse realmente il figlio di Dio – poiché non può vederne la sua divinità, celata dietro l’umanità e quindi lo tenta. Cristo deve resistere dunque alle tentazioni della mondanità e della facilità: due elementi che oggi sono all’ordine del giorno. Cristo, seconda persona della Santissima Trinità, decide di ricevere queste tentazioni terrene, proprio per mettersi al fianco dell’uomo nella sua momentanea e parziale umanità, e trasmettere la resistenza alla tentazione diabolica luciferina. La penitenza e il digiuno sono due strumenti per lottare contro il male e contro il peccato personale e della società. Gli studiosi moralisti, della morale, ci dicono che ogni tanto – nella vita di un battezzato – occorre fare penitenza, purificarsi dal male quotidiano, che forse anche involontariamente compiamo.
Anche la privazione di piacere leciti, giusti, può aiutarci in questo cammino verticale di Santità, poiché ci aiuta a concentrarci sull’importanza della nostra anima, della nostra parte spirituale – allontanandoci dalle cose più dirette e materiali. Dunque ritrovare anche nel culto, nella pratica dei sacramenti, nelle buone confessioni, quella grazia che ci viene offerta da Nostro Signore Gesù Cristo. Allora il nostro motto durante la santa Quaresima, deve essere Penitenza e Riparazione: elementi che possono ridurre quel purgatorio che ci attende, dopo il nostro Giudizio, dopo la nostra morte.
Oggi giorno la disciplina della Chiesa è molto leggera, le penitenze ufficiali, poste ai fedeli battezzati sono poche: il digiuno si riduce solo al mercoledì delle ceneri e al Venerdì Santo. Certamente le leggi canoniche ci dicono chiaramente quando un peccato è stato commesso e quando invece non si è incappati nello stesso.
Purtroppo la storia ci dice che osserviamo un continuo alleggerirsi della disciplina della penitenza: sia quella di ambito confessionale, sia di quella che la Chiesa impone a tutti i fedeli in determinati momenti dell’anno. Questo è accaduto per via dell’incapacità dell’uomo moderno e contemporaneo di vivere la penitenza nel giusto spirito cristico, la Chiesa lascia “più andare”, nel senso che indirettamente accompagna l’anima del fedele ad un purgatorio più lungo. Un tempo le penitenze non si traducevano solo con la preghiera, ma anche con opere fisiche come un pellegrinaggio, o con l’edificazione di Altari o addirittura Chiese. Tali atti di fede, permettevano un’espiazione più rapida. Oggi le poche opere richieste dal confessore, si espia una parte veramente minima, del peccato confessato e il resto viene affidato alla nostra penitenza e alla nostra capacità di usare l’indulgenza della Santa Chiesa. Quante cose sono dunque da riparare dal punto di vista sociale? Quante eresie professate oggi giorno, sulla Verità rivelata, deturpano il volto della Santa Chiesa e distruggono il messaggio di Cristo? Quante leggi inique sono oggi approvate dalla società e non corrispondono assolutamente né alla legge naturale, né a quella di Dio. Allora di fronte a queste nefandezze placcate di umanesimo e di diritti umani noi dobbiamo rispondere non solo con il nostro No dottrinale, ma anche con la giusta penitenza per essere dei cristiani alla sequela di Cristo. Ed ecco come l’esempio di Cristo nel Vangelo di oggi, quanto la tradizione millenaria di Santa Romana Chiesa, ci chiede di fare penitenza durante la Quaresima, quanto questa penitenza sia indispensabile in questa società scristianizzata. Non sprechiamo dunque questo tempo, mettiamoci al lavoro con preghiere, penitenza, digiuno ed elemosine, chiedendo l’aiuto degli angeli per vivere bene questa Santa Quaresima.

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Adoráte Deum, omnes Ángeli eius del 24-01-2021. Don Giorgio Lenzi

Adoráte Deum, omnes Ángeli eius del 24-01-2021. Don Giorgio Lenzi

Domenica 24 gennaio 2021 – Chiesa di San Cristoforo, Via D’Argillano n.21 – 63100 Ascoli Piceno

Celebra: Don Giorgio Lenzi

Cerimoniere: Lodovico Valentini
Chierichetto: Giuseppe Baiocchi
Maestro gregoriano: Giuseppe Spinozzi

 

Domenica 24-01-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.
Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, il chierichetto Giuseppe Baiocchi. Al canto gregoriano il Maestro Giuseppe Spinozzi.
Dall’omelia, don Giorgio Lenzi ci ricorda come siamo tornati nel ciclo ordinario dell’anno liturgico, un periodo di grande preghiera e lode al Signore. Diventa dunque quasi d’obbligo riprodurre l’insegnamento catechetico ai fedeli. Diventa centrale in questo periodo la quotidianità nella predicazione di Gesù Cristo.
In questa sobrietà della domenica più normale, la Sacra pagina ci guida nella nostra vita di cristiani e oggi udiamo il salvatore nostro dire: “Volo Mundare” (Io voglio che tu sia guarito), ovvero il volere di questa purificazione nei confronti di un lebbroso – una malattia incurabile e mortale per l’epoca. Ovviamente il malato, che ricordiamo fu realmente esistito – non certamente oggetto di fantasie, come le note “favole mitologiche” del paganesimo –, poiché la Chiesa ha sempre riconosciuto tali eventi come realmente accaduti, chiese aiuto al Signore del Cielo e della Terra: ed ecco dunque che ci viene rivelato quell’incontro tra la volontà di Dio e la nostra volontà e le nostre esigenze. Difatti spesso chiediamo a Dio delle richieste non necessarie, che non corrispondono al vero bene, ma spesso possono essere nocive alla salvezza della nostra anima, ed è questa la ragione del perché Dio non risponde sempre positivamente alle richieste della nostra anima. Ed è proprio nel momento in cui la nostra richiesta corrisponde con la volontà divina e con il bene che è necessario per noi, Dio ci riafferma “Volo Mundare” e ciò vale sia per le questioni del corpo, che per quelle dello spirito.
Si pensi al caso biblico di Giobbe, messo alla prova fino all’ultimo da Dio; o come Nostro Signore stesso, quando nel giardino degli ulivi è preso d’angoscia e afferma “passi da me questo calice”: egli è Dio, ma la sua natura umana di quel momento prevale per mostrarci quanto a volte occorre sottomettersi a Lui ed essere capaci di dire “Io vorrei che fosse così, ma sia fatta la Tua volontà”.
Non a caso nella richiesta del lebbroso, egli afferma al Signore “Se tu vuoi”, e non “io lo voglio”: ed allora Gesù dice “Volo Mundare”, “Sì, lo voglio”. La volontà divina è identica, per misericordia, a quella del richiedente e il miracolo è fatto. Colui che era afflitto dalla lebbra incurabile, guarisce e diviene salvo.
Parallelamente tale miracolo significa anche lo specchio della purificazione della nostra anima: ed ecco che un fatto reale accaduto nella vita di Gesù, serve anche come fatto spirituale in un secondo livello – ma non si può dire che i fatti della vita di Gesù siano solo metafore: ciò comporterebbe lo scivolamento in un’eresia, un errore.
La purificazione di un lebbroso, significa anche poter elevare e ripulire la nostra anima, ma sempre nelle giuste condizioni, con l’attenzione, può essere purificata dal sangue preziosissimo di nostro Gesù Cristo, che noi offriamo ancora oggi sui nostri altari.
Continuando con il discorso evangelico, Gesù accontenta una seconda richiesta. Mentre il lebbroso praticava la stessa religione del Tempio, il Messia incontra un romano, un pagano. Gesù accontenta la richiesta di questo uomo, poiché la fede dimostrata da quest’uomo, è molto più grande e più forte di quella del popolo di Israele che aveva il Messia e non lo riconosceva come tale. Dunque Gesù quando sente questa proclamazione di fede, decide che merita di essere ascoltata. Quest’uomo malgrado l’autorità e la carriera militare raggiunta – lui stesso la manifesta: “Io do ordini e tutti mi obbediscono” -, quest’uomo, questo soldato pagano, si fa umile e supplica Gesù ed Egli guarisce il suo figlioletto malato, senza neanche vederlo o toccarlo. “La fede sposta le montagne” affermerà Gesù in un altro passaggio del Vangelo, poiché la Fede di tutti i battezzati messi insieme, potrebbe risuscitare il trionfo di Cristo sulla terra e il trionfo della Verità. Purtroppo le cose non stanno così e non a caso Gesù chiama gli uomini come “uomini di poca fede”.
Questi due segni del Vangelo di oggi rappresentano dunque per noi la Speranza fisica e spirituale. Questa Chiesa che sembra oggi sempre più attaccata, come affermavano i Pontefici Pio XII e Paolo VI, e forse gli stessi “marinai della barca” non sono più capaci di compiere quegli atti utili a ritrovare la rotta, in un mondo in tormenta. Non per questo la Chiesa militante è toccata da una lebbra, da una malattia che è difficile da curare, ma noi sappiamo che il Cristo – giusto Giudice – renderà a ciascuno il suo, ed ascolterà le preghiere di coloro che umilmente sapranno chiedere la salvezza. Bisogna tornare dunque ad affermare “Io Credo che Gesù Cristo è figlio di Dio, Io credo nella sua miracolosa venuta sulla terra; Io credo nella verginità di Maria Santissima, Io credo nell’esistenza degli Angeli; certo tanti durante il nostro percorso ci guarderanno molto stranamente, ma diventeremo dei costruttori di fede all’interno di questa società secolarizzata, piatta, orizzontale e ciò sarà reso possibile da Dio stesso, poiché Egli premierebbe questi atti di fede, questi atti di coraggio. Molti uomini senza più fede, saranno stupiti e non capiranno tale messaggio, poiché non hanno dato lettura alla krisis del soggetto occidentale moderno, ma noi pochi – come per il lebbroso – dobbiamo prostrarci a Dio e chiedere questa purificazione; come il centurione – che restò umile – dobbiamo tornare ad essere servi di Dio: non è certamente sufficiente la falsa umiltà. Ciò dovrà compiersi, proprio per evitare la gemma che Gesù minaccia alla fine del Vangelo per coloro che rifiutano la fede e la Verità. Questa gemma, lo sappiamo, è la dannazione eterna che per quanto sia una cosa triste dobbiamo considerarla Verità di fede.

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Ad te levávi ánimam meam del 29-11-2020. Don Giorgio Lenzi

Ad te levávi ánimam meam del 29-11-2020. Don Giorgio Lenzi

Domenica 20 dicembre 2020 – Chiesa di San Cristoforo, Via D’Argillano n.21 – 63100 Ascoli Piceno

Celebra: Don Giorgio Lenzi

Cerimoniere: Lodovico Valentini
Chierichetto: Giuseppe Baiocchi
Turiferario: Alessandro Grilli
Maestro gregoriano: Giuseppe Spinozzi
Organista: Francesco Angelini

 

Domenica 29-11-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, presbitero dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, il chierichetto Giuseppe Baiocchi e il turiferario Alessandro Grilli. All’organo Francesco Angelini e al canto gregoriano Giuseppe Spinozzi. Dall’omelia di don Giorgio Lenzi, abbiamo capito come siamo all’inizio del nuovo ciclo liturgico dell’Avvento. Santa Romana Chiesa ci fa rivivere i misteri della liturgia nella Redenzione, affinché gli affanni e le preoccupazioni della vita che l’uomo vive nel quotidiano, possano mantenere la mente verso le realtà eterne del cielo. L’Avvento si pone come contraltare alla Santa Quaresima: sono i due tempi di preparazione penitenziale, anticamere di due grandi solennità, fondati sui più grandi misteri della nostra fede, ovvero l’Unità e la Trinità di Dio e l’incarnazione nella resurrezione di Nostro Signore. Dunque la preparazione del Natale e della Pasqua ci preparano al secondo di questi misteri. L’avvento ci prepara all’Incarnazione, la Quaresima alla passione e morte di Nostro Signore Gesù Cristo: elemento riparatorio per il peccato originale di Adamo al quale sono succeduti gli innumerevoli peccati che l’uomo è stato capace di compiere. La Natura dunque si ribella al suo Creatore compiendo il male e seminando dolore e morte. Per questo è importante in questo periodo una penitenza “gioiosa”, poiché questa si fonda non sull’errore del peccato, ma si contempla la gioia e la sicurezza nella salvezza: sappiamo che il Figlio di Dio si fa uomo – continuamente attraverso la grazia – per la salvezza di ciascuno di noi. Allora i simboli della liturgia sono chiari: i paramenti sono violacei, si omette il gloria, anche se la domenica si mantiene l’Alleluia, proprio per manifestare questa gioia in cui rimane sempre una nota di giubilo. La Santa Messa termina con il “benedicamus Domino” proprio perché questa celebrazione continua per tutta la nostra giornata e in tutta la nostra vita. La finalità di questo periodo è l’attesa “cieli piovete dall’alto e le nubi facciano discendere il giusto”, che il cielo chiuso dal peccato originale, si apra per inviarci la salvezza “il Verbo di Dio si farà carne e abiterà in mezzo a noi”. L’epistola ci invita ad allontanarci dai vizi, ci invita a renderci conto del gran dono che Dio intende fare all’umanità e quale è questo suo dono? Il più prezioso, ovvero suo Figlio: la seconda persona della Santissima Trinità. Lo stesso Gesù Cristo che noi rifiutiamo continuamente nel peccato, che noi rifiutiamo abbassandolo alle esigenze del mondo – crisi della fede di oggi -, quasi che debba essa per prima piegarsi alle idee del mondo. Ebbene contemplare la salvezza, ci aiuta a capire che la fede non può essere asservita, ma essa deve regnare su gli altri contesti. Dunque anziché lamentarci, urlare contro il mondo, bisognerebbe iniziare a vivere bene, a dare l’esempio: sobri, pii, in preghiera – secondo i consigli dell’Apostolo Paolo -, per ricevere degnamente il vero e unico Messia che è già venuto per salvarci. Non aspettiamo nessun altro, poiché la salvezza è già avvenuta ed è per questo motivo che il Natale assume questa importanza fondamentale. Quest’anno più di altri anni e di altre epoche, abbiamo bisogno che il Signore venga. Tre sono le venute del Signore che invochiamo: la sua venuta storica, che rende il Natale celebrazione solennissima, di quel cammino che segna l’inizio della nostra salvezza; la sua venuta spirituale attraverso la santa liturgia, la quale non è nostalgico ricordo di un passato lontano, ma diviene – attraverso la sua trasmissione generazionale – elemento del presente, che ci conduce verso il futuro sperato, dove questa venuta presente avviene sugli Altari e si conserva nei tabernacoli, dove è custodito Dio vivo e vero, in anima, corpo e divinità pronto a visitare le nostre anime; infine l’annuncio della Sua venuta, annunciata dai profeti, dove questo tempo liturgico di oggi ci prepara a quell’ultima venuta del Cristo Giudice che è fine di tutto, ma è anche inizio di una eternità, quel momento che sarà preambolo dell’eternità beata, per coloro che ne sono degni, e della dannazione eterna per coloro che si sono allontanati dalla retta via. Dice Gesù nel Vangelo di oggi “il cielo e la terra passeranno, la parola di Dio non passerà mai”: anche in mezzo agli sconforti di questi tempi, in mezzo agli scandali, in mezzo ad una società che sembra non avere più la fede, sappiamo che Dio non abbandona mai la Chiesa, che Dio non abbandona mai i suoi figli, non abbandona mai i battezzati

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Réquiem aetérnam dona eis, Dómine dello 02-11-2020. Don Andrea Lionesi

Réquiem aetérnam dona eis, Dómine 02-11-2020. Don Andrea Lionesi

Lunedì 02 novembre 2020 – Chiesa del Sacro Cuore (Chiesa dei Sacconi) presso Via Filippo Corridoni, n.10, Tolentino

Celebra: Don Andrea Leonesi

Cerimoniere: Edoardo Belvederesi
Chierichetto: Fabrizio Diomedi
Turiferario: Bruno Fianchini
Coro: Lodovico Valentini, Andrea Carradori e Giuseppe Baiocchi.

 

Lunedì 02-11-2020 alle ore 20:30, presso la Chiesa del Sacro Cuore (Chiesa dei Sacconi) presso Via Filippo Corridoni, 10, 62029 Tolentino (MC) si è svolta la Messa Cantata in rito romano antico organizzato dalla Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Tolentino a cui il Coetus Fidelium “Beato Marco da Montegallo” ha partecipato. Ha celebrato la Santa Messa il Vicario generale della diocesi di Macerata Don Andrea Leonesi, aiutato dal cerimoniere Edoardo Belvederesi, Fabrizio Diomedi (chierichetto) e Bruno Fianchini (Turiferario). Il coro ha visto la presenza di Lodovico Valentini, Andrea Carradori e Giuseppe Baiocchi. Il Messale di San Pio V, nella Commemorazione dei fedeli defunti e durante le cerimonie funebri, prevede l’assoluzione al tumulo eretto sopra un catafalco. L’Etimologia del termine “Catafalco” è alquanto incerta: gli esperti propendono che derivi dal latino “captare” (catturare lo sguardo) e da “palco” (luogo elevato e visibile). Quello che doveva colpire il fedele era la “verticalità” che aveva il compito di dare il senso di ascesa al cielo del defunto. Ai lati del Catafalco, come buona regola, venivano posti vari candelabri d’argento o d’ottone, ed a seconda della solennità, potevano variare da 8 a 12, intervallati da uno spazio sufficiente ad ospitare un vaso solitamente adornato di crisantemi. Veniva disposto davanti all’altare o nella navata principale della chiesa; talvolta era sostituito da un semplice drappo nero, detto coltre funebre. Questo completo addobbo funerario, veniva allestito principalmente durante l’Ottavario dei Defunti dal 2 al 9 novembre o in occasioni particolari come la morte di un Pontefice o del Patriarca. Con la Riforma Liturgica post-conciliare, tutte queste forme di “esteriorità scenografiche” sono state completamente sostituite da una Liturgia più “sobria” e più consona alla celebrazione stessa. Infatti il 2 Novembre, l’ottava dei defunti e negli anniversari funebri, non c’è la minima traccia , nelle nostre chiese, dell’ imponente catafalco. Tutto viene sostituito dal Cero Pasquale, simbolo di Cristo Risorto. Come Cattolici crediamo fermamente nella risurrezione di Cristo e quindi anche nella risurrezione dei nostri corpi, ma il significato in gioco è differente. Il catafalco non toglie nulla alla verità della Resurrezione, anzi, ci presenta un’altra verità che è quella della morte e del suffragio come necessario per la liberazione delle Anime dei defunti dal Purgatorio. La società moderna fugge il dolore, la morte, quindi il catafalco suscita angoscia, malumore, spavento: da qui la sua dipartita. Il Vicario generale ha ricordato come l’evidenza del catafalco al centro della navata unica della Chiesa, ci ricorda i nostri cari defunti. In questa liturgia Réquiem aetérnam dona eis, Dómine si sottolinea questo ricordo e non a caso i paramenti neri della pianeta del presbitero sono ancora una volta monito di riflessione. Tali segni aiutano il fedele ad entrare in un grande mistero: per questo la commemorazione di tutti i fedeli defunti, deve ricordare a tutti noi che moriremo. Questo fattore può relativizzare molti degli eventi che l’uomo vive, fino a farci enunciare che la morte in realtà non esiste: il catafalco nero non ha nessun corpo sopra, poiché Cristo ci ha liberati tutti. Come ci ricorda il Vangelo di oggi, tutti coloro che hanno udito la voce di Dio, vivranno. Ogni uomo è affidato a Gesù, perché lui ha assunto la natura umana, homo-homini-deus, ha avuto l’affido di ogni uomo sulla terra. Così quando moriamo non è “la morte” che viene a prenderci, ma il buon Dio e proprio per tale motivo, la morte assume un altro valore e da qui il parallelismo con la sua “non esistenza”. La resurrezione pasquale che annuncia che “Dio è risorto! È davvero risorto!” deve essere enunciato con convinzione, poiché il mistero della morte aiuta, l’uomo a vivere con una consapevolezza e dignità diversa. Proprio per questo in questa giornata particolare preghiamo per tutte quelle anime sante che sono in purgatorio e non in paradiso, poiché la festa dei Santi, appunto, è stata celebrata ieri. Con tali anime residenti nell’anticamera del paradiso, ecco che può avvenire un aiuto in preghiera per loro, anche acquistando un’indulgenza. Quest’anno Papa Francesco I, ha esteso a tutto il mese di Novembre, la possibilità di acquistare l’indulgenza facendo visita al cimitero, rendendo possibile ben trenta indulgenze per i nostri cari defunti. La morte così non diviene che un effimero passaggio di consegne, diviene evanescente fobia del mondo terreno. Per questo non bisogna vivere questa giornata con la tristezza e nostalgia per i propri cari, ma con gioia, la stessa che ebbero i tre fanciulli (e l’angelo che li protesse) Sadràch, Mesàch e Abdènego all’interno della fornace ardente che l’imperatore Nabucodonosor fece preparare per loro dopo che i tre si rifiutarono di adorare la sua statua d’oro, per celebrare Cristo – così ci ricorda il profeta Daniele.

Chiediamo al Signore questa grazia e di farci vivere in pace questa festa che aiuterà, tramite le indulgenze, le sante anime del Purgatorio, che ancora attendono di entrare nella pienezza del Paradiso: che noi possiamo dunque entrare in questo grande mistero, unione profonda con Gesù Cristo, noi che possediamo le primizie dello spirito, attendiamo la redenzione del nostro corpo e l’esplosione dello Spirito Santo in noi.

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Dómini Nostri Iesu Christi Regis del 25-10-2020. Padre B. M. Salter

Dómini Nostri Iesu Christi Regis del 25-10-2020. Padre B. M. Salter

domenica 25 ottobre 2020 – Chiesa del Sacro Cuore (Chiesa dei Sacconi) presso Via Filippo Corridoni, n.10, Tolentino

Celebra: Padre B. M. Salter

Cerimoniere: Giuseppe Polverini
Chierichetto: Cristiano Scandali
Turiferario: Gianni Pievaroli
Coro: Lodovico Valentini, Edoardo Belvederesi, Giuseppe Baiocchi.
Cantoria: Andrea Carradori (organo), Michele Carloni (voce).

 

Domenica 25-10-2020 alle ore 16:00, presso la Chiesa del Sacro Cuore (Chiesa dei Sacconi) presso Via Filippo Corridoni, 10, 62029 Tolentino (MC) si è svolta la Messa Cantata in rito romano antico organizzato dalla Venerabile Confraternita del Sacro Cuore di Gesù di Tolentino a cui il Coetus Fidelium “Beato Marco da Montegallo” ha partecipato. Ha celebrato la Santa Messa Padre Bernardo M. Salter aiutato dai chierichetti Giuseppe Polverini (cerimoniere), Cristiano Scandali (chierichetto) e Gianni Pievaroli (Turiferario). Il coro ha visto la presenza di Lodovico Valentini, Edoardo Belvederesi, Giuseppe Baiocchi. In cantoria all’organo il Maestro Andrea Carradori, coadiuvato da Michele Carloni (voce). L’altare Ad Deum della Chiesa ha visto la presenza dell’oro: esso è la luce del Sole di Dio, è maschile, è positivo ed apollineo. L’argento, contrariamente è luce lunare, femminile, negativa, la notte delle streghe, dei sabba. Nell’omelia il frate ha ricordato la celebrazione solenne di Dómini Nostri Iesu Christi Regis. Dunque la regalità di Gesù Cristo, Re del Cielo e della Terra: è importante capire come la sua regalità si estenda in tutto l’Universo. Ogni potere su questa terra, ogni autorità, dovrà rispondere a lui, poiché Egli è autorità su tutto. Gesù è Re dell’Universo, poiché è la parte della creazione più vicina a Dio, già di natura divina in quanto “incarnato” nella nostra fragile umanità e ciò rappresenta già un primato su tutto il resto della creazione. Di conseguenza è Re dell’umanità perché è colui che ci ha redenti, è colui che ci ha riconciliati con il Padre: è il mediatore, è colui che offrendo se stesso a cospetto di Dio ha pagato il prezzo del nostro riscatto e anche solo per ciò avrebbe diritto su tutti noi. Egli è Re anche per la sua superiorità del suo amore: quando lo osserviamo in croce, noi vediamo l’apice della sua carità «nessuno può avere amore più grande di colui che dà la propria vita per i suoi amici»: è la verità incarnata. Se oggi sulla terra si osserva una grande disordine, noi non riusciamo a vedere quelle grandi qualità del Regno di Cristo: un regno di amore, di pace, di grazia, di giustizia, un Regno di piena e perfetta armonia – proprio perché regna la carità: tutto è secondo giusta gerarchia con Dio all’apice ed ogni creatura è in sottomissione sotto di lui e ciò conduce alla piena partecipazione dei suoi aspetti buoni, giusti e ben fatti. Perché non vediamo le qualità del Regno di Cristo sulla Terra? Perché l’istigazione dell’uomo non permette che Cristo regni sulla terra e si sforzano di ergere un regno opposto a quello di Cristo: non avviene per cui una sottomissione da parte dell’uomo al Regno di Cristo. Il risultato è il disordine, poiché solo nel Regno di cristo si può ottenere una pace e una giustizia. È certo affermare che, se gli uomini possano volerlo o no, Cristo regnerà anche sulla terra e quando arriverà questo giorno, ogni re sulla terra risponderà a lui ed ogni ginocchio dovrà piegarsi. Ora il Signore nella sua grande pazienza e bontà attende e sicuramente con questa grande opposizione a lui, compie questa attesa nel dolore. Sforziamoci dunque di far sì che Cristo Regni innanzi tutto in noi, nelle nostre menti, nel nostro intelletto, il quale deve essere sottomesso a Lui, che è Verità e Luce. Così la nostra volontà sarà ubbidiente alla sua divina volontà, ma per poter ottenere tutto questo dobbiamo rivolgerci a colei che è nostra madre, Regina dell’Universo (regina, proprio perché è la più sottomessa a Lui, a Cristo) Maria Santissima, perché con il suo aiuto apriamo il nostro intelletto, i nostri cuori, le nostre volontà, affinché Cristo possa veramente regnare in noi.

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Santa Messa cantata in rito romano straordinario del 18-10-2020

Santa Messa cantata in rito romano straordinario del 18-10-2020

domenica 18 ottobre 2020 – Chiesa di San Cristoforo, Via D’Argillano n.21 – 63100 Ascoli Piceno

Celebra: Don Giorgio Lenzi

Cerimoniere: Lodovico Valentini
Chierichetto: Giuseppe Baiocchi
Turiferario: Alessandro Grilli
Cantore: Guillaume Boulay

 

Domenica 18-10-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, presbitero dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede.
Hanno partecipato alla Santa Messa come servizio all’altare il cerimoniere Lodovico Valentini, il chierichetto Giuseppe Baiocchi e il turiferario Alessandro Grilli. Al canto il Maestro gregoriano Guillaume Boulay.
La saggezza plurisecolare della chiesa, fa prevalere in questa liturgia le feste degli apostoli e degli evangelisti, i quali prevalgono sul testo della Santa Messa domenicale. Per questo, domenica 18-10-2020, viene celebrata la festa del grande evangelista Luca: uno dei quattro autori del nuovo testamento.
Questa sovrapposizione del calendario, nulla toglie al pilastro della fede, ma rende giustizia alla celebrazione del Santo nel giorno del giusto culto a Dio.
La tradizione si fonda sulle dodici colonne, che sono i dodici apostoli e poi sui quattro evangelisti, di cui due sono del collegio apostolico, e due sono discepoli: quei santi quattro evangelisti che codificarono, secondo le disposizioni divine, i testi che saranno ritenuti infallibili dalla Santa Chiesa.
Anche se può apparire singolare, non tutto si trova nella Sacra Scrittura: la tradizione e la rivelazione – che si conclude con la morte dell’ultimo degli apostoli (San Giovanni) -, sono certamente più “ampie” della stessa Sacra Scrittura e costituiscono il tesoro della Dottrina Romana. Dunque tale celebrazione verso quegli uomini che per ordine divino presero carta e penna e scrissero la grandezza del Regno di Dio sulla terra, è sicuramente qualcosa di fondamentale. Come ci afferma l’antifona introitale della Santa Messa di oggi: «I tuo amici Dio sono sommamente onorati, veramente forte è divenuto il loro principato».
Questa domenica del mese di ottobre è anche giorno missionale: dunque un tempo per riflettere sull’universalità del messaggio cristiano che è giunta in ogni punto della terra con la predicazione dell’opera della Chiesa.
Il libro del Nuovo Testamento, di cui San Luca è l’autore e poi il secondo volume Gli Atti Degli Apostoli sono fondamento della Nuova Alleanza e della Dottrina della Nostra salvezza: per questo gli Evangelisti sono costantemente in presenza dell’Altissimo, come narrato dalle visioni mistiche dell’Apocalisse. Non a caso San Giovanni affermò di vedere questi quattro esseri, che si trovano al cospetto di Dio costantemente. Questi quattro “esseri” non sono altro che la figurazione dei quattro Evangelisti, che hanno rivelato il Trono di Dio attraverso i quattro Vangeli.
L’arte cristiana li ha così consacrati: l’angelo per Matteo, il leone per San Marco, l’aquila per Giovanni e per il santo di oggi – San Luca – il bue. Non è certamente facile capire l’attribuzione di questi simboli. Per San Luca il significato zoomorfo è accomodatizio: il suo Vangelo inizia con la visione di Zaccaria (era un sacerdote) nel Tempio. All’interno del complesso religioso, venivano difatti sacrificati animali ed il sacrificio più grande consisteva nella scelta dei buoi.
Egli nacque ad Antiochia, da famiglia pagana ed esercitò la professione di medico (da qui l’appellativo a “medico delle anime e medico dei corpi”) e sarà il Santo capostipite di tutta una serie di Santi Medici venerati dalla tradizione cristiana.
Altre tradizioni su San Luca approvate dalla Chiesa, sono narrate dalla pietà dei cristiani e spesso immortalate in splendide opere d’arte. Quello che è sicuro è che l’evangelista Luca fu uomo di cultura, poiché lo percepiamo dal suo greco fluente ed elegante e dalla sua conoscenza della sacra scrittura in generale. La sua sapienza è individuabile anche dalla sua scrittura, similare agli storici greci del tempo: la sua capacità nel costruire discorsi verosimili, convincenti. Il suo Vangelo – scritto verosimilmente negli anni Settanta/Ottanta -, inizia con una dedica ad un certo Teofilo (personaggio illustre dell’amministrazione imperiale) apostrofandolo con il titolo di «Eccellentissimo», ma forse tale “Teofilo” non è mai esistito, ma esso diviene strumento del racconto per dedicare il Vangelo a tutti coloro che amano Dio: teofilo significa “colui che ama Dio”. Una sorta di personaggio che dovrebbe rappresentare tutti i cristiani, tutti i battezzati.
La tradizione artistica cristiana vede San Luca produrre le prime immagini della Madonna, sia in pittura che in scultura. Alcune famosissime e miracolose: dipinte sul legno dei mobili della Casa di Nazareth e la splendida vergine lauretana di Loreto, scolpita da San Luca nel legno degli ulivi del gezzello. Egli fu così in grado di dipingere e scolpire tutte le virtù e le qualità della Santa Vergine Maria. Questa sua qualità artistica fu utilissima nella Chiesa, poiché verso l’VIII IX secolo si scatenò la crisi iconoclasta: in Oriente ci furono alcuni eretici che condannarono il culto delle sante immagini. Una guerra materiale, che produsse molti martiri, all’interno della quale, il suo essere anche artista aiutò la fazione retta a difendere il culto delle sante immagini.

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Santa Messa cantata in rito romano straordinario del 27-09-2020

Santa Messa cantata in rito romano straordinario del 27-09-2020

20 settembre 2020 – Chiesa di San Cristoforo, Via D’Argillano n.21 – 63100 Ascoli Piceno

Celebra: Don Giorgio Lenzi

Cerimoniere: Lodovico Valentini
Chierichetto: Giuseppe Baiocchi
Turiferario: Daniele Paolanti
Cantore: Guillaume Boulay
Organo: Francesco Angelini

 

Domenica 27-09-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, presbitero dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Il sacerdote si occuperà di regolare il nostro gruppo di preghiera stabile. Don Giorgio Lenzi, dopo aver ringraziato per l’accoglienza Sua Eccellenza Reverendissima il Vescovo di Ascoli Piceno Mons. Giovanni D’Ercole, ha incentrato la sua omelia sull’importanza di questa Santa Messa appartenente alla plurisecolarità della Santa Chiesa. Il mettere a disposizione delle anime dei battezzati, i tesori della liturgia e tutte le grazie che ne vengono fuori è sicuramente un dono che la Chiesa ci fa. L’attaccamento dei fedeli, di ogni generazione, alla liturgia è qualcosa di essenzialmente legato alle grazie del nostro battesimo. Ogni gesto, ogni parola, del culto ufficiale costituito dalla Santa Chiesa intorno all’essensa stessa dei sette sacramenti serve ad elevare la nostra anima verso il creatore e verso il Salvatore e nello stesso tempo dimostra, per quanto la nostra natura umana sia imperfetta e finita, il nostro amore verso Dio, la nostra attenzione verso l’Essere Supremo. Non a caso il Vangelo di oggi, ci ripropone l’insegnamento del duplice prefetto dell’amore verso Dio e verso il prossimo: il comandamento d’amore che è fondamentale alla dottrina cristiana, alla dottrina della Nuova Alleanza. Ciò è il coronamento del decalogo, sempre valido, il quale deve essere sempre letto alla luce del comandamento che nostro Signore Gesù Cristo dà al Vangelo. Oggi in questa società eccessivamente umano-centrica si predilige di commentare la seconda parte del precetto dell’amore e di incoraggiare questo verso il prossimo: elemento sicuramente certo e giusto, ma che purtroppo rischia di perdere il suo senso se non lo si considera alla luce della prima parte di questo comandamento e cioè l’amore verso Dio. Non si può amare veramente il prossimo, senza amare Dio. Allora prima di insistere sulla seconda parte, i predicatori dovrebbe insistere sull’amore verso il Signore. Questa società che ambisce ad amare il prossimo e che forse, con la situazione sanitaria odierna, avrebbe dovuto certamente far scatenare fenomeni di filantropia, ha fatto emergere certamente un amore banale. Questa situazione è dovuta propriamente alla dimenticanza di Dio, e all’amore verso quest’ultimo oramai sempre meno praticato. Il culto, per varie ragioni a volte è decadente e quindi anche nell’esplicitazione liturgica, i segni poco esprimono l’amore che si dovrebbe avere verso le pagine della Sacra Scrittura, verso la presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nel Tabernacolo e tutti i misteri che noi celebriamo, nelle nostre Chiese del Nostro culto. Gesù dice infatti che il nostro primo comandamento è quello di amare Dio e se si osserva propriamente il decalogo, questo inizia proprio “Io sono il Signore Dio tuo e non avrai altro Dio all’infuori di me”: questo è tutto il bene che noi possiamo operare. Dunque è importante riaffermare la disposizione che perviene da Dio stesso, quando concede le dieci leggi a Mosè: “Dio ci comanda di amarlo, perché ne ha pieno diritto” e siccome è la perfezione non vi è nessuno orgoglio e nessuna pretesa in questa richiesta da parte di Dio, verso gli uomini. Certo si dirà che l’amore non può essere comando, che esso è libero, indipendente, ma Dio può comandarcelo, perché “tutto ha fatto per noi”: creatore di tutte le cose, salvatore – con il sacrificio di suo figlio, ha messo al nostro vantaggio tutti i tesori della sua bontà e della sua potenza infinita. Nei Vangeli di San Luca e in quelli di San Matteo si legge: “colui che non ama rimane nella morte”. L’amore vince la morte, come affermavano gli antichi romani paganeggianti. Ma oltre al comando di Dio, si aggiunge un altro motivo: dobbiamo amare Dio perché egli merita di essere amato. Certo è strano poter giudicare ciò da parte nostra, ma grazie alla nostra ragione, alla nostra intelligenza possiamo valutare la grande dignità di Dio. Solitamente noi esseri umani amiamo una persona o per le sue qualità, o per l’amicizia che ci coinvolge, per gli atti che riceviamo da questa relazione. In Dio tutto si ritrova riunito, nello stesso essere, nella stessa entità peregrina di Dio Creatore, dunque nel modo più alto e più perfetto. Dio è immutabile, è essere sopra ogni altro essere, Egli è il centro di tutte le perfezioni e la Santità, la potenza, la bellezza, la sapienza, la bontà infinita. Dio con le sue qualità sorpassa all’infinito non solo tutto ciò che esiste, ma tutto quello che è possibile e immaginabile. Per questo il salmo 47 afferma come “grande è il Signore e al di sopra di ogni lode”.
Tutto il bene che è nel mondo, come il bello e il buono, tutto ciò che è grande, è partecipazione di quanto si trova in Dio in grado infinito. La perfezione del creato, la gloria degli angeli – puri spiriti -, sono solo un pallido riflesso della bellezza di Dio: le opere dell’uomo, l’arte, l’architettura, la musica, la letteratura – elementi che ritroviamo anche nel contesto liturgico del culto di Dio –, ebbene tutte queste meraviglie create, non sono che un raggio, a volte anche leggerissimo – non completo -, sono una partecipazione limitata delle perfezioni infinite di Dio e queste più infinite perfezioni sono degne del nostro amore, ma ciò non basta. Questo amore infinito non deve essere per necessità, ma dovrà essere gratuito, giusto ed equilibrato, perché Dio è perfezione.
C’è una differenza sostanziale tra l’amore di Dio e l’amore nostro. Il nostro amore, a tutti i livelli, per quanto cerchiamo di renderlo puro, di renderlo giusto e sempre più o meno interessato, poiché vuole sempre trarne un profitto – vuole ottenerne qualcosa.
Dio, di contro, è sempre perfettamente disinteressato: Egli non ama per sé, perché non ha bisogno di niente, egli ama perché vuole il bene sommo.
Perciò non si può intraprendere il cammino dell’amore del prossimo, se non si è capito l’amore verso Dio e per quanto non potremo mai equipararlo, arrivare al suo livello e rendergli amore nella sua stessa quantità con la quale Egli stesso ci ama, almeno potremo essere spinti di amarlo sempre di più e solo dopo, amare con giustizia e virtù i nostri fratelli, diversamente da come si vuole far credere oggi.
E che cos’è il giusto culto, se non il giusto amore verso Dio? Per questo si costruiscono le Chiese, si progettano belli altari, meravigliosi paramenti: tutto per rendere il giusto amore a Dio. E per quanto tempo, le generazioni passate hanno offerto il loro lavoro, il loro sacrificio, privandosi anche di cose essenziali per rendere bello il culto.
La virtù della religione è simmetrica alla giustizia: quest’ultima è dare a ciascuno quanto gli è dovuto. Dio allora, essendo infinito e perfettissimo è assolutamente impossibile rendergli il dovuto. La Chiesa, tuttavia, nel suo culto non ha mai disertato, proprio perché sa che bisogna tendere al massimo per dare amore e dare lode a Dio.
La virtù della religione, si accosta alla virtù della devozione, ovvero quel desiderio forte di praticare il culto con massimo impegno, come affermava dire San Tommaso D’Aquino il quale “correva” per celebrare il rito, ovvero la nostra devozione, la nostra preghiera verso Dio nei luoghi di culto durante le sacre funzioni. I grandi santi che aiutarono il prossimo, sempre si impegnarono nell’amore massimo verso Dio: è l’adorazione del tabernacolo, che ci spinge verso le grandi opere di misericordia che questi Santi hanno poi perpetrato. La celebrazione è alla base dell’amore verso Dio e conseguentemente all’amore verso il prossimo, come ci afferma il Vangelo di oggi.
Nel Vangelo di San Giovanni, Gesù ci dice “se mi amate davvero, osservate i miei comandamenti”: ecco il massimo dell’amore che possiamo fare. Elevare il giusto culto a Dio ed elevare la sua legge è il modo giusto per amarlo.

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