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Populus Summorum Pontificum del 26-10-2019      S.E.R. Mons. Rey

di redazione

Sabato 26 ottobre si è svolta a Roma la seconda giornata dell’ottavo Pellegrinaggio Internazionale ad Petri Sedem, con Adorazione Eucaristica (ore 9:30) presso la Basilica di San Lorenzo in Damaso (Piazza della Cancelleria n.1), la successiva processione solenne verso San Pietro (ore 10:30) che ha attraversato il Ponte di Castel Sant’Angelo e Via della Conciliazione & infine la Santa Messa Pontificale (ore 12:00), celebrata da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Dominique Marie Jean Rey (1952) e avente per musiche e canti il coro diretto dal maestro Aurelio Porfiri.

Adorazione Eucaristica (ore 9:30) presso la Basilica di San Lorenzo in Damaso (Piazza della Cancelleria n.1).

Dopo aver evangelizzato la popolazione di Roma per il passaggio dei pellegrini in processione solenne, presieduta anch’essa da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Dominique Marie Jean Rey, riportiamo la trascrizione integrale dell’omelia del vescovo di Fréjus-Toulon: «L’attualità non manca di mostrarcelo: il nostro mondo è in crisi. Questa crisi è multifattoriale. È profonda e duratura. E colpisce anche la Chiesa. Il drammatico incendio che ha devastato e distrutto, qualche mese fa, il tetto della Cattedrale di Parigi, il monumento più visitato d’Europa, costituisce un segno promonitore per i nostri tempi. Una chiesa in fiamme. Un avvertimento. Un grido. Quell’incendio non era un semplice incidente, ma un segno dei tempi. Al di là dell’attaccamento al patrimonio rappresentato da questa cattedrale, abbiamo compreso l’esortazione a ricostruire un Tempio spirituale, frantumato dai mali del nostro tempo. Un tempio la cui pietra angolare è Cristo, e le cui chiavi di volta sono la fede, la speranza e la carità, virtù che ci riportano a Dio. La Chiesa è chiamata incessantemente a rinascere dalle sue ceneri. In effetti, la storia ci insegna che le crisi sono spesso reversibili: le civiltà sono mortali, ma possono anche rinascere. I risvegli spirituali che hanno attraversato la storia della Chiesa: la crescita del monachesimo nell’alto medioevo, lo sviluppo degli ordini mendicanti, la controriforma cattolica del Concilio di Trento e più recentemente, l’epopea delle congregazioni missionarie nel XIX secolo.., tutti questi grandi rinnovamenti spirituali sono stati il punto di partenza di un recupero, di una trasformazione dell’insieme della società. La crisi nella quale il nostro mondo si trova generalmente immerso, e che si traduce in una perdita di punti di riferimento, di senso, di memoria e dunque di cultura, crisi che porta all’individualismo narcisistico e alla frammentazione sociale con la perdita di ogni comun denominatore..; tutta questa crisi fa risorgere la necessità di ritrovare un’infrastruttura religiosa che era stata sepolta, come punto d’appoggio, come piattaforma a partire dalla quale tutto possa rimettersi in moto.
L’uomo non può fare a meno della questione di Dio, perché non può privarsi dell’interiorità, della trascendenza, per pensare a se stesso. Tutti i regimi politici che, nel corso della storia, hanno negato spazio alle religioni, sono morti prima di loro. Hanno voluto trasferire gli attributi di Dio alla sfera pubblica, e ciò ha prodotto il peggio: il culto dell’essere supremo durante la rivoluzione francese, il nazismo e la sua idea sanguinaria di sacrificio, il comunismo che si è impadronito di attributi religiosi (ricordiamo i pontefici Lenin, Stalin e l’eretico Trotskij), e tutte le grandi utopie politiche. Negando l’aldilà hanno voluto creare un aldilà sulla terra: tutto ciò è sfociato nell’inferno totalitario. Da duemila anni, la Chiesa sopravvive agli pseudo indovini, a coloro che hanno profetizzato la fine del cristianesimo o la sua evoluzione in altre religioni e in nome delle ideologie che volevano sradicare il cristianesimo (nazismo, comunismo e ateismo). La Chiesa ha attraversato i tormenti della storia, è sopravvissuta alle sue divisioni interne e, malgrado l’infedeltà al Vangelo dei suoi membri, continua a portare il messaggio di Cristo alle nuove generazioni. Ella è il futuro dell’umanità. Sì la fede rimane l’inconscio della nostra società, cioè quanto permette alla gente di vivere insieme sulla base della rappresentazione del sacro e della sua storia intrisa di trascendenza. L’espulsione o la marginalizzazione del cristianesimo (accelerato dal discredito mediatico che subisce oggi), ha fatto perdere alle nazioni un fondamento spirituale, ma anche un rivestimento antropologico e sociale, che garantiva un’omogeneità che attraversava i secoli.

Guido Reni (Bologna, 1575 – 1642) San Michele Arcangelo -1635, Olio su tela. « […] un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell’Abisso e una gran catena in mano […che…] afferrò il dragone, il serpente antico – cioè il diavolo, satana – e lo incatenò […] » (Ap 20:1-3). Tale possente visione è restituita dal pittore con un geniale taglio compositivo che, con un’originale interpretazione barocca, rende il senso irrompente dell’apparizione mediante il taglio delle ali sul limite del piano visivo e imposta il movimento potente e vittorioso dell’Arcangelo sulla diagonale sinistra del dipinto, dando moto vigoroso alla spada sollevata e brandita verso Satana incatenato e calpestato. Si tratta di un’equilibrata e complessa composizione, perfettamente disegnata nel gioco delle linee e calibrata nell’accordo dei colori e nelle chiare tonalità sfumate e argentee, sulla cui perfetta resa certamente influisce la scelta del supporto di ormesino di seta che ne facilita la sovrapposizione di velature e rende la superficie polita e vibrante al contempo. La fortuna di questa immagine, replicata e reinterpretata nei secoli successivi e fino a oggi, generando a sua volta ulteriori capolavori di altri importanti artisti, può dirsi già sancita da Giovan Pietro Bellori (1613-1696), biografo e teorico del classicismo seicentesco, e dalle stesse parole di Guido Reni – esse stesse manifesto del “Bello ideale” dell’Arte! – che afferma avrebbe voluto: « […] aver […] pennello angelico, o forme di Paradiso per formare l’Arcangelo, o vederlo in Cielo; ma io non ho potuto salir tant’alto, ed invano l’ho cercato in terra. Sicché ho riguardato in quella forma che nell’idea mi sono stabilita ».

Il vuoto spirituale genera il malessere esistenziale, personale e sociale; malessere nel quale si accumulano le suggestioni esoteriche e sincretistiche più ambigue, le violenze e i radicalismi più pericolosi. Dal nostro mondo post-cristiano sale, senza che noi osiamo sempre ascoltarlo, un immenso bisogno di cristianesimo, assertorio e confessante. Quale sarà il punto di partenza del risveglio spirituale del cristianesimo? Qual’è la risposta salutare agli sconvolgimenti del mondo contemporaneo, che separandosi da Dio si separa dalla sua propria umanità? La ripresa passa dalla liturgia. Non cessava di ripeterlo san Giovanni Paolo II. “La celebrazione del sacrificio eucaristico è l’atto missonario più efficace che la comunità ecclesiale possa realizzare (udienza del 21-06-2000)”. E Papa Benedetto XVI non cessava di aggiungere “avvicinandoci alla tavola eucaristica, siamo trascinati nel movimento della missione, che nascendo dal cuore di Dio, vuole raggiungere tutti gli uomini. La tensione missionaria è costitutiva della forma eucaristica dell’esistenza”. In un mondo amputato dalla trascendenza, privo di orrizzonte, secolarizzato, desacralizzato, e dunque frammentato, individualista, perché ha perso il suo centro di gravità, un mondo autoreferenziale.. la liturgia di cui la Chiesa è il soggetto, invoca Dio, ricorda Dio. Ci mette in rapporto con Dio, sorgente e culmine di tutto. Attualizza e la sua presenza vivificante. Essa è la pedagogia di Dio per riunirci intorno al mistero pasquale mediante la proclamazione della sua Parola e la celebrazione dei sacramenti offertici dalla Chiesa. Ci troviamo ai piedi della cattedra di San Pietro, espressione simbolica dell’autorità esercitata dal Vescovo di Roma, successore del principe degli apostoli, che è al servizio della fede cristiana, della sua autenticità, dell’unità del popolo cristiano, della carità della Chiesa Universale.

Bertel Thorvaldsen, Tomba di papa Pio VII (particolare), 1824-25, marmo, Basilica di San Pietro, Roma.

Basilica di Sam Pietro. La Cattedra (particolare, 1657-66) di Gian Lorenzo Bernini. La scenografica cattedra di bronzo dorato (alta 7 metri) custodisce al suo interno una più semplice cattedra in quercia, tradizionalmente come lo scranno dal quale San Pietro predicava, in realtà opera di manifattura carolingia del IX sec. Le statue rappresentano i dottori della Chiesa.

Il gesto architettonico di Bernini, che sospende il trono-reliquiario tra il cielo e la terra, sottolinea che il Magistero di Pietro e dei suoi successori è attestare una Verità che ci trascende e che ci eleva fino a Dio. Questa Verità ha il volto di Cristo Redentore dell’uomo, che ci afferra nella sua ascensione verso la gloria del Padre. La celebrazione del sacrificio eucaristico qui, nell’abside di questa Basilica, ai piedi di questa cattedra sopraelevata, esprime, più di ogni altro segno, più che in ogni altro luogo, l’impostazione e lo spirito di questo pellegrinaggio Sommorum Pontificum. Ogni vita cristiana comincia con la liturgia (con il battesimo) e si compie con la celebrazione del mistero pasquale che attualizza la salvezza di Dio e trasfigura il tempo degli uomini in una salita verso il Cielo. Un’ascensione alla sequela del Maestro, verso le “realtà celesti” (Eb, 8, 54) che ne sono la promessa. Come ricorda la costituzione Sacrosanctum Concilium, “ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessuna altra azione della Chiesa ne eguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado” (N.7). L’ascensione verso Dio, non può fare a meno di Dio, per giungere alla meta. E la Chiesa fondata da Cristo sulla testimonianza di Pietro (“Pietro, su sei Pietro, e su questa pietra, io edificherò la mia chiesa” – Matt., 16, 18) fornisce i mezzi per questa ascensione dell’umanità verso Dio in termini ben precisi.
La testimonianza di questo pellegrinaggio Sommorum Pontificum, è innanzi tutto rendere conto della centralità, dell’essenzialità della santa liturgia nella redenzione del nostro mondo e al servizio della comunione sacramentale e ministeriale della Chiesa. Non a caso Papa Francesco I afferma a proposito della liturgia che essa è “l’epifania della comunione ecclesiale”.

Ma il nostro riunirci in questa basilica, posta sulla testimonianza del martirio di San Pietro, ci chiama a rianimarci dello spirito della liturgia, nella sua tradizione vivente. Ecco l’oggetto dell’ermeneutica della continuità che evocava Benedetto XVI. Come hanno spesso denunciato a suo tempo, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, la riforma conciliare è stata talvolta accompagnata, in modo arbitrario e ideologico, da iniziative di ogni genere, da deformazioni e da derive fino all’auto-celebrazione della comunità, che hanno cagionato discordie, ferite, fratture in seno alle comunità cristiane e, addirittura divisioni.
La Tradizione non è un museo, ma un fiume che sgorga dal mistero di Cristo e che, attraverso la sua dottrina, il culto e la vita della Chiesa, irriga attraverso i secoli le generazioni che si succedono. Si tratta di riconciliare i cattolici con la loro eredità plurisecolare, di ritrovare nelle nostre radici, che raggiungono qui la testimonianza apostolica di Pietro, la linfa che nutrirà la nostra fede odierna. È questa la questione chiave dell’Ermeneutica della continuità. La Liturgia anima di ogni apostolato, è come un canale che attraversa tutte le epoche per significare l’oggi di Dio nella fedeltà, la continuità, l’integrità dei riti, dei segni, dei simboli, delle parole, il cui significato profondo si manifesta nella forma. La Chiesa è stata ferita da un approccio dirompente del rinnovamento conciliare. Il mutuo arricchimento delle due forme del rito romano si inscrive, in particolare nella volontà di articolare la dimensione sacrificale e gerarchica della liturgia con la sua dimensione sociale, comunitaria e ministeriale.
È a prezzo di questa riconciliazione con la sua propria storia e il suo sviluppo dogmatico che la liturgia della Chiesa potrà assumere questo doppio compito: essere il culmine cui tende l’azione della Chiesa e, nello stesso tempo, la fonte da cui sgorga ogni sua virtù. Da qui l’urgenza di una formazione liturgica e mistagogica che accompagni la riscoperta del senso e della dignità della liturgia, dell’ars celebrandi, e che rende anche il suo posto alla celebrazione della forma straordinaria, affinché essa ridiventi la fonte e il culmine della vita della Chiesa, e i fedeli possano venire ad abbeverarsi a questa corrente d’acqua viva e si lascino invadere dalla sobria ebbrezza dello Spirito Santo».
© Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo – Riproduzione riservata

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