Dominus illuminatio mea del 20-06-2021. Padre Charbel Pazat de Lys

Dominus illuminatio mea del 20-06-2021. Padre Charbel Pazat de Lys

 

Domenica 20-06-2021, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con Padre Charbel Pazat de Lys (O.S.B.), Monaco Benedettino del celebre monastero de Le Barroux. Il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede, non ha potuto celebrare per motivi personali e – previa comunicazione alla Diocesi di Ascoli Piceno – ha chiesto la sostituzione con il sacerdote francese in via del tutto eccezionale. Al canto gregoriano ritroviamo il Maestro Giuseppe Spinozzi, mentre all’organo si è esibito il Maestro Luca Migliorelli. Nell’omelia odierna, Padre Charbel Pazat de Lys (O.S.B.) ha ripetuto ancora una volta, come la Santa Messa ci coinvolge da sempre nel rinnovamento del sacrificio che Cristo ha effettuato per l’uomo. Nel rito antico i fedeli, bagnati dal battesimo, non sono dei meri figuranti, ma degli attori protagonisti, poiché se si partecipa al rito cattolico nessuno può uscire indenne da questa esperienza trascendente e mistica. La liturgia tutta, inserisce il fedele nel presente e nel vivo e non a caso il Vangelo di oggi ci ricorda “La chiamata di Dio”.
Difatti è proprio il Vangelo che riattiva e rimette in azione la Grazia iniziale che in diversi momenti della vita ci ha mossi tutti a dire “Sì”! a Dio. Questa procedura è identica a tutte le chiamate che Dio pone all’uomo: Abramo, Davide Zaccheo e tutti gli altri: ed è quello che è successo a Pietro, ed è quello che è successo a tutti voi almeno una volta nella vita o più volte in modi diversi. Certo, avvengono chiamate alla vita consacrata, come quella del sacerdozio, momenti in cui il Signore si manifesta in una forma ancora più splendente verso l’individuo, e ciò può far superare ostacoli, vincere tentazioni, accettare sacrifici, che nulla a questo mondo avrebbe potuto giustificare.
Quando nella preghiera proviamo quella gioia inspiegabile, data dalla gratuità del dono di noi stessi a Dio, verso il prossimo, rappresenta uno dei punti della chiamata di Dio. Anche un non-battezzato che farebbe ingresso in questa Chiesa, non capirebbe il motivo per cui è entrato, poiché c’è stato “qualcuno” che l’ha mosso in tale direzione. Proprio grazie all’esempio di San Pietro noi dobbiamo cercare Chi e Che Cosa ci muove. All’archetipo sono solite essere due elementi: un incontro e una promessa. Per Pietro, Gesù procede a tappe: difatti Pietro conosceva già Gesù, avendolo già ascoltato all’interno della Sinagoga e ne rimase stupito per la sua autorità e meravigliato nel vedere scacciare i demoni o per il suo ricevimento nella sua casa, dove aveva guarito la suocera. Per questi ed altri eventi, un seme fu piantato nel suo cuore. E nei nostri cuori, quanto questo seme di vita è sceso in profondità? Proprio nei momenti descritti, un fiore è spuntato nella nostra anima, un elemento arboreo che non è di questo pianeta: un paesaggio ha preso forma, un profumo si è diffuso, una musica si è insinuata che non è di questo mondo.
Difatti tornando al Vangelo, dopo questi primi incontri, Gesù si incammina nella predicazione e solo più tardi tornerà da Pietro “casualmente”, spinto dalla folla, sulla riva del Lago, stessa acqua dove Pietro rammendava le reti per la pesca e lì lo coinvolgerà nel suo cammino.
Come con Pietro, noi eletti – figli delle seconde linee -, veniamo coinvolti da Dio con semplicità, con richieste facili, ma segnati da questo sigillo di gratuità, di servizio, che apre tutto l’essere all’azione di Dio. Anche Pietre ebbe paura, quando si rese conto di essere coinvolto da un’altra realtà e che questa dimensione nuova lo aveva coinvolto. La stessa paura che oggi sembra esserci verso le cose di Dio, forse avere paura di Dio è il più grande peccato del mondo: forse questa paura, spesso, costituisce un segno, che siamo sull’orlo di un doppio abisso, quello del nostro peccato e il confronto di questo alla bontà onnipotente di Dio. E così Pietro si getta in ginocchio e riferisce a Cristo “allontanati, io sono un peccatore”: questo costituisce l’abisso dei nostri peccati che contrariamente fa parte del nostro cammino di fede! Se non siamo coscienti del bisogno di una salvezza, perché avremmo bisogno di Gesù? Questo abisso dei nostri peccati fa parte delle cose che ci mettono in movimento e che ci muovono, ed è bene che ci sia questa paura, la quale testimonia la grandezza e la paura della nostra chiamata al Cielo, perché poi c’è la promessa che capovolge la situazione: l’abisso della bontà – “Pietro non avere paura” – che serve per mostrarci il Regno dei Cieli e quel fiore, che col suo profumo indugia le nostre anime, ci fa arrendere al Nostro Creatore. Il Regno così è diventato presente e l’uomo cattolico diviene pescatore di uomini e si sacrifica per ognuno di noi.