Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? 20-02-2022. Di don Giorgio Lenzi (IBP)

Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? 20-02-2022. Di don Lenzi (IBP)di redazione

Riportiamo le foto della Santa Messa di domenica 20-02-2022, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP). Il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano antico nella forma cantata, Dominica in Sexagesima (Exsúrge, quare obdórmis, Dómine?) con il nostro regolatore Don Giorgio Lenzi (IBP) sacerdote dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Al servizio all’altare Giuseppe Baiocchi (chierichetto), Michele Carloni (turiferaio), all’organo il Maestro Lisa Colonnella, mentre come cantore abbiamo avuto il Maestro Massimo Malavolta. 
Don Giorgio Lenzi (IBP) ci parla di questo tempo molto antico, della Sexagesima, iniziato domenica scorsa e mantenuto per secoli nel calendario liturgico della Chiesa, oggi è scomparso per la riforma liturgica avvenuta dopo il Concilio Vaticano II. Questo tempo, della durata di tre domeniche, precede la Quaresima: una fase intermedia che serve per preparare al nuovo periodo il fedele.
Perché sono chiamate così? Perché indicano rispettivamente la settima, la sesta e la quinta domenica avanti quella di Passione.
La Chiesa, dalla domenica di Settuagesima fino al Sabato Santo, tralascia nei divini uffizi l’Alleluia, che è voce di allegrezza, ed usa paramenti di color violaceo, che è colore di mestizia, per allontanare con questi segni di tristezza i fedeli dalle vane allegrezze del mondo ed insinuare in essi lo spirito di penitenza.
Nei divini uffizi della settimana di Settuagesima, la Chiesa ci rappresenta la caduta dei nostri progenitori, Adamo ed Eva, ed il loro giusto castigo; negli uffizi della settimana di Sessagesima ci rappresenta il diluvio universale mandato da Dio per castigare i peccatori; negli uffizi dei primi tre giorni della settimana di Quinquagesima ci rappresenta la vocazione di Abramo, ed il premio dato da Dio alla sua obbedienza ed alla sua fede.
Nella domenica odierna il Signore ci parla di una parabola: quella del seme che cade in luoghi diversi, portando un frutto differente. Il Signore, cosa rara, questa volta vuole spiegarci il significato della parabola. Il seme è la parola Santa di Dio: questa analogia del seme è la parola più adatta a rappresentare la divina parola della sua potenza, dove i grani, i sementi, sono la cosa più piccola che noi conosciamo nella nostra vita quotidiana. Questi granelli contengono una virtù potentissima e poderosa: quella di produrre una pianta e con un piccolo seme possono nascere altre piante. Quel seme è l’immagine buona della parola di Dio, una parola che si trasmette, che si dice, che si insegna. Lo stesso figlio di Dio nell’eternità non è altro che la parola che esce dalla bocca dell’eterno. Ebbene quella parola porta un frutto immenso. Ed allora il seme diviene la parola insegnata da Cristo. La parola di Dio dunque, è la verità rivelata e insegnata dalla Santissima Trinità beata agli uomini per via naturale (attraverso alcuni aspetti della creazione) e per via soprannaturale attraverso la manifestazione di Dio che si è manifestato più volte lungo la storia dell’umanità e questa rivelazione è terminata con la morte dell’ultimo degli apostoli San Giovanni Evangelista.
La parola di Dio deve essere contestualizzata e insegnata dall’autorità competente, altrimenti si scivolerebbe nell’idolatria. Le fonti della rivelazione sono tre: la Sacra Pagina (la parola di Dio), che deve essere accompagnata dalla tradizione della Chiesa; il Magistero della Chiesa che coordina e insegna – aderendo a quella Verità – il messaggio Cristico dottrinale e morale.
In questa parola c’è una semenza piccola, ma preziosa: il divino agricoltore, per mezzo della Santa Chiesa (sacramenti, preghiera, messa), sparge continuamente sul terreno questa semente e quando il terreno è fecondo di buona volontà ed onestà, ed è abitato dalla Grazia di Dio, allora può far sorgere un uomo nuovo.
Noi non potremo mai comprendere, qui sulla terra, questo miracolo, noi vediamo solo la limitatezza della nostra natura umana, ma abbiamo la fede e sappiamo che i sacramenti e tutto ciò che viene da Dio serve a questo. Accogliamo dunque quel seme, che santifica il mondo.

Dunque chi trasformò il mondo, facendolo passare dalla bruttezza del paganesimo, alle bellezze del mondo cristiano – un mondo cristiano che si distrugge sempre di più, ma di cui abbiamo le testimonianze ovunque -, riuscì nell’impresa grazie alla parola di Dio, predicata dagli apostoli, trasmessa poi dai suoi successori, fino al 2022, ovvero fino ad oggi.
Ed oggi, appunto, cosa accade? Più di tutte le epoche, questo terreno (un tempo fertile), si sta chiudendo: non accoglie più quel seme: è una società egoista, ci stanchiamo facilmente della parola di Dio o cerchiamo di adattarla a seconda delle epoche, a quello che ci fa più comodo. I protestanti hanno iniziato, già da diversi secoli a dare un’interpretazione particolare, restringendo il tutto unicamente ai testi biblici. Proprio questa società liquida, figlia del relativismo e dell’idealismo cartesiano, fa essere tutto in discussione, tutto in un moto perenne e continuo, in un unicum orizzontale, ateo, arido.
Dunque la terra si chiude, è una terra egoista: abbandoniamo facilmente la parola di Dio, affinché sia facilmente divorata dalle cornacchie moderne, come quella del liberalismo, dell’occultismo: rovi delle abitudini peccaminose. I peccati di un tempo oggi vengono continuamente posti in discussione, attuando quel ribaltamento del thelos, del fine appunto, che in passato reggeva la società cristiana. Questa falsa libertà moderna, che si accomuna unicamente a ciò che noi vogliamo, ha inaridito il mondo, la terra. La nostra fede non può essere soffocata dalle tante altre mode del mondo – quindi del maligno – che imperversano sempre di secolo in secolo. Cosa fare dunque? Basta accogliere l’insegnamento di Cristo nella nostra vita, puro, senza nessuna modifica, poiché Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e anche lo sarà domani. La nostra sfida personale sarà proprio quella di vivere secondo regole immutabili, in un mondo in continua schizofrenia e in continuo movimento. Ed ecco allora che questo tempo duro, che ha lo scopo di prepararci alla quaresima e dunque alla penitenza, ci viene in aiuto per allenare il nostro cuore e la nostra anima al seme fecondo di Dio.
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