Iustus est, Dòmine del 27-09-2020

Iustus est, Dòmine del 27-09-2020. Celebra don Giorgio Lenzidi redazione

Domenica 27-09-2020, presso la Chiesa di San Cristoforo (Via D’Argillano n.21 – 63100 AP), il nostro Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo è stato ospitato dalla Confraternita della Buona Morte del Priore Giancarlo Tosti, per celebrare il rito romano straordinario nella forma cantata, con don Giorgio Lenzi, presbitero dell’Istituto Buon Pastore e Procuratore Generale per lo stesso con la Santa Sede. Il sacerdote si occuperà di regolare il nostro gruppo di preghiera stabile.
Don Giorgio Lenzi, dopo aver ringraziato per l’accoglienza Sua Eccellenza Reverendissima il Vescovo di Ascoli Piceno Mons. Giovanni D’Ercole, ha incentrato la sua omelia sull’importanza di questa Santa Messa appartenente alla plurisecolarità della Santa Chiesa. Il mettere a disposizione delle anime dei battezzati, i tesori della liturgia e tutte le grazie che ne vengono fuori è sicuramente un dono che la Chiesa ci fa.
L’attaccamento dei fedeli, di ogni generazione, alla liturgia è qualcosa di essenzialmente legato alle grazie del nostro battesimo. Ogni gesto, ogni parola, del culto ufficiale costituito dalla Santa Chiesa intorno all’essensa stessa dei sette sacramenti serve ad elevare la nostra anima verso il creatore e verso il Salvatore e nello stesso tempo dimostra, per quanto la nostra natura umana sia imperfetta e finita, il nostro amore verso Dio, la nostra attenzione verso l’Essere Supremo.
Non a caso il Vangelo di oggi, ci ripropone l’insegnamento del duplice prefetto dell’amore verso Dio e verso il prossimo: il comandamento d’amore che è fondamentale alla dottrina cristiana, alla dottrina della Nuova Alleanza. Ciò è il coronamento del decalogo, sempre valido, il quale deve essere sempre letto alla luce del comandamento che nostro Signore Gesù Cristo dà al Vangelo.
Oggi in questa società eccessivamente umano-centrica si predilige di commentare la seconda parte del precetto dell’amore e di incoraggiare questo verso il prossimo: elemento sicuramente certo e giusto, ma che purtroppo rischia di perdere il suo senso se non lo si considera alla luce della prima parte di questo comandamento e cioè l’amore verso Dio.
Non si può amare veramente il prossimo, senza amare Dio. Allora prima di insistere sulla seconda parte, i predicatori dovrebbe insistere sull’amore verso il Signore. Questa società che ambisce ad amare il prossimo e che forse, con la situazione sanitaria odierna, avrebbe dovuto certamente far scatenare fenomeni di filantropia, ha fatto emergere certamente un amore banale.
Questa situazione è dovuta propriamente alla dimenticanza di Dio, e all’amore verso quest’ultimo oramai sempre meno praticato. Il culto, per varie ragioni a volte è decadente e quindi anche nell’esplicitazione liturgica, i segni poco esprimono l’amore che si dovrebbe avere verso le pagine della Sacra Scrittura, verso la presenza reale di Nostro Signore Gesù Cristo nel Tabernacolo e tutti i misteri che noi celebriamo, nelle nostre Chiese del Nostro culto.
Gesù dice infatti che il nostro primo comandamento è quello di amare Dio e se si osserva propriamente il decalogo, questo inizia proprio “Io sono il Signore Dio tuo e non avrai altro Dio all’infuori di me”: questo è tutto il bene che noi possiamo operare.
Dunque è importante riaffermare la disposizione che perviene da Dio stesso, quando concede le dieci leggi a Mosè: “Dio ci comanda di amarlo, perché ne ha pieno diritto” e siccome è la perfezione non vi è nessuno orgoglio e nessuna pretesa in questa richiesta da parte di Dio, verso gli uomini.
Certo si dirà che l’amore non può essere comando, che esso è libero, indipendente, ma Dio può comandarcelo, perché “tutto ha fatto per noi”: creatore di tutte le cose, salvatore – con il sacrificio di suo figlio, ha messo al nostro vantaggio tutti i tesori della sua bontà e della sua potenza infinita. Nei Vangeli di San Luca e in quelli di San Matteo si legge: “colui che non ama rimane nella morte”. L’amore vince la morte, come affermavano gli antichi romani paganeggianti.
Ma oltre al comando di Dio, si aggiunge un altro motivo: dobbiamo amare Dio perché egli merita di essere amato. Certo è strano poter giudicare ciò da parte nostra, ma grazie alla nostra ragione, alla nostra intelligenza possiamo valutare la grande dignità di Dio. Solitamente noi esseri umani amiamo una persona o per le sue qualità, o per l’amicizia che ci coinvolge, per gli atti che riceviamo da questa relazione. In Dio tutto si ritrova riunito, nello stesso essere, nella stessa entità peregrina di Dio Creatore, dunque nel modo più alto e più perfetto. Dio è immutabile, è essere sopra ogni altro essere, Egli è il centro di tutte le perfezioni e la Santità, la potenza, la bellezza, la sapienza, la bontà infinita. Dio con le sue qualità sorpassa all’infinito non solo tutto ciò che esiste, ma tutto quello che è possibile e immaginabile.
Per questo il salmo 47 afferma come “grande è il Signore e al di sopra di ogni lode”. Tutto il bene che è nel mondo, come il bello e il buono, tutto ciò che è grande, è partecipazione di quanto si trova in Dio in grado infinito. La perfezione del creato, la gloria degli angeli – puri spiriti -, sono solo un pallido riflesso della bellezza di Dio: le opere dell’uomo, l’arte, l’architettura, la musica, la letteratura – elementi che ritroviamo anche nel contesto liturgico del culto di Dio –, ebbene tutte queste meraviglie create, non sono che un raggio, a volte anche leggerissimo – non completo -, sono una partecipazione limitata delle perfezioni infinite di Dio e queste più infinite perfezioni sono degne del nostro amore, ma ciò non basta. Questo amore infinito non deve essere per necessità, ma dovrà essere gratuito, giusto ed equilibrato, perché Dio è perfezione.
C’è una differenza sostanziale tra l’amore di Dio e l’amore nostro. Il nostro amore, a tutti i livelli, per quanto cerchiamo di renderlo puro, di renderlo giusto e sempre più o meno interessato, poiché vuole sempre trarne un profitto – vuole ottenerne qualcosa.
Dio, di contro, è sempre perfettamente disinteressato: Egli non ama per sé, perché non ha bisogno di niente, egli ama perché vuole il bene sommo.
Perciò non si può intraprendere il cammino dell’amore del prossimo, se non si è capito l’amore verso Dio e per quanto non potremo mai equipararlo, arrivare al suo livello e rendergli amore nella sua stessa quantità con la quale Egli stesso ci ama, almeno potremo essere spinti di amarlo sempre di più e solo dopo, amare con giustizia e virtù i nostri fratelli, diversamente da come si vuole far credere oggi.
E che cos’è il giusto culto, se non il giusto amore verso Dio? Per questo si costruiscono le Chiese, si progettano belli altari, meravigliosi paramenti: tutto per rendere il giusto amore a Dio. E per quanto tempo, le generazioni passate hanno offerto il loro lavoro, il loro sacrificio, privandosi anche di cose essenziali per rendere bello il culto.
La virtù della religione è simmetrica alla giustizia: quest’ultima è dare a ciascuno quanto gli è dovuto. Dio allora, essendo infinito e perfettissimo è assolutamente impossibile rendergli il dovuto. La Chiesa, tuttavia, nel suo culto non ha mai disertato, proprio perché sa che bisogna tendere al massimo per dare amore e dare lode a Dio.

Membri della Confraternita della Buona Morte e del servizio all’altare: Giancarlo Tosti (Priore Confraternita), Lodovico Valentini (Cerimoniere), Don Giorgio Lenzi, Giuseppe Baiocchi (chierichetto), Aldo Ferretti (membro Confraternita), Daniele Paolanti (turiferario).

La virtù della religione, si accosta alla virtù della devozione, ovvero quel desiderio forte di praticare il culto con massimo impegno, come affermava dire San Tommaso D’Aquino il quale “correva” per celebrare il rito, ovvero la nostra devozione, la nostra preghiera verso Dio nei luoghi di culto durante le sacre funzioni. I grandi santi che aiutarono il prossimo, sempre si impegnarono nell’amore massimo verso Dio: è l’adorazione del tabernacolo, che ci spinge verso le grandi opere di misericordia che questi Santi hanno poi perpetrato. La celebrazione è alla base dell’amore verso Dio e conseguentemente all’amore verso il prossimo, come ci afferma il Vangelo di oggi.
Nel Vangelo di San Giovanni, Gesù ci dice “se mi amate davvero, osservate i miei comandamenti”: ecco il massimo dell’amore che possiamo fare. Elevare il giusto culto a Dio ed elevare la sua legge è il modo giusto per amarlo.

I membri del direttivo del Coetus Fidelium Beato Marco da Montegallo (da sinistra a destra): Cav. Costantino Brandozzi, Dott. Felice Spicocchi, don Giorgio Lenzi (regolatore del Coetus), Arch. Giuseppe Baiocchi, Cav. Fulvio Izzo, Dott. Maurizio Seghetti, Dott. Francesco Angelini (organista).

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